La memoria non è una cosa semplice: inganna, illude, tradisce. Non ricordiamo mai esattamente quello che è accaduto, piuttosto ne estrapoliamo un dettaglio, apparentemente insignificante, eppure decisivo per l’avvitarsi della nostra esistenza intorno a quella minuzia.
Basta mettere in una stanza due persone che hanno vissuto la stessa esperienza; i loro ricordi non coincidono mai, sono distorti. La memoria umana è fallace.

Eppure in letteratura accade qualcosa di paradossale: ci si riconosce in racconti di storia individuale, ci si ricorda di eventi personali leggendo quelli altrui. Perché è questo che fa un buon libro, un buon memoir, o una buona autobiografia: raccontare la storia e la memoria di uno per raccontare quella di tutti. Come è possibile che due fratelli ricordino uno stesso episodio in modi opposti e che, invece, un lettore si riconosca totalmente nella memoria raccontata da uno sconosciuto?

Lo dice bene Simone de Beauvoir nel prologo de L’età forte quando sottolinea che “se un individuo si descrive con sincerità arriva più o meno a tutti. Impossibile far luce sulla propria vita senza illuminare in qualche punto quella degli altri”. Succede che siamo tutti umani, tutti incastrati in questa rete. E la verità è che non esistono opere di finzione perché tutto è connesso alla nostra umanità, al nostro essere al mondo qui e ora, dentro questo preciso pezzo di storia, dentro questo caso che ci ha posizionati in questo posto in questo momento. Siamo tutti coinvolti quando si parla di cose che esistono e che sono al mondo. Non ci sono opere di finzione perché anche un romanzo necessita di verità e franchezza. In Addio Fantasmi (Einaudi, 2018) di Nadia Terranova, ad esempio, la storia che si racconta è di finzione, ma gli appigli al reale sono evidenti perché reali sono i concetti espressi, i pensieri che ossessionano Ida, la protagonista.

Quando si parla di autobiografia la questione è ancora più netta e delineata. Si deve raccontare la verità e per verità non si intende raccontare tutto. Simone de Beauvoir nel prologo continua dicendo che lascerà di proposito molte cose nell’ombra. Per verità, infatti, non si intende il racconto per filo e per segno di ciò che è stato; questo risulterebbe impossibile. Abbiamo già detto che la memoria inganna. Ciò che di autentico rimane e si racconta è la traccia che quell’episodio lascia, ed è quella traccia che va raccontata senza filtri e senza imbrogli, anche se è doloroso, anche se fa vergognare spogliarsi per il mondo intero, per degli sconosciuti.

La scrittura è violenza, ha detto una volta Annie Ernaux, e questo è sempre vero perché la scrittura scava, immobilizza, spoglia. Un atto del genere richiede una gran dose di narcisismo e coraggio. Chi scrive combatte a duello con la memoria. In La vergogna (L’orma editore, 2018), Annie Ernaux scrive: “La memoria non fornisce alcuna prova della mia esistenza. Mi fa sentire e mi conferma la mia frammentazione, la mia storicità”.

Scrivere di se stessi condanna: una volta messo nero su bianco, quel fatto è davvero successo, quelle sensazione sono davvero state provate e adesso sono di dominio pubblico. Philip Roth in Patrimonio racconta con tenerezza e attenzione l’ultimo periodo di vita del padre e riporta sulla pagina, senza lirismi, tutta la verità di quel rapporto consegnando al lettore una porzione della propria memoria.

Foto di copertina di Patrimonio

In molti casi, quando si parla di memoria, si racconta del proprio rapporto con i genitori, forse perché sembra risiedere tutta lì, nel luogo in cui siamo stati generati, nel luogo più antico che conosciamo. Philip Roth ne è un esempio calzante, ma ce ne sono altri. Basti pensare a Una morte dolcissima di Simone de Beauvoir che racconta, con la lucidità e la schiettezza che la contraddistinguono, l’ultimo periodo di vita della madre facendo emergere tutte le paure, il senso di dolore, di finitezza, di un tempo che non sarà più. Sulla scia di questo libro Annie Ernaux dedica alla madre Una donna, il resoconto dei mesi che seguono alla sua morte e lo fa, come sempre, scavando nei rapporti e nella persona che quella donna è stata prima di lei, andando a recuperare una memoria che conosce appena, ma che, in qualche modo, le appartiene.
Un altro libro uscito di recente che si inserisce in questo filone è L’estate del ’78 (Sellerio Editore, 2018) in cui Roberto Alajmo racconta l’ultima in volta in cui, senza saperlo, aveva incontrato la madre. Da quell’episodio si sviluppa la storia della sua famiglia e il racconto privato si tramuta, in un attimo, in racconto pubblico, in memoria condivisibile e condivisa.

Roberto Alajmo con la madre

Se la memoria collettiva è importante, allora, lo è ancora di più quella individuale che va preservata, tramandata, difesa perché siamo esseri mutevoli, che si trasformano ogni attimo e che ogni attimo perdono qualcosa. Se la memoria inganna, la scrittura deve inchiodare anche perché “in letteratura” come ha scritto Marco Missiroli in Fedeltà (Einaudi, 2019) “la verità è ciò che si ricorda”.

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