La società inglese della prima età moderna, come il resto d’Europa, aveva nei confronti delle donne un senso di protezione che sfociava nell’asfissiante controllo e malata necessità di disciplinare le loro menti, i loro corpi, preferenze e attitudini, un atteggiamento culminato poi nel bigottismo feroce dell’epoca vittoriana. Nella fisicità femminile, tra le sue morbide forme e lunghe e fitte chiome raccolte in particolari acconciature, si nascondevano i misteri e i segreti sconvolgenti a un occhio maschile. Il corpo e l’onore delle donne erano di fatto proprietà vergognosa degli uomini, non solo fisica, ma anche intellettuale, entrambi dediti a un solo e unico fine: quello del matrimonio e della procreazione.

La Cleopatra di Shakespeare avrebbe spirato esprimendo il suo più grande timore: quello di essere interpretata in una commedia da un attore maschio che avrebbe ridicolizzato la sua figura relegando la sua «grandezza nella postura di una prostituta». Il riferimento è ovviamente legato al divieto assoluto per le donne di salire sul palco, sostituite da un fanciullo dalla voce incerta, uno squeaking boy, un giovinetto che squittiva in pentametri giambici. Un tale affronto è stato sfidato dalla Desdemona di Margaret Hughes, nella seconda metà del Seicento, infrangendo non solamente un tabù professionale ma afferente alla dignità femminile in toto.

Il teatro di Shakespeare ha, in certo senso, tolto le catene alle donne rendendole appassionate e passionali, giuste e crudeli, grandiose e romantiche, coraggiose e malinconiche. Le ha raccontate ed espresse sotto le più diverse sfumature umane, consegnando i suoi personaggi all’eternità. Non è un caso considerando il particolare momento storico dell’Inghilterra: il Bardo componeva come suddito di Elisabetta I Tudor, donna, regina, condottiera e mecenate, simbolo di giustizia e determinazione, ma costretta a dichiarare una verginità simbolica, a sposare il suo popolo per non dover essere cannibalizzata dall’obbligo di diventare moglie e madre.

La letteratura inglese, forse più precocemente delle altre, ha espresso attraverso le sue geniali scrittrici una rivoluzione dalla femminilità fiammeggiante, non solo attraverso le sue autrici, ma anche grazie ai suoi personaggi. Se Judith Shakespeare avesse ricevuto in sorte il genio del fratello, sarebbe stata costretta a soffocarlo e a reprimerlo, nascondendolo nel rito di un matrimonio sgradito e gravidanze difficili. Lo afferma Virginia Woolf nel 1928 sconvolgendo una tradizionale Università di Cambridge nel corso di un seminario, e una platea di lettori poi con la pubblicazione di Una stanza tutta per sé, pietra miliare della saggistica femminista. Idealmente Judith è stata “vendicata” da figure eccezionali nella loro passionalità, che fosse per amore, brama di potere o presunta pazzia, personaggi nati in un mondo di finzione che affascinano ancora oggi rimanendo il simbolo di una femminilità complessa, estrema, libera di esprimersi.

Catherine Earnshaw. Fonte: unadonna.it

Catherine Earnshaw, la protagonista di Cime tempestose di Emily Brontë, è una di esse; viso pallido e capelli corvini, Catherine è impavida come il vento eterno che ha radici nella sua brughiera, feroce nel suo amore e odio per Heathcliff che con le condivideva la stessa “furiosa natura”, un’indole giudicata perversa e immorale agli occhi della società vittoriana. Emily la descrive quasi specchiandosi nel suo alter ego, essendo lei stessa caratterizzata da una natura affine; anche lei pallida e perennemente afflitta dalla tubercolosi, dagli occhi e capelli neri, esclusivamente a suo agio immersa nella brughiera inglese, in compagnia di animali selvatici che accudiva e portava a casa. Rimane imprecisato il complicato rapporto con il fratello Branwell, morto qualche mese prima di lei, per la sua dipendenza da alcolici e oppio. Si dice che dopo questo dolore, Emily abbia smesso di curarsi adeguatamente, rifiutando di rimanere a letto e di vedere un medico, quasi ricordando le irresponsabili e folli corse attraverso la brughiera innevata di Catherine, urlando il nome di Heathcliff. Emily e la sua celebre protagonista si nutrono di segreti e sublime per restituirlo nella vita e nella scrittura, due spiriti evanescenti che spalancavano finestre e si perdevano nella tempesta in un epoca di cucito e clavicembali nei salotti.

