La memoria collettiva è l’insieme dei ricordi più o meno mitizzati di un’esperienza vissuta dalla collettività, secondo l’affermazione dello storico Pierre Nora. La memoria collettiva è quindi determinata da una memoria individuale e costruisce assieme ad altri fattori l’identità del singolo. Il veicolo per esternare un ricordo che entra a far parte di memoria collettiva è certamente il narrare. Occorrono narrazioni giuste per poter fare memoria. Pensando agli eventi entrati a far parte della memoria collettiva, è inevitabile la menzione dell’olocausto e della Shoah. Il ricordo dei sopravvissuti, le storie narrate, entrarono a far parte della memoria collettiva sin da subito, affinché quegli orrori non potessero essere ripetuti.

Questo lo slogan, questo l’obiettivo delle narrazioni di memorie collettive, necessariamente consapevoli per permettere quel passaggio di testimone tra le generazioni, per tramandare quelle radici che, nel caso dell’olocausto, sono oltremodo pungenti. Con gli eventi della Germania nazista e le segregazioni razziali, nasce anche la consapevolezza, soprattutto tra gli studiosi di scienze sociali, di far comprendere come accanto alla memoria individuale esista una memoria di tipo collettivo che riesca a deviare intere masse attraverso la propaganda. A partire dalla metà del secolo scorso, si è capito che parlare, raccontare e ricordare sono tre verbi che determinano l’integrità e l’autorevolezza di una nazione, di un popolo in quanto costituito da esseri umani, sottolineando come le vittime non sarebbero esistite se non fossero state narrate, concependo inoltre come il racconto costruisca una propria realtà, narrandola.

Una narrazione di memoria collettiva rientra nelle testimonianze, nei documenti che abiteranno gli archivi, le biblioteche. La memoria è, in questo senso, un ricordo che diventa testimonianza, quando a raccontare non è più il portatore del ricordo, ma una persona altra. Nel corso della storia, spesso abbiamo assistito a situazioni di dimenticanza, di oblio. Narrare stragi comporta coraggio, determinazione, pazienza. Occorre praticare esercizi di memoria per allenare a non dimenticare, a far prevalere il coraggio della testimonianza al silenzio del dolore, del terrore. La memoria collettiva deve essere uno strumento per infondere speranza, attraverso l’utilizzo della penna come miglior strumento di lotta e mutamento sociale.

Auschwitz

Auschwitz, Polonia

Quale valore culturale e quale significato assumono in antropologia i termini memoria collettiva e ricordo? L’antropologia, di per sé, è pronta a destabilizzare i consueti dettami sociali, li scardina e li analizza, per poter trovare affinità e per poter combattere lo shock culturale che qualsiasi individuo prova nell’impatto, soprattutto se si tratta di impatto violento, con altri contesti culturali. L’antropologia ci insegna ad essere consapevoli dell’etnocentrismo, fenomeno sociale e culturale secondo cui si giudica la storia e le strutture sociali attraverso categorie proprie, avendo come unico riferimento i propri valori sentiti tali perché appartenenti a quel determinato gruppo sociale. L’etnocentrismo genera da sempre incomprensione, l’incomprensione genera diffidenza, nei casi più gravi paura, xenofobia. L’antropologia, attraverso l’affievolimento dell’etnocentrismo, analizza, ad esempio, come nelle nostre disposizioni culturali ci sia un unico termine per indicare la neve, mentre nella cultura dei cosiddetti eschimesi ve ne siano 450.

È difficile eliminare l’etnocentrismo, far cadere quel velo immaginario che ci rende autorizzati a giudicare le diversità perché per noi incomprensibili. L’etnocentrismo considera olocausto esclusivamente quello avvenuto durante il nazismo, non quello armeno o nel Ruanda. Anche nel concetto di memoria, nell’azione del ricordare, si parte generalmente dalla propria cultura. Utilizzando la metafora del bivio petrarchiano, l’antropologia, in questo senso, si dirama in memoria e oblio. Generalmente, l’etnocentrismo ci porta a una considerazione negativa di oblio, come scalino ultimo di una evitabile rovina.

La più insidiosa delle scienze sociali sceglie l’oblio per rifondarsi, per gettare le basi al futuro. Bisogna svincolarsi dall’obbligo di ricordare, quantificando l’importanza del ricordare e soprattutto capendo come l’uomo ricorda. Partendo dalla differenza tra memoria e ricordo, secondo cui la memoria è prettamente individuale e il ricordo è generalmente collettivo, l’antropologia sottolinea come anche l’atto del ricordare sia fondato su disposizioni culturali proprie, e che quindi possono essere differenti dall’altra parte del mondo. È la cultura che determina eventi e occasioni da ricordare, la nostra mente biologicamente non può ricordare tutto.

Con quali strumenti la mente ricorda? Sicuramente attraverso la narrazione. Anche in questo contesto è l’etnografia (descrizione e analisi dei dati raccolti dagli antropologi sul campo) ad identificarsi come lo strumento più adatto a raccogliere testimonianze che diventeranno memoria collettiva. Pertanto, nell’ottica delle scienze sociali, il ricordo muove le culture, le cambia dal suo interno, aiuta a dimenticare la propria identità a favore della condivisione, dell’apertura, di un futuro che accolga l’altro a braccia aperte. Per questo, un piccolo passo verso l’oblio che di volta in volta accompagna la costruzione di memorie collettive prima, e individuali poi, risulta necessario per gettare le fondamenta di un futuro all’insegna dell’uguaglianza.

Attraverso narrazioni giuste, ciascuno di noi dovrebbe, secondo l’antropologia, avanzare verso il passato: un ossimoro che garantisce che il domani sia più radioso dell’oggi. Sottolineando come tra oppressi e oppressori, la positività del mutamento attecchisce negli oppressi, i quali socialmente sembrano avere la forza per costruire solide fondamenta. Il ricordo delle nostre origini è necessario, ma deve rivolgere il proprio sguardo al futuro. Sguardo che possiede il moderno Prometeo, la nuova generazione a cui va l’appoggio e la speranza. Perché, come scriveva Plutarco (I-II secolo d.C.), “i giovani non sono vasi da riempire ma fiaccole da accendere”.

 

Tutte le immagini sono state prese da Pixabay

 

© riproduzione riservata