Nel 1953, all’apice del successo per la pubblicazione di The catcher in the rye (che qui in Italia conosciamo con il titolo, leggendario, de Il giovane Holden), Jerome David Salinger comincia il suo graduale allontanamento dal mondo. Abbandona infatti New York per trasferirsi nella cittadina di Cornish, nel New Hampshire. Qui, nel corso degli anni, si distaccherà sempre di più dalla vita pubblica, per smettere infine di pubblicare romanzi e racconti, pur continuando incessantemente a scrivere. Ecco, precisamente nell’assenza, dove nasce il mito.

A dieci anni dalla sua morte, J. D. Salinger rimane un grande mistero. Perché lo scrittore che più di tutti è riuscito a immortalare il cuore stesso dell’adolescenza smise, a un tratto, di pubblicare? Perché fece di tutto per nascondersi? Ne parla anche papa Pio XIII in The Young Pope, quando nomina Salinger insieme ad altre emblematiche figure artistiche della modernità, da Kubrick ai Daft Punk a Banksy, tutte accomunate dal fatto di vivere o aver vissuto rintanate e sottratte alla vista del mondo, e che proprio in questa privazione dallo sguardo hanno trovato la chiave del successo in una società al contrario voyeuristica e orwelliana. Ma tale vuoto, in Salinger, non sembra profilarsi in termini fascinosi, in quanto cioè creazione consapevole di un mito: l’assenza salingeriana si muove invece al di fuori di ogni dinamica pratica. Più che di assenza dovremmo parlare di fuga, che d’altronde è una delle parole che meglio raccontano l’adolescenza, con tutti i suoi mali e le sue folli illusioni.

Il giovane Salinger

Salinger, come Holden Caulfield, come Franny Glass – la protagonista di Franny e Zoeey, che è quasi, letterariamente parlando, la sorella maggiore di Holden –, come quasi tutti i suoi personaggi, è vissuto forse nella condizione di una perenne fuga dall’ipocrisia, che si potrebbe anche chiamare, smorzando un po’ i toni, compromesso, e che in fin dei conti non è altro che l’essenza del mondo adulto. Il mondo adulto è ipocrita, e questo è un fatto: chiunque abbia letto Il giovane Holden lo sa. La poetica di Salinger ricorda allora l’universo di Peter Pan. Per lo scrittore americano crescere, diventare adulti, non solo è brutto, e anzi mostruoso, ma è anche eticamente, ed esistenzialmente, sbagliato. Quasi criminale. Il mondo degli adulti è un condensato di falsità al quale sembra impossibile opporsi, se si vuole mantenere intatta la propria sanità mentale.

Ritratto di J. D. Salinger. Fonte: Wikimedia Commons.

Esiste allora un limite superato il quale si scade inesorabilmente nella volgarità di una vita falsa e non propria. Ma c’è anche il prima di questo limite: Salinger è in fondo un idealista. Il suo non è il classico topos romantico dell’incanto dell’infanzia contro la malinconia della vita adulta. Si tratta più di una questione di bugie, di bende sugli occhi: i bambini, gli adolescenti – che per Salinger sono solo dei bambini un po’ più grossi e arrabbiati – vedono le cose per come esse sono veramente; gli adulti, al contrario, le ritoccano, stravolgendole a proprio uso e consumo.

Giovani contro

In uno dei racconti più salingeriani di uno degli scrittori salingeriani per eccellenza, David Foster Wallace, dal titolo Per sempre lassù (lo trovate in Brevi interviste con uomini schifosi), il protagonista è un ragazzino di tredici anni in preda al mutamento ormonale, che sale in cima all’alto trampolino di una piscina pubblica ma poi non trova il coraggio di buttarsi. I personaggi di Salinger sembrano come intrappolati da sempre e per sempre su quel trampolino, che è un limbo, una soglia ma anche una maledizione. Holden e tutti gli altri, infatti, soffrono moltissimo. La loro è l’epopea di una ribellione sanguinosa.

