La grande letteratura non passa solo attraverso i salotti, ma fa spesso tappa anche in cucina. Tanto che talune pagine di celebri romanzi non avrebbero lo stesso sapore se non fossero state vergate al fuoco di gustose pietanze o sotto i fumi di bevande prelibate.

Alexandre Dumas, Grand Dictionary of Cuisine, 1873

Del resto Alexandre Dumas, nel suo “Grand Dictionary of Cousine”, definiva il pranzo “l’attività quotidiana più importante”, che solo le persone intelligenti sanno apprezzare pienamente. E dunque quando si passano in rassegna alcune delle opere che hanno fatto la storia della letteratura, si constata che anche l’elemento culinario gioca un ruolo importante nel tessuto narrativo: come evidenzia Diana Secker nel libro “Stories from the Kitchen” pubblicato dalla casa editrice londinese Everyman’s Library.

In “To the Lighthouse” (1927) di Virginia Woolf – ella stessa confessava che la sua unica passione era cucinare – la protagonista, la travagliata e sensibile Mrs Ramsay, si riscatta dalla malinconia quando vede completato il “boeuf en daube” (stufato di manzo): ci aveva messo tre giorni per prepararlo. Il pensiero poi va a Marcel Proust e alla sua “madeleine”, quella fetta biscottata spalmata di miele o di marmellata assurta a strumento per eccellenza nel riesumare un passato che si crede, e si teme, sepolto per sempre. E più di una volta Swann viene colto a sbirciare in cucina, come catturato nel seguire quei procedimenti che – sempre uguali ma non per questo meno affascinanti – permetteranno poi di godere di pasti sopraffini. C’è poi chi come Emile Zola compone “la sinfonia di formaggi” nel romanzo “Le Ventre de Paris” (1873). Nel descrivere la formicolante attività di Les Halles, il mercato centrale di Parigi, lo scrittore francese – pur impegnato nel farsi portavoce della battaglia delle classi sociali meno abbienti per ottenere maggiori diritti e tutele – si concede il lusso di analizzare nel dettaglio la grande varietà, dagli odori alle forme, dei formaggi esposti. Anticipando in qualche modo la celebre frase di de Gaulle, che si chiedeva come poter governare nell’unità un Paese come la Francia che ha 246 tipi di formaggio.

Una foto d’epoca di Les Halles, anche conosciuto come “il Ventre di Parigi”, così come viene chiamato da Émile Zola nel suo romanzo “Le Ventre de Paris”, che è ambientato in un affollato mercato del diciannovesimo secolo. / (Photos by REPORTERS ASSOCIES/Gamma-Rapho via Getty Images; via Mashbel/Retronaut)

Ma tanta abbondanza non arride certo a Oliver Twist, la creatura di Charles Dickens: orfano affamato, sia di affetti che di cibo, avrà la possibilità di apprezzare la bellezza del mangiare una volta approdato nella casa lavoro di una parrocchia, dove vengono distribuiti tre pranzi al giorno. Sono le cipolle il piatto preferito di Oliver il quale, insieme ai suoi coetanei, dovrà rispettare una regola: pulire perfettamente i piatti prima ancora di essersi alzati da tavola. Ma non sarà un problema visto che, scrive Dickens, i cucchiai (spoons) erano grandi come scodelle (bowls).

Una scena del film “Oliver Twist” (2005) diretto da Roman Polánski

E quando si hanno a disposizione ben diecimila franchi, in modo del tutto insperato, chi li spenderebbe per preparare un pranzo che resterà indimenticabile? Presto detto: la grande cuoca di Parigi, Babette, immortale figura nata dalla penna di Karen Blixen. L’intera somma sarà investita nell’acquisto di ingredienti e bevande. E ne varrà la pena: non solo per i commensali, dodici abitanti di un villaggio senza ambizioni, ma anche e soprattutto per la cuoca, che in quel pranzo vede finalmente coronato il suo sogno, a lungo accarezzato, di artista.

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