L’autore de Il deserto dei Tartari è una delle figure rappresentative del secolo scorso, cantore di qualsivoglia malessere che rendesse l’uomo moderno prigioniero delle sue stesse incertezze. Buzzati problematizza ciò che lui stesso ha provato, come il timore per la fatalità: entità sconosciute che sembrano suggerire all’autore che ciò che accade sia stato stabilito da tempo. Numerosi i rimandi autobiografici che ricorrono sparsi nei suoi scritti. Nel suo romanzo più famoso, la fortezza, oltre che luogo adibito ad ospitare il fantastico, diventa generatore di attesa, monotonia e noia che alienano il protagonista, così come l’autore sentiva alienante in quegli anni il lavoro al Corriere della Sera.

La paura accompagnerà la sua esistenza. La si può rubricare nella guerra, nella punizione, nell’ignoto del futuro. La sua paura è figlia dell’immaginazione ma non è univoca, porta con sé tematiche diverse che condurranno i protagonisti dei racconti o a propendere per l’azione o a restare immobili, inermi di fronte ad essa. La paura buzzatiana crea una rottura del quotidiano, attraverso l’espediente dell’immaginazione, che coinvolge il lettore in una dimensione estranea al rassicurante, al limite di uno squarcio della sicurezza. In tutti i suoi racconti, la paura ricorre frequentemente, talvolta anche nel titolo e procura all’autore l’appellativo di Kafka Italiano, per aver captato il tema universale della paura e per aver introiettato tale tema nella sua produzione.

L’etichetta allo stesso Buzzati tuttavia non piacque. Si tratta quasi di una paura liquida, la stessa teorizzata dal sociologo Zygmunt Bauman: quel carattere insito in ciascun esser umano che ne orienti il comportamento modificandone la percezione. Si crea perciò uno stato di timore latente sempre in agguato, pronto a irrompere nella realtà anche senza minacce reali. La nostra società, quella post-moderna di cui Buzzati è anticipatore, è una società liquida, si adatta ad un contenitore sociale più grande e convive con la paura, la quale non si lascia afferrare. La peculiarità di Buzzati è quella di non ricorrere a luoghi surreali come i Romantici (boschi, case infestate da fantasmi), ma è lo stesso habitat quotidiano che si presta a fare da detonatore alla paura. All’interno del Novecento letterario, il confine tra reale e soprannaturale è labile. Il realismo diventa magico, manca il lieto fine essendo il terrore sempre dietro l’angolo. L’intento di Buzzati è quello di non far naufragare l’uomo nelle sue paure, scegliendo di rappresentare il fantastico come plausibile ed evidente, accorciando le distanze tra noto ed ignoto. Come Dante, l’autore rende cronaca il visionario utilizzando termini chiari. Il lettore è quindi spaesato ad una prima lettura, quasi impaurito: il mondo favolistico è infatti soffocato da una società moderna sempre più pragmatica, ma sempre più sorda ai bisogni di una natura che implora aiuto.

L’urlo più assordante nella produzione buzzatiana è la paura del progresso scientifico e la conseguente catastrofe da esso suscitata. Tutta la letteratura del Novecento è costellata da protagonisti che temono il progresso, perché in questi anni è forte l’eco di una riflessione, o perlomeno di un tentativo, sulla responsabilità dell’uomo da una parte a seguire la scia positivista del progresso, dall’altra a seguire la voce silenziosa ma persistente di una presunta morale.

Tutto questo corredato non da una scrittura piana, ma dal modulo del fantastico, grazie a cui è possibile ingigantire o diminuire ed esplodere nel surreale. Lo scienziato è il “profano del progresso” e lo stesso Buzzati mostra di avere interesse per questa figura, a cui si avvicina con il fare da giornalista più che di letterato. Analizza ed indaga la realtà formulando ipotesi e traendo conseguenze più o meno condivisibili, evidenziando soprattutto come il vero responsabile sia l’uomo stesso, reo di non aver mantenuto la sperimentazione entro i limiti di un’etica tante volte ignorata. Pertanto, il progresso scientifico a cui assisteva Buzzati aveva come protagonista una tecnologia esasperata, dannosa per la natura e per l’uomo stesso. Una tecnologia che avanzava verso l’ibridazione e la cibernetica, distruggendo la creatura. È in questo senso che si colloca la critica del Kafka italiano alla distruzione dell’ecosistema, soprattutto con l’introduzione affannosa della plastica nella quotidianità.

