“Poesie a Casarsa” è una raccolta di versi, pubblicata nel 1942 a spese dell’autore, che celebra un mondo semplice e umile come quello dei contadini friulani. «Il volume fu pubblicato nel 1942 dalla Libreria Antiquaria Mario Landi a spese dell’autore, in una tiratura di 300 copie su carta vergata, numerate, oltre a 75 copie su carta uso mano, non numerate e fuori commercio, per la stampa» [1].

Si tratta di un vero e proprio documento con il quale Pasolini traccia su carta – per la prima volta – le impronte di un linguaggio incontaminato e privo di tradizione letteraria. Il forte legame che incatenava Pier Paolo Pasolini alla madre, Susanna Colussi, viene, così, celebrato attraverso un linguaggio familiare all’autore e nel quale egli ritrovava l’autenticità di un tempo antico. È particolare notare, inoltre, la dedica che apre il libro: “A mio padre” – con il quale l’autore bolognese non aveva mai instaurato un buon rapporto – in quelle stesse pagine che, invece, ricordano in qualche modo, una tradizione quasi sbiadita associata, però, alla madre; suo punto di riferimento.

1963, Roma, Pierpaolo Pasolini nella sua abitazione con la madre Susanna Colussi

Un dialetto, quello di Casarsa, che si inserisce nei concetti di sperimentalismo e di ritorno alle origini che caratterizzano il pensiero dell’autore bolognese fin dal suo esordio. Nelle esigenze dell’autore sembrano attanagliarsi le prime riflessioni che lo porteranno, successivamente e in diverse forme, a denunciare la contemporeneità come mera espressione di una società capitalistica, consumistica e piccolo-borghese intenta a dominare e travolgere la sacralità del reale.

Il forte sentimento del sacro si esplicita in un linguaggio proletario, povero, semplice e per tale motivo reale: è il mito del popolo che verrà contrapposto alle logiche di un potere logorante e dominante nei confronti di chi è ancora intriso di sacralità.

Pier Paolo Pasolini raccoglie in versi le abitudini e i modi di dire dei contadini friulani, disegna la purezza dei tratti campestri e scivola vorticosamente nella bellezza dei temi della natura, dello scorrere del tempo, della ricchezza dell’essenzialità. 

«Poesie a Casarsa […] manifesta una notevole propensione verso i temi affini a quelli del simbolismo e del surrealismo […]: figure ricche di significati riposti, come i fanciulli destinati alla morte o il Narciso del mito, rappresentano una visione del mondo inquieta, insieme esuberante e mortuaria»[2].

Il dialetto friulano, così, diventa lo strumento poetico con il quale denunciare l’inizio della fine di una società proletaria, naturale, genuina così come il mezzo attraverso il quale mantenere in vita un linguaggio per sempre, nero su bianco. È la stessa intenzione della realizzazione di Ragazzi di vita (1955), il primo romanzo di Pier Paolo Pasolini ambientato nella Roma del dopoguerra, che verrà a rappresentare un vero e proprio monumento al dialetto (romano in questo caso) quale strada di uscita dallo snaturamento della società italiana del boom economico.

La riedizione di Poesie a Casarsa

Il 18 gennaio 2019 si darà di nuovo vita al primo lavoro di uno degli autori più controversi della letteratura italiana del ‘900. Si tratta di una riedizione nella forma originaria dell’opera, promossa dal Centro Studi Pier Paolo Pasolini Casarsa e realizzata da Ronzani Editore in due diverse forme. La prima sarà una vera e propria edizione tipografica, in 500 copie, elaborata dalla Tipografia Campi di Milano: l’unica ad utilizzare ancora la Monotype come macchina tipografica. Verrà utilizzato lo stesso carattere della prima edizione, il Bodoni 135 su carta a mano Amatruda di Amalfi. La seconda, invece, riguarda un fac-simile, in 1000 copie, nella quale l’opera originaria verrà riprodotta tenendo cura dei minimi dettagli e delle stesse imperfezioni dell’edizione originale.

Vogliamo, infine, lasciare i lettori con una poesia ripresa proprio dalla prima opera di Pier Paolo Pasolini, Poesie a Casarsa, dal titolo: Fuga.

Belzà tai mòns l’è dut un tarlupà: tal plan rampìt

o mìrie, jo soi bessôl.

Belzà tai mòns ‘a plûf: in ta l’ùltime albàde, o sère,

jo soi bessôl. Pai prâs sglovâs dal vint, al spùns l’odôr

dal zinèpri. S-ciampàn: l’è timp di là – Marìe!, ‘a

sighe la sisìle.

Traduzione  italiana: “Ormai sui monti è tutto un lampeggiare: nella spoglia pianura, o meriggio, io resto solo. Ormai sui monti piove: nell’ultima schiarita, o sera, io resto solo. Pei prati spossati dal vento, punge l’odor del ginepro. Andiamo: è tempo di fuggire – Maria! Grida la rondine”.

 

[1] Centro Studi Pier Paolo Pasolini Casarsa, link: http://www.centrostudipierpaolopasolinicasarsa.it/notizie/tornano-le-poesie-a-casarsa-e-sara-un-evento/

[2] Alberto Casadei, Il novecento, a cura di Andrea Battistini, Milano, il Mulino, 2013, p. 127.

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