Quando si inizia a leggere la prima pagina de “Gli affamati“(edito da Ponte alle Grazie) si capisce fin da subito di essere davanti ad un ottimo libro. L’esordio letterario del giovane Mattia Insolia, classe 1995, è una vera sorpresa nel panorama editoriale italiano odierno: un libro potente, affilato e sincero. Un ritratto di una generazione perduta, che ha smarrito la sua strada e che fatica a trovare modelli e punti di riferimento stabili.

Mattia Insolia, Gli affamati, Ponte alle Grazie, pp.176, € 13,30

I protagonisti della storia sono due fratelli rispettivamente di 19 e 22 anni. Antonio e Paolo vivono soli: il padre è morto quando erano bambini e la madre è scappata di casa a seguito delle continue violenze subite dal marito, abbandonandoli al loro destino.

I due, per spirito di sopravvivenza, hanno costruito un equilibrio di vita precario e basato in parte su regole bizzarre e in parte sull’anarchia. Un equilibrio che ogni giorno sembra sul punto di rompersi ma che, in qualche modo, riesce a tenerli insieme e a farli andare avanti.

I due, infatti, vivono alla giornata, non hanno modo né possibilità di pensare o elaborare progetti futuri. Abitano in un piccolo paese di provincia, Camporotondo, di un’immaginaria periferia del centro-Sud, un luogo sporco e degradato, una sorta di prigione, fisica e mentale, da cui sembra impossibile evadere.
Antonio cerca, invano, un lavoro, mentre il fratello lavora in un cantiere sotto la supervisione di un capo che odia profondamente. Il più piccolo passa la maggior parte del tempo a fumare con il suo migliore amico, Italo, e a tentare di combattere contro i suoi demoni che lo perseguitano dall’infanzia. Paolo sembra il più forte, il più violento, il più “affamato” dei due, ma è solo un’impressione, un’enorme e scomoda corazza che si è costruito nel corso degli anni per difendere se stesso e ciò che resta della sua famiglia dalla cattiveria e dall’indifferenza del mondo esterno.

Il fratello maggiore sfoga la sua rabbia animalesca e il suo odio verso un destino ingiusto e crudele commettendo reati e azioni terribili che macchieranno per sempre la sua esistenza, segnando un punto di non ritorno verso il baratro.

Quando la madre, dopo anni di latitanza, si ripresenta a casa loro senza preavviso, è in quel momento che il delicato equilibrio instaurato dai due fratelli si spezza, inevitabilmente. I mostri del passato riemergono e i vecchi scheletri saltano fuori dall’armadio distruggendo la precaria quotidianità in cui Paolo e Antonio avevano vissuto fino a quel momento. La “bestia“, come viene definita dall’autore quella pulsione di violenza cieca e irrazionale che alberga nell’animo di Paolo, si libera dalle catene del buon senso e distrugge tutto quello che incontra lungo il suo cammino.

Un ritratto crudo e spietato di una provincia qualunque dell’Italia dimenticata, in cui la solitudine e l’invidia sociale si accendono come micce nei cuore dei ragazzi senza futuro. Alle storie infelici e drammatiche dei protagonisti del romanzo fa da collante una narrazione veloce e serrata e un lingua precisa e tagliante che non ha paura di frugare nell’abisso delle emozioni umane.

Uno scrittore giovanissimo che ha già raggiunto una sua maturità stilistica e narrativa e che con la sua penna è in grado di scavare nelle contraddizioni, nelle oscurità e nelle paure del mondo contemporaneo.

Per l’occasione lo abbiamo contattato e gli abbiamo posto alcune domande sulla genesi e sul senso del romanzo per comprendere meglio il contesto e le scelte che hanno orientato l’autore nella stesura del libro.

Camporotondo è l’emblema della periferia italiana, del piccolo centro di provincia dove i pregiudizi, le ingiustizie e la violenza esplodono in modo incontrollabile. Cosa rappresenta per te questo non-luogo? E cosa rappresenta, soprattutto, per i due protagonisti, Paolo e Antonio?