Ellen Terry nella parte di Lady Macbeth, ritratta da John Singer Sargent nel 1889. Fonte: wikipedia.it

Un passo indietro e nel Macbeth del già citato William Shakespeare, un dramma che porta il nome di un uomo, su tutti appare sovrastante il personaggio di Lady Macbeth. Crudele, impietosa, affamata di potere, che utilizza le mani e la persona del suo consorte per attuare i peggiori crimini e diventare regina di Scozia.

“Ma affrettati a tornare,
ch’io possa riversarti nelle orecchie
i demoni che ho dentro,
e con l’intrepidezza della lingua
cacciar via a frustate
ogni intralcio tra te e quel cerchio d’oro
onde il destino e un sovrumano aiuto
ti voglion, come sembra, incoronato.”

(W. Shakespeare, Macbeth, Atto I, scena V, traduzione di Goffredo Raponi)

Le sue parole sussurrate tessono la trama di una tra le tragedie meglio riuscite di Shakespeare, in cui la figura femminile è demoniaca e vicina alle forze del male più spietate, che fin dall’inizio si esprimono nella figura delle streghe che, tra lampi e tuoni, compaiono come spettri, anche qui, nel mezzo di una brughiera intrisa nella cupa foschia.

Illustrazione di Bertha Mason di F.H. Townsend, per la seconda edizione di Jane Eyre. Fonte: sophiecritiques.wordpress.com

Si ritorna all’epoca vittoriana, a un altro romanzo capolavoro, opera di un’altra delle sorelle Brontë: la più pacata Charlotte, autrice di Jane Eyre. Non, in questo caso, la protagonista, la bruttina ma indipendente istitutrice, a essere il centro dell’analisi, ma la “pazza donna nel sottotetto”, la moglie tenuta segreta del signor Rochester, Bertha Mason. Quasi per la maggior parte del libro, questa figura aleggia come uno spirito funesto, un segreto da soffocare in un armadio, o meglio, in soffitta. Si sentono urla, porte che sbattono, voci strozzate; ma Bertha ha un volto e una storia da raccontare e sarebbe riduttivo considerarla “il cattivo” della vicenda, la pazza che ha dato alle fiamme la casa. Giustizia viene fatta con Il grande mare dei Sargassi di Jean Rhys, molti anni dopo. Qui Bertha si chiama Antoinette ed è una donna creola, imprigionata in affari maschili e di dote, costretta a lasciare la sua Giamaica per essere merce di scambio. Antoinette perde tutto: dal suo nome, al diritto all’amore di un uomo, la sua dignità e, infine, il senno. Merito di Jean Rhys è quello di averle dato una voce, una fisionomia che non fosse quella sconvolta che troviamo nelle parole di Jane Eyre, una storia, un perché.

Queste tre donne, Catherine, Lady Macbeth e Antoinette, hanno in comune una forza sovrumana, un’ intricata ragnatela di coraggio e debolezze, una passione possente che attraversa la letteratura inglese fino ai nostri giorni. C’è anche per tutte e tre un triste destino volto al delirio e alla pazzia, una lotta straziante e frustrante con gli altri, con la società, ma, soprattutto, con loro stesse, con i propri spettri e con la violenta volontà di affermare la propria passione, di raggiungere il trono, di credere al cielo sopra la soffitta, nonostante tutto, nonostante la natura di donna.

Crediti immagine copertina: John William Waterhouse, Miranda – The tempest, 1916. Fonte: Wikimedia Commons.
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