Nel suo racconto L’elefantiasi, Buzzati, con il suo fare da cronachista, immagina una sorta di ingigantimento della plastica, quel cancro della materia che aveva invaso la vita di tutti i giorni. La fortuna del materiale infatti man mano aveva prevaricato il buon senso del cittadino. Le molecole pertanto, nell’immaginario fantastico tipico dell’autore, avevano perso il loro equilibrio degenerando. Il racconto è catastrofico: al rumore delle sirene e al caos creato dai cittadini pervasi dal panico, si sostituisce un silenzio quasi assordante e universale, che fa capire al lettore come si sia chiuso il Paradiso alla prepotenza degli uomini che continuano ad utilizzare la plastica nel peggiori dei modi. Buzzati fa un appello ai suoi lettori, mostrando come l’uomo abbia fatto un uso improprio delle risorse a sua disposizione. Il tutto, partendo dalla cronaca. In quegli anni infatti si stava discutendo sul modo di smaltire i detriti plastici.

È la Conferenza di Lima, che prevedeva lo smaltimento del materiale con conseguente riversamento negli oceani. L’Italia vi partecipò, decidendo tuttavia di ammucchiare la plastica in colline a cielo aperto, intaccando i suoli. Lo scrittore di piccoli Racconti, riesce ad ibridare fantastico e stile cronachistico, calandosi magistralmente nel presente. I temi trattati sono di grandissima attualità, sia per l’epoca (Buzzati scrive nella seconda metà del Novecento), ma fortemente vicini a noi. Utilizzando costantemente allegorie, il bellunese descrive il deserto dell’uomo moderno, interiore e soprattutto naturale, prefigurando una fine del mondo vicina.

Nel racconto All’idrogeno, il lettore viene pervaso da un’ansia indicibile, attraverso squilli anonimi e interrotti di un telefono, narrando di una bomba atomica che sta per esplodere e di un uomo tranquillo che aspetta la morte sul pianerottolo. La paura collettiva viene celebrata anche con ironia: ne L’arma segreta, viene parodisticamente trattata una guerra fredda che anziché essere combattuta con missili e armi, viene accesa da gas che si insinuano nelle menti, ribaltando pericolosamente la situazione politica mondiale. Così gli americani crederanno nel valore del marxismo e i sovietici si serviranno della democrazia. È la paura della fine del mondo, che attanagliava tutti con il sopraggiungere del nuovo millennio. È una paura contagiosa, perché l’uomo buzzatiano non è altro che un animale sociale. Ad avvalorare la scrittura, concorre una predisposizione, da parte dell’autore stesso, alla pittura. I Racconti sono infatti illustrati con immagini oniriche che descrivono un dettaglio della narrazione.

Quel clima di terrore frapposto all’angoscia che emerge dalla produzione artistica e letteraria di metà Novecento, la preoccupazione per il futuro del pianeta di cui si cominciavano a temere le derive, è oggi più che mai pervasivo. L’inquinamento di mari e suoli, l’uso spasmodico di materiali non biodegradabili e le conseguenze climatiche che questo comporta, ha addirittura suscitato l’ira di una ragazzina di quindici anni che ha fatto molto discutere in questi giorni. Greta Thunberg ha preso la parola alla Cop24 (Conferenza delle Nazioni Unite contro i cambiamenti climatici), offrendo a tutti noi un esempio reale di rivoluzione pacifica. «Sono le sofferenze dei molti che pagano per i lussi dei pochi, ha detto senza timore la giovane ambientalista svedese, Nel 2078 celebrerò il mio settantacinquesimo compleanno. Se avrò figli, forse passeranno quel giorno con me. Forse mi chiederanno di voi. Forse chiederanno perché non avete fatto niente quando c’era ancora il tempo per agire. Dite di amare i vostri figli più di ogni altra cosa, invece rubate il loro futuro proprio davanti ai loro occhi».

Queste le parole della ragazza, che fanno riflettere sull’inerzia degli adulti, sulla noncuranza dei “poteri forti”, donando speranza e strappando un sorriso di fiducia nei confronti della nuova generazione che, ingiustamente, sta pagando l’egoismo dei padri.

In copertina, Dino Buzzati. Fonte: https://biografieonline.it/foto-dino-buzzati#foto-dino-buzzati-1

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