Il racconto delle epidemie, con i suoi effetti raccapriccianti e la lotta disperata che l’uomo gli oppone, con le perdite e le guarigioni, le vittorie e le sconfitte, riempie da sempre il nostro immaginario letterario condiviso. La “letteratura pestilenziale” è quasi un genere a sé stante, doloroso ma necessario, o meglio imprescindibile.

Quello che sta succedendo in questi giorni, con l’emergenza Coronavirus che riempie le prime pagine dei giornali e i programmi televisivi, generando una psicosi collettiva paralizzante, ci sta portando a immaginarci proprio dentro a uno di questi scenari orribili descritti dalla letteratura. Ripercorriamoli insieme, scoprendone non solo l’incredibile attualità, ma soprattutto il potere catartico e liberatorio rispetto alle fobie che inevitabilmente ci attanagliano in queste ore.

Epidemie nel mondo classico

Già nel mondo classico si parla di peste in Omero e in Sofocle, e prima Tucidide e poi Lucrezio descrissero l’epidemia che colpì Atene nel 430 a. C., in piena guerra del Peloponneso. Il De Rerum Natura, capolavoro del poeta latino, si conclude infatti con la rappresentazione grandiosa e apocalittica della città infetta, e con un’accurata elencazione dei sintomi fisici, psicologici o sociali che il morbo comporta. I moribondi sono buttati per le strade, i templi sono colmi di cadaveri. È una narrazione macabra, priva di speranze: un vero e proprio trionfo della morte. L’uomo, scopertosi nella malattia solo, spogliato da ogni aiuto divino, è ora esposto al mondo in tutta la sua debolezza e la sua infamia. La peste è il simbolo più potente e agghiacciante della morte, dell’inevitabile impotenza umana. A chi si è trovato, magari a scuola, a leggere brani come quello di Lucrezio, sarà capitato di pensare frasi del tipo: “Per fortuna a me non capiterà mai”. Sembra che l’uomo moderno abbia sconfitto la paura della morte semplicemente facendo finta che questa non esista, tenendosi in piedi in un equilibrio precario di rimozione e autocontrollo.

Se prima pareva tanto facile, e naturale, pensare che a noi tutto questo non potesse mai accadere, e così rinfrancarsi, adesso la paranoia ci conduce inesorabilmente a presagire il peggio. Che il pericolo sia davvero così grave oppure che si stia esagerando, le notizie dei supermercati svaligiati sono l’immagine di un mondo che in un attimo è caduto preda del panico. Quell’equilibrio di rimozione e autocontrollo sembra essere saltato. Ecco perché l’epidemia attrae fatalmente la letteratura, ecco perché è un così perfetto soggetto di narrazione. Epidemia significa perdita del controllo: in una parola vuol dire caos. E cos’altro fa, la letteratura, se non tentare di raccontare, e quindi di dominare, il caos?

Il capolavoro manzoniano

Alessandro Manzoni, nei Promessi Sposi, racconta la terribile pestilenza che colpì nel 1630 la città di Milano. La sua narrazione è un trattato appassionante sull’umana capacità di sbagliare ripetutamente: gli errori che l’uomo compie nell’affrontare un’emergenza sono stati, sono e saranno infatti sempre i medesimi. Ci sono le autorità e la popolazione che sottovalutano il morbo, per paura o negligenza; c’è la peste che si espande a macchia d’olio durante una processione religiosa indetta proprio per cercare di scongiurarla; ci sono i monatti, che si occupano del trasporto dei cadaveri e che spesso ne approfittano per derubare morti e malati; c’è, soprattutto, il minaccioso clima di paranoia che si propaga per le vie della città. Spuntano infatti storie e leggende sui cosiddetti untori, immaginari portatori della peste che diffondono il morbo imbrattando i muri (del processo a due di essi parla anche la Storia della colonna infame). Le dinamiche sono chiare: istituzioni nel caos, popolazione prima scettica e poi in preda al panico, ricerca folle di un capro espiatorio, vergognoso sciacallaggio. Situazioni che, fortunatamente molto più in piccolo, sembrano starsi ripetendo anche oggi. D’altronde, si diceva, le reazioni di fronte al diffondersi di un’epidemia sono abbastanza prevedibili: lo dimostra Dino Buzzati in un suo divertente racconto, La peste motoria, nel quale immagina che un’epidemia si diffonda non tra gli uomini ma tra le automobili. Gli sviluppi, inutile dirlo, sono sempre gli stessi, e quella buzzatiana è un’autentica parodia del Manzoni: le auto vengono posteggiate, per precauzione, nei prati della periferia, mentre i monatti-meccanici appiccano roghi di macchine in un recinto chiamato “lazzaretto”.

La copertina dell’edizione del 1840 dei “Promessi Sposi”. Fonte: Wikimedia Commons.