È un confino, ecco cos’è. Innanzitutto fisico, un limite reale, concreto, pratico che in qualche modo fa sparire il mondo intero. Per chi ci abita, in quel paese, non esiste nient’altro. Non può esistere altro. Per Paolo e Antonio Camporotondo è una sorta di carcere di natura, un posto dove un’entità superiore, il destino, l’Universo, Dio, ha deciso di riversare i suoi figli minori, la sua prole venuta fuori peggio. Ecco perché i ragazzi cercano continuamente di fuggirlo, pure se solo idealmente nella maggior parte dei casi. Per me questo paese rappresenta tutto ciò che il mondo ha dimenticato. Tutto ciò che il mondo ha rifiutato. Tutto ciò che il mondo ha deciso di non voler più vedere. Rappresenta quella parte di umanità che, vivendo ai limiti della terra, deve vedersela da sola, deve abitare il reale senza avere la possibilità di farne parte.

 

Il titolo del libro, “Gli affamati”, è già di per sé molto emblematico. I due fratelli sono infatti affamati, in senso metaforico, di vita, di esperienze, ma anche di amore. Un amore che gli è stato negato dall’infanzia e che ormai non sembrano più in grado di provare. Secondo te la “fame di vita” è di per sé una pulsione sbagliata e autodistruttiva, oppure esiste anche un risvolto positivo di questo desiderio, ovvero la fame di cultura, di conoscenza, di completezza? Si può essere affamati ma non famelici?

I miei ragazzi sono in grado di provarlo, l’amore. Questo è certo. Semplicemente non l’hanno mai sperimentato, non l’hanno mai ricevuto veramente, non ci sono stati educati, all’amore. E adesso, a ventidue e diciannove anni, devono imparare tutto daccapo. La loro è fame implacabile perché sentono di non averne mai avuto e vorrebbero ciò che hanno tutti. Ciò detto, credo che la fame di vita sia la sola, vera scintilla capace di farci tirare avanti. Quindi no, non è una pulsione sbagliata o autodistruttiva, anzi: è molto giusta, molto bella, indubbiamente necessaria. Il problema è che bisogna imparare a gestirla, questa pulsione, altrimenti sarà lei a gestire te; almeno, così credo. Ed è in questo che risiede la loro colpa, se di una colpa si può parlare. I miei ragazzi, che sentono un vuoto farsi strada dentro di loro, non riescono mai a saziarsi perché non riescono mai a regolarsi.

Nel tuo libro ho rintracciato la crudezza di Bazzi, l’adolescenza irrequieta di Pasolini e il destino ineluttabile di Verga. Tre autori distanti per biografia, epoche e stile, ma accomunati dalla tragicità delle storie da loro narrate. Pensi che, anche inconsapevolmente, questi possano esser stati dei modelli letterari per il tuo libro? In caso negativo, quali sono quegli scrittori e scrittrici a cui sei più legato fra gli altri?

Jonathan Bazzi ha scritto un libro meraviglioso. Contemporaneo come pochi, vero in modo quasi incredibile, struggente fino alle lacrime. Però no, “Gli affamati”, quando è uscito “Febbre”, l’avevo quasi finito. Pasolini invece c’è. Ci sono le sue borgate, i suoi ragazzi di vita, il suo scavo sociale e psicologico; o meglio, c’è la sua influenza. C’è anche, e di questo sono certo, l’ineluttabilità del destino d’impronta verghiana. I personaggi di Verga si battono sempre e in modo instancabile con un destino già scritto, vorrebbero farlo loro e farlo nuovo, ma non possono e in questa battaglia o si perdono o soccombono. Ecco, Antonio e Palo in questo sono molto vicini a loro, credo. Poi, se di modelli letterari vogliamo parlare, sono legato a Niccolò Ammaniti, Paolo Giordano, Domenico Starnone, Teresa Ciabatti, Elisabeth Strout, Donna Tartt e tanti, tantissimi altri autori e autrici contemporanei; leggo moltissimi contemporanei, è la mia pecca più grossa.

Mattia Insolia

Fonte: raicultura.it

Mattia Insolia è nato a Catania nel 1995. Si è laureato in Lettere all’Università La Sapienza di Roma con una tesi sul movimento letterario dei Cannibali italiani, ha poi proseguito gli studi in Editoria e ha pubblicato racconti per antologie di vario genere. Nel corso degli anni ha scritto per diverse riviste di stampo culturale e oggi collabora con L’Indiependente, per il quale si occupa di critica cinematografica e letteraria.

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