Anne Sexton non era tagliata per i ruoli, né tanto meno per quelle maschere che ogni singolo esemplare umano era costretto ad indossare e che lei conosceva fin troppo bene. C’era nata dentro, del resto: la sua famiglia vantava importanti ascendenti sociali, era benestante e alto borghese; e con quei suoi grandi occhi azzurri – chiarissimi e attentissimi – Anne aveva captato sin da bambina quelle maschere quotidiane, vivendone anche il retroscena grottesco. Inserirsi in quelle scuole abbienti e imbalsamate imposte dalla famiglia le era praticamente impossibile: il ruolo di studentessa e ragazza per bene le stava stretto, strettissimo; eppure, era una ragazza incredibilmente ricettiva, nonché creativa. Nessun maestro se ne accorse, ma quella giovane studentessa svogliata, irriverente e fin troppo spesso assente, sfogava le prime mancanze e le prime vere emozioni scrivendo poesie. Una valvola ancora infantile, ovviamente, ma positiva; un sollievo che le venne strappato troppo presto, però, quando la madre, trovati i quaderni, l’accusò di plagio. Quei versi sinceri si trasformarono in una truffa bella e buona, e quella pulsione creativa rientrò velocemente sotto pelle, scottata dall’urto dello sfogo materno, inesprimibile. Anne, infatti, non si avvicinò più alla poesia, e crescendo si perse piuttosto in tante piccole tresche che non andavano mai veramente da nessuna parte, e che almeno colmavano un vuoto ancora incompreso, ma ben presente – pressante. Solo una di queste sfociò in un matrimonio colmo di speranze ma fallimentare sin da subito, e che costrinse Sexton a cercare di impossessarsi disperatamente di quella maschera di moglie perfetta, rispettabile e sempre sorridente che innervava la vita familiare americana degli anni ’50: “mi stavo dannando l’anima per condurre una vita tradizionale – dirà in un’intervista del 1968 al Paris Review – ma non si possono costruire piccole palizzate bianche per tenere lontani gli incubi”. La maschera, prima o poi, sarebbe inesorabilmente crollata, e la “superficie” si spezzò a ventotto anni, quando tentò per la prima volta di suicidarsi con le pillole antidepressive. 

Fonte: www1.wdr.de.

 

Anne aveva appena dato alla luce la sua seconda bambina, era caduta nella depressione post partum, e aveva cominciato i primi andirivieni dagli ospedali psichiatrici. In quel momento aveva “smesso di amarsi”, e si lasciò “rapire l’anima dalle streghe”:

La morte era più semplice di quanto credessi (…) ho finto d’esser morta

finché uomini bianchi m’hanno spompato il veleno

m’hanno messo senza braccia e slavata

nella manfrina di scatole parlanti e letti elettrici

Racconta così il tentato suicidio nella poesia La doppia immagine. Cominciano gli anni di crolli psicotici e intossicazioni da Nembutal; anni di inferno passati dentro e fuori quegli “asettici tunnel dove i morti che camminano ancora parlano di spingere le ossa contro l’urto della cura” (Tu, Dottor Martin). Ma furono, questi, anche gli anni della rinascita: “Un tempo ero bella – continua il componimento – ora sono me stessa”. 

Furono anni di intensa attività scrittoria: Anne riprese in mano la penna spinta dal suo psicoterapeuta, l’unico ad aver capito l’autentica necessità di una valvola di sfogo simile, e non la lasciò più. Cominciò anche a seguire lezioni e seminari universitari pur di comprendere meglio il proprio mezzo, entrando in contatto con giovani poeti che come lei non sapevano più viverla quella vita fittizia (non a caso, a Boston, divenne amica di quelli che sarebbero stati i poeti di una generazione: W.D. Snodgrass, Maxine Kumin, Sylvia Plath). Anni di immersione totale nella scrittura di confessional poems viscerali; di verità incensurate che sapevano di una boccata d’aria fresca dopo tante finzioni e maschere, ma che, al tempo stesso, tornavano continuamente come fossero fantasmi impossibili da scacciare. Quei versi erano la cura, il tentativo di comprendere se stessa e il proprio dolore e riportare in superficie quella onnipresente pulsione di morte che l’accompagnò per tutta la vita – quella “droga così’ dolce che farebbe sorridere un bambino”, scrive in Voglia di Morire

 Buttare tutta quella vita sotto la lingua!

già questa, di suo, diventa una passione.

La morte è un osso triste; contuso, diresti,

e tuttavia lei mi attende, anno dopo anno,

per risanare così’ delicatamente una vecchia ferita,

per svuotare il mio respiro dalla sua cattiva prigione

Le sue sono poesie imbevute di angoscia e di un senso di colpa lacerante: non essere quella madre sorridente e affettuosa era una colpa insopprimibile per Sexton; e le sue poesie diventano il luogo privilegiato dove poter entrare in dialogo con le proprie colpe, con le proprie “incapacità”, trasformandole in versi profondamente dolenti: “Io, che non fui mai certa d’essere femmina / avevo bisogno di un’altra vita, / di un’altra immagine per ricordarmi./ E fu questa la mia più grande colpa: / tu non potevi curarla o lenirla. / Ti ho fatta per trovarmi” confesserà alla fine di La Doppia Immagine, il componimento (per certi versi il suo manifesto poetico) dove le sensazioni di morte e il dolore per l’abbandono della sua secondogenita si declinano in immagini struggenti che lasciano l’amaro in bocca. 

Tutta la sua vita entrava nelle poesie, senza remore, imbarazzi o inibizioni. La sua è una poesia che sa essere estremamente diretta e graffiante, che non trattiene se stessa nell’affrontare temi come la psicosi e la morte (come nelle raccolte Bedlam and Part Way Back, 1960, e Live or Die che le valse anche il Premio Pulitzer nel 1966), né tanto meno nei confronti della propria esperienza di donna: aborti, mestruazioni, masturbazione, adulterio – temi tabù che Sexton scelse di abbracciare con sincerità spalancando la strada verso una nuova consapevolezza tutta femminile. In queste poesie è il corpo a diventare protagonista assoluto del verso: le pulsioni erotiche si fanno centri nevralgici di temi e immagini profondamente innovative non solo perché estranee a qualsiasi tradizione, ma anche perché autentiche, reali – semplicemente “vere”. Ma attenzione: questa rivendicazione del proprio corpo non ha mai avuto nulla di veramente politico; il suo non era altro che il ritratto in versi di una ricerca sincera di contatto, di un viscerale bisogno di fusione autentica, profonda (e mai veramente riuscita) con i propri amanti, e dove è ancora un intimo senso di colpa a infettare l’aria di spettri. Eros&Thanatos, quindi: una dissacrante opera poetica capace di rivoltare lo stomaco con versi struggenti. Una poetessa “primitiva”, come si definiva la stessa Sexton, che apparteneva alla “specie delle streghe” (dichiara in Her Kind) che non aveva paura di riportare alla luce immagini ardite, estremamente concrete, ma che sapevano essere anche profondamente simboliche, attinte da quel serbatoio di reminiscenze infantili seppellite nel proprio inconscio.

Anne Sexton si suicida il 4 ottobre 1974, chiudendosi in macchina aspettando di morire per il gas di scarico, vestita della sola pelliccia: semplicemente impeccabile.

In copertina: un ritratto della poetessa Anne Sexton. Fonte: www.sites.utexas.edu.
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