Dal Decameron a Stephen King

L’epidemia, letterariamente parlando, è un vero e proprio escamotage: spesso è adoperata per far partire l’azione oppure per portarla avanti. L’esempio più classico è quello del Decameron, in cui dieci giovani fiorentini si rifugiano in campagna per sfuggire alla terribile peste del 1348, e qui cominciano a raccontarsi novelle. Ma si pensi anche a Nemesi di Philip Roth, dove al centro della vicenda c’è un’epidemia di poliomielite, o alla serie di romanzi post-apocalittici che prendono il via proprio da qualche devastante virus. Tre esempi: La peste scarlatta di Jack London, Io sono leggenda di Richard Matheson, L’ombra dello scorpione di Stephen King. Quando uno scrittore vuole raccontare la fine del mondo, di solito mette in scena un’epidemia. Nella Maschera della morte rossa, di Edgar Allan Poe, il principe Prospero riesce a salvarsi dalla peste rifugiandosi insieme ad amici nel suo palazzo, ma il morbo farà la sua apparizione durante un surreale ballo in maschera, rendendo palese ancora una volta l’estrema fragilità umana. Anche quella di Poe, più in piccolo, è una fine del mondo. In mezzo all’epidemia l’umanità si riscopre allora nuda e infreddolita, e a ognuno tocca esporre la sua vera natura: a dominare sono purtroppo il terrore e l’egoismo.

L’uomo è un animale sociale. Vive delle sue relazioni, dei suoi amori come dei suoi odi: il rapporto con gli altri è ciò che ci rende umani. L’epidemia è in questi termini in-umana perché spinge invece all’isolazionismo, a rinchiudersi nella corazza del proprio egoismo, a porre la paura prima di qualunque altra cosa, perfino degli affetti più cari. Nell’Introduzione alla prima giornata del Decameron, Boccaccio ce lo dice chiaramente:

“…era con sì fatto spavento questa tribulazione entrata ne’ petti degli uomini e delle donne, che l’un fratello l’altro abbandonava e il zio il nipote e la sorella il fratello e spesse volte la donna il suo marito; e (che maggior cosa è e quasi non credibile), li padri e le madri i figliuoli, quasi loro non fossero, di visitare e di servire schifavano.”

John William Waterhouse, “A tale from the Decameron” (1916). Fonte: Wikimedia Commons.

Eppure, ci sono uomini e donne che reagiscono. La letteratura, di fronte al trionfo della morte inscenato dalla malattia, colloca un contro-altare, una pars costruens: è il valore dell’umanesimo, di colui che di fronte al male, al caos, alle forze che tentano di dividerlo, prova comunque a rimanere umano. All’epidemia si oppone allora una vitalità e una forza di volontà che sono forse il cuore pulsante della “letteratura pestilenziale”. Lo si vede bene proprio nel Decameron: l’immagine sognante dei dieci giovani che si raccontano novelle, spesso licenziose, in un contesto idillico, è un vero e proprio omaggio alla vita e ai suoi piaceri; in primis proprio al piacere del racconto, simbolo stesso della convivialità, in perenne opposizione al muto isolazionismo della pestilenza. Se l’epidemia divide, le novelle uniscono.

L’epidemia come metafora esistenziale in Camus e Saramago

Albert Camus, nel suo romanzo La peste, mette in scena un vero e proprio teatro delle diverse reazioni umane di fronte alla catastrofe, quella del morbo epidemico che colpisce la città algerina di Orano. Tra tutti, c’è chi trova la forza di combattere rischiando la vita, e la sfida dell’uomo di fronte al caos si profila come una prova di autentica resistenza. Non c’è spazio per forze ultraterrene o preghiere. Quello di Camus è un umanesimo laico: bisogna aiutarsi l’un l’altro in quanto tutti essere umani. Solo insieme si potrà contrastare la barbarie, e non è un caso che la peste camusiana sia un’allegoria della Seconda guerra mondiale e del nazismo. In Cecità, forse il romanzo più conosciuto dello scrittore portoghese José Saramago, l’epidemia che colpisce gli uomini è quella di una cecità che fa sprofondare il mondo in un mare di bianco. I protagonisti si ritroveranno, ciechi, rinchiusi in quarantena in un ex manicomio, dove la situazione ben presto degenererà: il libro di Saramago, come quello di Camus, è durissimo. Ancora una volta, l’uomo è nudo in tutta la sua miseria. Nell’ex manicomio si scoprirà davvero chi è cattivo e chi invece non lo è. Eppure, il messaggio di Saramago è sempre quello: resistere. La scelta, in Cecità, è tra l’abbandono totale e la dignità. È un equilibrio sottilissimo, che divide ciò che è umano da quello che invece non lo è.

Dedicarsi alla lettura di storie di pestilenze, di questi tempi, può, a seconda delle persone, esorcizzare il panico oppure amplificarlo. Ma noi vogliamo comunque consigliarvele. La lotta dell’uomo contro il caos, ci confessa la letteratura, è una situazione inevitabile. I libri non possono salvarci dalla malattia vera e propria, ma possono farlo dalla perdita di umanità che la malattia comporta. È sempre meglio restare vigili, in questi tempi come in altri più tranquilli. Se terrore e paranoia ci assalgono, bisogna tentare di rimanere umani, e continuare a ripeterci: ci sono cose più importanti della paura.

Edizione Bompiani, euro 13.

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