Quando si parla di un uomo come Primo Levi, bisogna fare attenzione a evitare di darne un’immagine piatta e stereotipata che rischia di deformarne una vita intera e ridurla al bidimensionale stereotipo di inerme vittima del nazismo. La sua è innanzi tutto la storia di un bambino mingherlino di origini ebraiche da sempre appassionato di scienza e con il dono della scrittura, inserito in una Torino di primo Novecento, in una Torino e un’Italia attraversata dal Fascismo e dalle sue leggi.

Primo Levi è cresciuto, è diventato un chimico nonostante la difficoltà di trovare un relatore che lo presentasse in commissione di laurea; ha trovato un lavoro nonostante i dettami razziali ostacolassero una qualsiasi assunzione di un ebreo, si è inserito in una società inospitale. Primo Levi ha preteso il rispetto della propria dignità, ha voluto le stesse opportunità di chiunque altro scegliendo poi di voler cambiare una realtà ottusa devota all’esclusione abbracciando il coraggio ed entrando nel 1942 a far parte del Partito d’Azione clandestino.

Da Torino a Milano, fino alle montagne della Val d’Aosta per far parte della lotta antifascista conclusa il 13 dicembre del 1943 con l’arresto da parte della milizia del duce dinanzi alla quale ha preferito dichiararsi ebreo e non partigiano, scegliendo la “colpa” del sangue su quella della politica.

Primo Levi e Anna Maria Levi da bambini. Fonte: Wikipedia

Il capitolo più buio di Primo Levi ha il suono dei vagoni sulle rotaie, il profumo della neve e l’ossessione di visioni infernali: il 22 febbraio 1944 insieme ad altri seicentocinquanta ebrei italiani viene nominato con un numero e il resto è storia. Ne uscirà il 27 gennaio 1945, insieme a diciannove sopravvissuti, diciannove su seicentocinquanta.

Circostanze e conoscenze gli hanno permesso di raccontare quello che ha visto, gli hanno dato l’opportunità di ritornare e farsi testimone di un mondo disumano che infama un secolo intero, una fra le atrocità del genere umano di cui più vergognarsi e che, oggi, è un imperativo ricordare.

Primo Levi ha avuto l’urgenza e il coraggio di rivivere le sue ferite e mettere nero su bianco il veleno vissuto vestendo per necessità la pelle di scrittore. Racconta ne La Tregua il suo impervio viaggio di ritorno dal campo di concentramento, passando attraverso la Polonia, la Bielorussia, l’Ucraina, la Romania, l’Ungheria, la Germania e l’Austria.

Campo di concentramento, Auschwitz. Fonte: Wikipedia, foto di Tulio Bertorini

“La nostalgia è una sofferenza fragile e gentile, essenzialmente diversa, più intima, più umana delle altre pene che avevamo sostenuto fino a quel tempo: percosse, freddo, fame, terrore, destituzione, malattia. È un dolore limpido e pulito, ma urgente: pervade tutti i minuti della giornata, non concede altri pensieri e spinge alle evasioni.”.

Primo Levi in queste pagine ci parla della tregua come momento di riposo, di stallo, di attesa, di intervalli brevi di cui fa parte la vita stessa, anch’essa una parentesi, anch’essa divisa in capitoli, fino ad arrivare alla tregua più sincera, la morte.  Ci viene raccontata la storia di Hurbinek, un bambino di circa tre anni forse nato all’inferno, senza sapere cosa sia la felicità, un letto comodo, un albero, morto nel marzo 1945, dopo aver appena conosciuto la libertà, con un tatuaggio violento su un braccio esile e solo le parole di Primo Levi a ricordarne l’esistenza su questo mondo. Possiamo solo immaginare un altro significato di tregua in quanto momento di pausa dalla paura e dal terrore provato sulla pelle e nelle ossa, la paura di avere ancora fame, freddo, di provare ancora dolore, di morire tra la neve, in quel fazzoletto di terra dimenticata da Dio.

Primo Levi, 1960. Fonte. Wikipedia tramite fototeca Digital Library

Primo Levi non si è accasciato nei panni della vittima di un genocidio: ha alzato la voce e ci ha regalato una letteratura che pone noi e la nostra coscienza in una posizione perennemente scomoda, di crisi febbrile, di catarsi mai davvero compiuta, uno specchio in cui ci costringe a guardarci per quello che siamo con gli occhi sbarrati, in quanto esseri umani con una Storia che grida vendetta ogni volta che viene calpestata e negata.

Se questo è un uomo è la definizione del fallimento dell’Umanità cui si va incontro alimentando e coltivando l’odio per ciò che consideriamo diverso e indesiderato, un sadico ed estremo esperimento che espone lo stato di violenza che si può raggiungere.

E per questo, parlare di un uomo come Primo Levi e delle sue parole dette con coraggio, ancora a cento anni dalla sua nascita, condividerne i ricordi e le emozioni per raccontarli alle nuove generazioni educandole all’importanza della memoria, per questo parlarne, ancora oggi e domani, è necessario e doveroso, nel rispetto di coloro che sono “sommersi e di quelli che si sono salvati”, nel rispetto di altri spicchi d’inferno ancora sparsi, di quelli a cui assistiamo impotenti, nei nostri letti caldi.

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