Se dovessimo parlare dell’autore che più ha rappresentato l’età vittoriana nelle sue opere, sicuramente sarebbe obbligato citare Charles Dickens. Lo scrittore inglese attraversa e assorbe la sua contemporaneità e i veloci cambiamenti che la sconvolgono in una Londra quasi labirintica, tra fumo nero, cupole e guglie gotiche. I suoi romanzi restituiscono al lettore di ieri e di oggi una fotografia sincera, spietata e tragi-comica di una società che per stare al passo con lo sviluppo si affanna a sottomettere i più deboli, trasformando quei “tempi difficili” in un calvario di povertà e denigrazione per alcuni. La Rivoluzione Industriale, la gentrificazione delle classi, i passi da gigante fatti dalla tecnologia e dalla scienza, ma anche la miseria e il lavoro minorile, erano due facce della stessa medaglia, due contraddizioni e due anime della stessa Londra.

Dickens

Ritratto del 1860 di Charles Dickens. Fonte: wikipedia.org

“Era il tempo migliore e il tempo peggiore, la stagione della saggezza e la stagione della follia, l’epoca della fede e l’epoca dell’incredulità, il periodo della luce e il periodo delle tenebre, la primavera della speranza e l’inverno della disperazione. Avevamo tutto dinanzi a noi, non avevamo nulla dinanzi a noi.”

Charles Dickens intesse storie e dà vita a una molteplicità di personaggi che si avvicendano tra le pagine interpretando le sfumature più umane e più becere di una società divisa e ingiusta. Seppure i diritti umani erano un dettaglio trascurabile a cui non badare più di tanto, in Era Vittoriana vigeva un’alta concezione della moralità che condannava l’estrema dissolutezza e ogni deviazione dai costumi, facendo della povertà una colpa e una pena da scontare senza possibilità di appello. “L’arte di Dickens era la più raffinata delle arti: era l’arte di godere di tutto”, scriveva Gilbert Keith Chesterton, “Dickens ha goduto di ogni personaggio dei suoi libri, e tutti hanno apprezzato i suoi personaggi. I suoi romanzi sono pieni di delinquenti e furfanti, ma i cattivi e vigliacchi sono persone talmente deliziose che il lettore si augura sempre il truffatore metta la testa attraverso una finestra laterale per fare un altro commento, o che il prepotente dica qualcosa d’altro dal fondo delle scale. Il lettore si augura davvero questo, ed egli non può sbarazzarsi della fantasia che l’autore speri proprio che lui pensi questo.”

I bassifondi di Glasgow nel 1871. Fonte: wikipedia.org, diritti di Thomas Annan

I romanzi di Dickens ritraggono quell’Inghilterra vissuta in prima persona dall’autore stesso, travolto e sconvolto all’età di dodici anni perché costretto a lavorare in una fabbrica di lucido da scarpe per sostenere una famiglia colma di debiti. Un Oliver diventato poi giornalista e scrittore, che ha trovato la forza e il coraggio di trovare un riscatto in un mondo opprimente e soffocante. Dickens, secondo le parole di Stefan Zweig aveva “uno sguardo tutto terreno, uno sguardo da marinaio, da cacciatore, uno sguardo di falco per le piccole cose umane. – Ma sono le piccole cose – disse egli una volta – che formano il senso della vita.”. Ed è proprio la capacità dell’autore di mettersi nei panni dei suoi personaggi, di vedere la vita, gli inganni, la sofferenza con i loro occhi, che rende il suo romanzo colmo di verità e di umana onestà.

Ragazza che tira un carrello in una miniera. Dal rapporto ufficiale della commissione parlamentare nella metà del XIX secolo. Fonte: wikipedia.org

Non solo ritroviamo nei suoi capolavori un catalogo di caratteri e costumi vittoriani, ma non sarebbe esagerato affermare che Charles Dickens sia uno dei padri del Natale così come lo conosciamo oggi:

“Dickens era un puro innovatore – un progressista per eccellenza – e non aveva alcun rimpianto delle epoche passate, ad eccezione forse di una sorta di sentimentalismo per le torri delle cattedrali. Era all’oscuro del terribile potere della superstizione – era essenzialmente un direttore di scena, la metteva in scena per provocare reazioni nel pubblico. Il suo Natale significava vischio e pudding – non la resurrezione dai morti, né la nascita di nuove stelle, né l’insegnamento di saggi o di pastori.”

John Ruskin

Vischio, pudding e alberi decorati arricchivano le case borghesi circondate da una notte di invisibili spiriti presenti in carne e ossa la cui fame e il cui dolore rimangono inascoltati. A Christmas Carol dà voce a questi ultimi in una rilegatura in velluto rosso e bordi dorati, un racconto per risvegliare le coscienze e aprire la mente, commuovere e smuovere l’animo in un afflato di empatia e comprensione.
“Mi chiedo se per caso hai letto I Libri di Natale di Dickens” – chiese Robert Louis Stevenson a un amico – “Io ne ho letti due, e ho pianto come un bambino, ho fatto uno sforzo impossibile per smettere. Quanto è vero Dio, sono tanto belli, e mi sento così bene dopo averli letti. Voglio uscire a fare del bene a qualcuno […] Oh, come è bello che un uomo abbia potuto scrivere libri come questi riempiendo di compassione il cuore della gente!”.

Illustrazione di John Leech. London: Chapman & Hall, 1843. Fonte: wikipedia.org

Se dovessimo paragonare Dickens a un momento della storia dell’arte verrebbe in mente sia il realismo e la schiettezza dei quadri di Millet, sia la spontaneità e il ritratto vivo della società degli impressionisti. Il tratto con cui dipinge le sue storie e intesse relazioni non può essere paragonato ad altri, così come non si può pensare al romanzo senza annoverarlo tra i più grandi esponenti e maestri narrativi, geniale nel suo umorismo, libero innovatore, umanamente sentimentale e poeticamente diretto.

In copertina: Charles Dickens nella sua biblioteca. Fonte: publicdomainpictures.net
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