C’è chi da sempre sostiene che le opere letterarie, la prosa così come la poesia, abbiano un fondo di verità che scaturisce dall’esplorazione della realtà circostante. Qualsiasi scritto, in generale, è condizionato dall’esperienza personale dello scrittore, dalla sua vita così come dai suoi ricordi: materiale fertile tra cui destreggiarsi nell’operazione di stesura di un’opera.

Un murales dedicato a Oscar Wilde. Fonte: Flickr.

Il 16 ottobre 1854 nasceva Oscar Wilde, l’autore – tra le diverse opere – de “Il Ritratto di Dorian Gray”, un romanzo che penetra non solo nella società del tempo facendone fuoriuscire tutte le contraddizioni ma soprattutto nelle viscere della personalità sfuggente e misteriosa di un ricco esponente della gioventù londinese del XIX secolo: Dorian, il cui nome fu utilizzato per la prima volta proprio da Wilde e la cui radice greca significherebbe “dono”; come quello della gioventù e della bellezza di cui è latore proprio il protagonista del romanzo.Se volessimo, infatti, paragonare la vita di uno degli scrittori più caratteristici della letteratura irlandese con la vita di uno dei suoi personaggi più amati, Dorian Gray, troveremo delle corrispondenze particolari che non sono altro che l’attestazione della forza con cui la personalità di un personaggio come Oscar Wilde si impone nella storia a lui contemporanea.

A partire proprio dall’identità caratterizzata dal nome, è risaputo che Oscar Wilde non amava identificarsi in un nome preciso: da Wills Wilde a Sebastian Melmoth, molte sono le firme sotto le quali si nascondeva lo scrittore irlandese. Un po’ come il “nome-non più nome” di Mattia Pascal che rinuncia ad un’identità precisa a favore della mutevolezza della realtà, infatti, Oscar Wilde è un personaggio aleatorio e il suo nome non è definibile così come la sua natura, l’essenza della sua anima.Lo stesso Dorian Gray, in definitiva, è un personaggio incerto che fa del suo nome, però, una gabbia da cui non ne uscirà vivo. Sembrerebbe proprio il suo nome, infatti, quel fardello che è causa dei suoi dolori e esplicitazione della sua indole di giovinezza eterna a cui Dorian non saprà mai rinunciare. Si tratterebbe della stessa giovinezza eterna che deriva dal nome di Oscar che “era il nome del figlio di Oisin (l’Ossian dei Poemi) nato nella terra dell’eterna giovinezza, da ciò l’augurio di rimanere sempre giovane”.

Monumento di Oscar Wilde a Dublino, Piazza Merion. Fonte: Wikimedia Commons.

La bellezza della giovinezza è ciò che trascina Dorian Gray in un circolo vizioso di depressione e perversione che nemmeno il vero amore riuscirà a spezzare: l’ossessione del tempo che passa inesorabile è l’essenza stessa del protagonista proprio perché “la bellezza, la vera bellezza, finisce là dove l’espressione intellettuale comincia. L’intelletto è di per se stesso una forma di esagerazione e distrugge l’armonia di qualunque volto”. Il “pensar troppo” che sviluppa la cultura e l’intelletto della persona ma che mina giovinezza e bellezza è il punto col quale anche Oscar Wilde si congiunge: anche lo scrittore irlandese è ossessionato dall’eterna giovinezza a tal punto da non rivelare mai precisamente la sua vera età: modus operandi ereditato dalla madre Jane Francesca Elgee, poetessa irlandese.

L’indefinitezza dell’individualità contro le imposizioni di una società borghese e omologante è il filo che percorre tutte le pagine de Il ritratto di Dorian Gray e arriva all’esperienza stessa dell’autore; condannato più volte per “gross public indecency” ovvero per omosessualità. Ma anche questa declinazione della personalità di Oscar Wilde, non pare altro che la conferma della rinuncia ad un’identità precisa e schematica, al dovere del matrimonio, ai benpensanti e alle leggi della società: “tutti hanno dimenticato quello che è il più alto dei doveri, il dovere che abbiamo verso noi stessi. Sono caritatevoli, certo, dànno da mangiare agli affamati e vestono gli ignudi, ma le loro anime restano affamate e nude. Il coraggio è scomparso dalla nostra razza; in realtà forse non l’abbiamo mai avuto. Il terrore della società che è la base della morale e il terrore di Dio che è il segreto della religione sono le due cose che ci governano”.

L’indefinitezza, in effetti, è la natura stessa di una realtà che è in continuo mutamento e per sua natura, dunque, anche l’uomo non può essere identificato; è l’identità a costringere l’uomo in una maschera, in una gabbia da cui non riesce a liberarsi:

Io ho fede nella razza.

– Per me la decadenza ha un fascino maggiore.

– E l’arte? – chiese lei.

– È una malattia.

– L’amore?

– Un’illusione.

– La religione?

– Il surrogato elegante della fede.

– Sei uno scettico.

– No davvero. Lo scetticismo è il principio della fede.

– Ma che cosa sei?

– Definire è limitare.

– Dammi un filo.

– I fili sfuggono di mano. Ti smarriresti nel labirinto

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