Non si attaglia certo a Cesare Pavese la celebre frase attribuita a Tommaso d’Aquino Timeo hominem unius libri (“temo l’uomo di un solo libro”), per indicare un sapere limitato, angusto e refrattario ad aprirsi ai vari ambiti della conoscenza. Infatti in Pavese si specchia una poliedricità tanto più ragguardevole perché la competenza da lui sfoggiata nelle diverse branchie della cultura è sempre nutrita di un’eccellenza che tradisce un disarmante talento enciclopedico. Su questa nobile virtù pone l’accento il numero monografico, uscito in questi giorni, della storica rivista di poesia “Capoverso”, pubblicata da Edizioni Orizzonti Meridionali. Lo scopo della monografia è di vagliare il profilo dell’autore da diverse angolature, tali da rilasciarne “un’immagine nuova, più sfaccettata, ricca e prospettica, nell’aspirazione di darne una complessa unitarietà”, scrive il curatore, Saverio Bafaro (poeta, critico e psicologo). La presentazione degli scritti, volutamente non separata in sezioni, è lasciata a una soluzione continua, in grado di espandersi da un livello “micro”, in cui è protagonista l’analisi dei testi, a un livello “macro”, in cui il tema diventa sempre più generale e onnicomprensivo.

Cesare Pavese. Fonte: Wikimedia Commons.

L’obiettivo di tale struttura è di consentire al lettore di acquisire una visione più vasta e consapevole della produzione poetica e narrativa di Pavese, ma anche della sua esperienza umana propriamente detta, di “colui che ha vissuto quei panni”. Nel suo saggio Giuseppe Cerbino sottolinea che l’opera poetica “Lavorare stanca” introduce alla persuasione secondo cui la poesia di impegno civile, per essere tale, debba ricorrere a “contaminazioni narrative” senza tuttavia correre il rischio di snaturarsi, rispettando elementi ritmici e musicali tipici della lirica. “Questa silloge mantiene i poli della prosa e della poesia in tensione” rileva Cerbino. Alla prima stesura di “Lavorare stanca” Pavese era poco più che ventenne e, già allora, si manifestò con forza non solo la dimensione sperimentale dell’opera, ma anche e soprattutto l’aspetto artigianale illustrato da una poesia che nasceva come elemento testimoniale. Spicca, a tale riguardo, l’influenza esercitata dalla poesia di Walt Whitman. “La rottura con il romanticismo e con il lirismo europeo – afferma Cerbino – dà la stura alla poesia americana vera e propria. L’innesto di prosaicismi e di espressioni dialettali in Whitman è l’aspirazione fondamentale della poesia pavesiana”. Ciò che viene offerto alla storia della poesia italiana degli anni ’30 – spiega l’autore del saggio – non è solo una rottura con quello che sembrava essere un abbrivio di un decennio assolutamente anomalo, ma anche il tentativo di “un gozzanismo di ritorno”, declinato, però, nel modo in cui la realtà non è semplicemente descritta ma rivendicata in tutta la sua concretezza “empirica”.

La passione per il jazz è uno degli aspetti poco conosciuti di Pavese, e Sergio Pasquandrea, nel suo contributo, ricorda che lo scrittore usufruiva spesso della collezione di dischi presente nella casa dell’amico Massimo Mila. Ma è dal carteggio con il musicista Anthony Chiuminato che emerge il suo amore per le composizioni jazzistiche. Lo scrittore afferma di possedere dischi dei Revellers, un quartetto vocale popolare tra gli anni Venti e i primi anni Trenta; dei Footwarmers (sotto il cui nome si nascondeva l’orchestra di Duke Ellington), e di Paul Whiteman, la cui orchestra era nota per gli esperimenti di fusione tra jazz e musica classica (tra cui figura Rhapsody in Blue di George Gershwin). Un altro aspetto poco conosciuto di Pavese concerne il suo interesse, dapprima timido, poi sempre più vivo, per la psicanalisi. Un interesse, evidenzia Bafaro, che si attesta solo sulla dimensione teorica, non pratica, sancendo un divorzio storico tra Freud e Marx, in cui il disimpegno dell’Io consiste nella curiosità teoretica verso le dottrine psicoanalitiche e, al contempo, nel rifiuto di provocare il cambiamento attraverso la cura e la prospettiva dell’Alto reale, condizione essenziale per convalidare l’efficacia terapeutica. L’efficacia della cura – sottolinea Bafaro – si manifesta e attecchisce solo se l’analisi permette il passaggio dall’interiorità all’esteriorità della persona, di fronte al complesso e intricato gioco di rimandi forniti dall’alterità. La concezione pavesiana della psicanalisi, dunque, si nutre essenzialmente della linfa intellettuale, e si ferma, diffidente, davanti alla soglia oltre la quale l’indagine interiore viene a coniugarsi con la realtà fattuale delle cose. Insomma, rispetto a Joyce e Svevo, Pavese si ritaglia, in merito alla psicanalisi, una nicchia tutta sua, insofferente verso possibili interferenze e refrattario alle mode imperanti nel ritaglio di una circoscritta contingenza.

In copertina: un ritratto di Cesare Pavese. Fonte: www.parcoletterario.it
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