Alekos Panagulis era “un uomo”: così lo definisce con banale verità Oriana Fallaci che darà proprio questo titolo – “Un uomo”, appunto – al libro che scriverà su di lui.

Sono ad Atene ed è il 1973 quando si incontrano per la prima volta. Panagulis è appena tornato a casa dopo cinque anni di prigionia sotto la dittatura greca dei colonnelli. La Fallaci si precipita ad Atene con il presentimento, come scrive nel libro, che stesse per piombargli addosso qualcosa di irreparabile. Non ha idea di come sia il volto di Alekos, non ha mai visto una sua fotografia, ma lo riconosce immediatamente, perché “quell’uomo mingherlino, bruttino, dai piccoli occhi che bruciavano neri e i grandi baffi che spiccavano neri sul pallore malato del volto” non può che essere lui.

Oriana Fallaci intervista Alekos Panagulis. Atene, 23 agosto 1973

Oriana Fallaci intervista Alekos Panagulis. Atene, 23 agosto 1973

“Ciao, sei venuta. Ti aspettavo. Vieni”: comincia così la storia “dell’amore più pericoloso che esista: l’amore che mischia le scelte ideali, gli impegni morali, con l’attrazione e coi sentimenti”. Comincia dopo il periodo più buio della vita di Alekos, trascorso nel carcere di massima sicurezza di Boiati a seguito dell’attentato progettato e fallito ai danni di Geōrgios Papadopoulos, capo della giunta militare tra il 1967 e il 1973. Viene così arrestato, torturato, condannato a morte e all’ergastolo, ma viene liberato nel 1973, grazie all’amnistia.

“Non te l’ho mai detto quanto è libero un uomo in prigione? L’ozio gli permette di riflettere finché vuole, l’isolamento gli permette di piangere o ruttare o grattarsi finché gli pare, nel mondo aperto invece può riflettere soltanto nelle pause che gli consentono gli altri. E piangere è una debolezza, ruttare una sconcezza, grattarsi una sconvenienza”

Oriana Fallaci davanti al carcere di Boiati, dove fu rinchiuso Panagulis

Oriana Fallaci davanti al carcere di Boiati, dove fu rinchiuso Panagulis

Quel 23 agosto del 1973, dunque, si incontrano perché la Fallaci deve intervistarlo per L’Europeo. “Quel giorno aveva il volto di un Gesù crocifisso dieci volte”, scrive nell’incipit dell’intervista, “e sembrava più vecchio dei suoi trentaquattro anni. Sulle sue guance pallide si affondavano già alcune rughe, tra i suoi capelli neri spiccavano già ciuffi bianchi, e i suoi occhi eran due pozze di malinconia. O di rabbia? Anche quando rideva, non credevi al suo ridere. Del resto era un ridere forzato e che durava poco: quanto lo scoppio di una fucilata. Subito le sue labbra tornavano a serrarsi in una smorfia amara e in quella smorfia cercavi invano il ricordo della salute e della gioventù”.

Nei pochi anni che trascorrono insieme, la Fallaci conosce gran parte della vita di Panagulis riuscendo a ricostruire in “Un uomo”, con cruda meticolosità, il tempo vissuto in quella cella di un metro e ottanta per novanta, le torture inflitte, ogni angolo, ogni momento, ogni pensiero. Ricostruisce quegli anni in cui Alekos, per vedere il sole, doveva chiudere gli occhi, quegli anni in cui le lacrime che versava non erano “segni di disperazione/Promessa sono solamente/Promessa di lotta”.

Panagulis resiste, resiste alle torture, resiste al pensiero di una morte assicurata che gli veniva di giorno in giorno posticipata, resiste a quelle che pensa siano le ultime notti della sua vita. Semplicemente resiste. E lo fa aggrappandosi alla parola, alla poesia che disperatamente scrive dove può, sui muri, sui pacchetti di sigarette, sulla garza, addirittura col sangue.

Tutte queste poesie, ricordate e riscritte, troveranno il loro posto in un libro – “Vi scrivo da un carcere in Grecia” – che Oriana Fallaci pubblicherà nel 1974 con una prefazione di Pier Paolo Pasolini.

Un fiammifero per penna

sangue versato in terra per inchiostro

l’involto di una garza dimenticata per foglio

Ma cosa scrivo?

Questa non è la storia di un rivoluzionario, questa non è la storia di un ribelle, di un coraggioso, di un eroe; questa è la storia di un uomo che semplicemente si è spinto – ed è stato spinto – ai margini di ogni umanità, ai margini di ogni sopportazione e che, nonostante le pene inflitte, lo spazio angusto in cui visse, è sopravvissuto anche grazie alla poesia che ancora una volta si è rivelata, in un certo modo, salvifica. Come scrive Pier Paolo Pasolini nell’introduzione del libro di poesie, “Panagulis è stato trasformato in poeta attraverso la tortura” e il poema che ne esce fuori “è scritto col corpo”.

Il 1° maggio del 1976, Alekos morirà in un misterioso incidente stradale. Atene si alzerà in piedi per rendere omaggio a quell’uomo, le strade si riempiranno di “contadini e pescatori con l’abito della domenica, operai con la tuta, donne coi bambini, studenti, il popolo, insomma”. Una folla umana, “una piovra” la definisce la Fallaci, tutto quel popolo “che accetta o subisce o si adegua”. Inizia con questa scena “Un uomo” ed è quell’uomo, secondo lei, l’unico interlocutore possibile.

“La solita tragedia dell’individuo che non si adegua, che non si rassegna, che pensa con la propria testa, e per questo muore ucciso da tutti. Eccola, e tu mio unico interlocutore possibile, laggiù sottoterra, mentre l’orologio senza lancette segna il cammino della memoria”.

Atene durante il funerale di Alekos Panagulis

Atene durante il funerale di Alekos Panagulis

 

Oriana Fallaci davanti al corpo di Alekos Panagulis. 5 maggio 1976, Atene

Oriana Fallaci davanti al corpo di Alekos Panagulis. 5 maggio 1976, Atene

Alekos, cosa significa essere un uomo?
Significa avere coraggio, avere dignità. Significa credere nell’umanità. Significa amare senza permettere a un amore di diventare un’àncora. Significa lottare. E vincere. Guarda, più o meno quel che dice Kipling in quella poesia intitolata Se. E per te cos’è un uomo?

Direi che un uomo è ciò che sei tu, Alekos.
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