di Cristina Cassese

Natsuo Kirino, al secolo Mariko Hashioka, nasce a Kanazawa nel 1951 e comincia la sua carriera letteraria relativamente tardi, intorno ai 35 anni; sceglie sin da subito uno pseudonimo equivoco che in giapponese può essere tanto maschile quanto femminile perché l’hard boiled nella sua terra, agli inizi degli anni ‘90 è appannaggio esclusivo degli scrittori e una donna che scrive di delitti, violenze sessuali e non, emancipazione femminile, rapporti corrotti tra forze dell’ordine e yakuza fin ad allora proprio non s’era mai vista.

Già dalle prime opere è evidente la volontà di Kirino di raccontare la società contemporanea attraverso storie di crimini, spesso ispirati da eventi realmente accaduti: nella varietà di trame, contesti e personaggi che popolano gli oltre venti romanzi dell’autrice nipponica, la dimensione del rapporto tra individuo e società nell’età postmoderna sembra persistere e acquisire sempre maggiore profondità e spessore.

Del 1997 è il romanzo più noto, un vero e proprio caso letterario: Le quattro casalinghe di Tokyo (BEAT, euro 13.50) è una sorta di versione pulp ante litteram delle celeberrime “Desperate Housewives” della TV americana e racconta le vicende di quattro signore di mezza età alle prese con il cadavere del marito di una di loro, ucciso per esasperazione in un momento di raptus. I tentativi di sbarazzarsi del corpo permettono alla scrittrice di aprire squarci sui piccoli e grandi orrori quotidiani delle protagoniste facendo emergere le singole vicende che si compongono progressivamente in un quadro via via sempre più unitario, seppur ricco di contrasti e di contraddizioni.

S’infrange ed esplode, grazie alle pagine di Kirino, l’immagine stereotipata della femminilità giapponese, in parte derivata dai manga e in parte ancorata alla figura tradizionale della geisha che tanta fortuna ha avuto nella colonizzazione dell’immaginario occidentale a proposito del Sol Levante. Le casalinghe di Tokyo, che peraltro casalinghe non sono bensì operaie sfruttate e sottopagate, non sono donne fragili e sensuali alla mercé dei desideri e delle volontà maschili, ma figure controverse, ambigue, a tratti ironiche e sadiche, talvolta meschine, in bilico tra gli effetti delle proprie scelte sbagliate e le possibilità di un futuro prossimo incerto ma al tempo stesso allettante.

Ma le questioni di genere sono solo una delle tante facce della letteratura di Kirino: Real World del 2003 (Neri Pozza, euro 15.50) è l’opera che indaga la dimensione esistenziale dei teenagers contemporanei, sovraesposti sui social media sin dalla più tenera età eppure tremendamente soli e isolati, in perenne fuga da un mondo – quello degli adulti- che sembra pronto a fagocitarli nei suoi rigidi schemi precostituiti; il matricidio commesso da uno dei protagonisti è l’espediente narrativo che apre lo scenario di Kirino su questa prima generazione del XXI secolo che agisce e reagisce, anche violentemente, alla liquidità della società contemporanea.

Infine Una storia crudele del 2004 (BEAT, euro 6.90) è un metaromanzo che veicola una profonda riflessione sul potere terapeutico e catartico della scrittura. La protagonista, Koumi Narumi, è un’autrice di successo che scompare improvvisamente lasciando dietro di sé un manoscritto autobiografico in cui racconta l’esperienza di rapimento vissuta per un anno intero da bambina: ne emerge un mondo dai confini sfumati, fatto di percezioni sottili e di emozioni contrastanti che descrivono l’evoluzione di un’esistenza con un’abilità introspettiva straordinaria. Kirino ci trasporta nella dimensione interiore dell’infanzia traumatizzata del suo personaggio con una leggerezza, una semplicità e una soavità che infondono più angoscia della storia in sé. Una storia, appunto, cruda e crudele in cui i ruoli di vittima e carnefice assumono contorni sbiaditi e inaspettati.

© riproduzione riservata