E allora i bambini, gli eterni adolescenti, i folli – quasi tutti i protagonisti di Salinger si potrebbero catalogare in queste tre tipologie – sono vere e proprie vie di fuga narrative dalla corruzione del mondo. Nel racconto che apre i Nove racconti, che possiede un titolo curioso e bellissimo, Un giorno ideale per i pescibanana, Salinger narra dell’incontro, sulla spiaggia di un albergo in Florida, tra un reduce di guerra in condizioni psicologiche precarie, Seymour – che sarà protagonista, insieme alla sua famiglia, i Glass, di molti scritti salingeriani – e una bambina, Sybil, forse l’unica persona con cui l’uomo riesce a parlare veramente, per quanto i loro dialoghi risultino assurdi e paradossali. A un certo punto Seymour racconta a Sybil la storia dei pescibanana:

“Vedi, nuotano dentro una grotta dove c’è un mucchio di banane. Sembrano dei pesci qualunque, quando vanno dentro. Ma una volta che sono entrati, si comportano come dei maialini. Ti dico, so da fonte sicura di certi pescibanana che, dopo essersi infilati in una grotta bananifera, sono arrivati a mangiare la bellezza di settantotto banane […] Naturalmente, dopo una scorpacciata simile sono così grassi che non possono più venir fuori dalla grotta. Non passano dalla porta.”

La grotta dei pescibanana non vi ricorda l’età adulta? E le troppe banane non sono forse le mille ipocrisie e falsità che si devono mangiare, cioè accettare, per essere ammessi nel mondo? Tanto più che, imprigionati nell’antro oscuro della vita adulta, non c’è niente che si possa fare: i pesci muoiono di bananite, “una malattia terribile”, racconta Seymour a Sybil. Non c’è niente che si possa fare.

Einaudi ET Scrittori. Trad. di C. Fruttero. Euro 12.

La follia e la fanciullezza, con tutte le loro stranezze, rimangono insomma, proprio perché incomprensibili per la falsa razionalità del mondo, l’unico riflesso di luce a cui prestare gli occhi. La diversità e la ribellione sono enti da preservare, non certo difetti da sconfiggere. Quella di Salinger è così una situazione di ribellione perenne, che non può che esprimersi sotto forma di tragedia: il mondo intorno infatti esiste, giudica e soffoca. Un libro come Il giovane Holden affascina non, banalmente, perché chiunque si può immedesimare con facilità nella figura del suo protagonista, ma perché Salinger tenta, a modo suo, di proporre una verità che è scomoda, impudica, sconveniente. Una verità che da adolescenti si conosce e che poi si finisce inesorabilmente con lo scordare. Una verità che afferma che il mondo là fuori non è un bel posto. Anche Salinger d’altronde era un reduce di guerra, proprio come Seymour: aveva partecipato alla seconda guerra in Europa e visto con i propri occhi i campi di concentramento. Come fare, allora, a mantenere intatto quel briciolo di folle lucentezza giovanile, quando si è avuto di fronte a sé l’orrore più grande, esposto in tutta la sua nudità? Come conciliare il bene estremo che agita l’animo di un bambino con uno spettacolo tanto amaro, con il triste scempio del mondo? Salinger, cercando un equilibrio, è fuggito, si è celato agli altri, in un continuo giocare a nascondino con il mondo. Seymour Glass, invece, dopo la conversazione con Sybil, torna nella sua stanza, tira fuori una pistola da una valigia e si spara.

L’attualità dell’opera salingeriana

L’intera produzione salingeriana dovrebbe allora essere posta al centro del dibattito sulla generazione dei giovani d’oggi, insieme a film, canzoni e romanzi contemporanei che ne parlano esplicitamente. Testi come Il giovane Holden e Franny e Zooey possiedono infatti un valore universale che prescinde dal tempo. Noi giovani abitiamo in una condizione salingeriana per eccellenza, intrappolati in un’eterna adolescenza da cui un po’ non vogliamo uscire e in cui è un po’ la realtà stessa a tenerci prigionieri. I sogni che si scontrano con la durezza del mondo, l’ideale che lotta con la concretezza, la purezza col compromesso. È una vecchia storia, e Salinger l’ha impressa nella memoria collettiva: i suoi racconti non sono romanzi di formazione, come si è soliti affermare, quanto romanzi di non-formazione, di immobilità esistenziale e stasi. Salinger insegna, alla maniera di Peter Pan, e quindi contro ogni imperativo morale, contro ogni parere di adulti e sapienti, che questa voglia di fermarsi e di non crescere mai, questo desiderio di rifiuto adolescenziale, non è per forza un segno di immaturità. Anzi: che non sia proprio il contrario?

© riproduzione riservata