Qualche tempo fa è rimbalzata sui quotidiani nazionali e non solo la notizia dei medici canadesi che, a fini terapeutici, hanno cominciato a prescrivere visite a mostre e musei. Ne abbiamo parlato anche noi, specificando come guardare l’arte accresca la produzione di ossitocina e dunque possa contribuire all’aumento della sensazione di felicità. Per quanto questa sia una nuova espressione del rapporto tra arte e benessere, e un ennesimo riconoscimento del valore della prima nelle nostre vite, non è l’unico esempio di influenze positive che, nelle sue varie declinazioni, la creatività esercita sulla nostra mente.

La musica, per esempio, è stata in varie misure utilizzata fin dall’antichità per guidare l’animo, pur venendo istituzionalizzata all’intero di terapie scientificamente rilevanti solamente alla fine dello scorso secolo. Ancora più interessante, però, è la biblioterapia, che fin dalla nascita si propone (e impone, in molti casi) come utile complemento alla terapia psicanalitica per aiutare i pazienti nel superamento di situazioni di stress, ansia e depressione.

La sua origine non è recente: parlando di depressione nello scorso articolo avevamo citato come già nell’antica Grecia si riconoscesse alla poesia il potere di muovere gli animi (pur negandole quello di impartire utili precetti); biblioterapia è allora la semplice strutturazione della medesima idea, che grazie ad un codice condiviso può diventare patrimonio para-medico.

A volte la chiave per la felicità può essere proprio tra le pagine di un libro

Avreste mai pensato di curarvi con un libro? Forse non coscientemente, ma di certo vi è già capitato che, aperto un romanzo, una vostra paura, dubbio, o incertezza vi rimanesse imprigionato perché il protagonista, vivendo per voi e condividendo con voi esperienze e sensazioni, le esorcizzava anche ai vostri occhi.
Allo stesso modo, in alcuni casi un libro può avervi suscitato dolore, gelosia e tristezza; la biblioterapia allora diviene strumento delicato da utilizzare perché una stessa lettura, proposta a due “pazienti” differenti, può generare discrepanti risultati, e aggravare situazioni di stress se non usata adeguatamente. Come tecnica medica, in effetti, la biblioterapia viene associata a sessioni psicanalitiche, per far sì che le emozioni espresse e coniugatesi tramite la lettura possano trovare interpretazione con l’ausilio del terapista. Non si tratta, dunque, solo di consigliare il giusto libro, ma di un percorso in cui le parole altrui, alla stregua delle proprie, possono aiutare l’elaborazione di stati d’animo e l’autoanalisi.

E per chi, invece, vuole semplicemente approfondire il rapporto tra libri e stati d’animo? Esistono più strade: “Curarsi con i libri”, di Ella Berthoud e Susan Elderkin, è forse il più celebre prontuario di romanzi a scopi psicanalitici: dalle delusioni amorose alla perdita di una persona cara, le autrici spaziano all’interno del mondo letterario per rinvenire i giusti medicinali alla cura per l’animo sofferente, o le misure corrette per tenere la nostra felicità in traiettoria.

Non volendo sostituirci a veri biblioterapisti, vediamo qualcuna delle associazioni che più spesso vengono promosse nell’ambito: “Bartleby lo scrivano” potrebbe aiutare chi ha perso il lavoro a ritrovare fiducia in sé; “Il piccolo principe” a superare la paura di creare relazioni, e dunque mettere in discussione la propria solitudine; Jane Austen viene proposta dalle autrici citate precedentemente come panacea contro l’arroganza.

In generale, ed è importante sottolinearlo, la biblioterapia si contrappone decisamente al mondo del self-coaching e a tutti quei libri che propongono soluzioni da raggiungere “in dieci semplici passi”. Questo perché tali libri si propongono come facile ponte alla felicità e, spesso, non puntano tanto all’importanza dell’autoanalisi quanto al raggiungimento di un equilibrio che sia alternativo al precedente, ma non per questo più stabile e duraturo.
La cura di sé stessi, così come la lettura di un libro, è un percorso lungo, a volte difficoltoso, e implica anche il ritornare sulle pagine già scorte, il dubitare, perfino il procrastinare come passo necessario e indispensabile.

La biblioterapia può aiutare a superare lo stress e ridurre l’ansia, come un vero medicinale

In un mondo che promuove (anche suo malgrado) un’accelerazione continua dei ritmi vitali, la biblioterapia allora si pone come importante pietra miliare su cui poter sostare.
Data l’importanza che questa pratica riveste già nel mondo anglosassone, è da sperare che diventi ancor più nota di quanto non sia attualmente anche in Italia.

In questa prospettiva, in ogni caso, è essenziale pensare anche al ruolo che le biblioteche e i bibliotecari assumerebbero sotto questo punto di vista: le prime in quanto luoghi dalla rinnovata rilevanza sociale, e i secondi perchè rivestiti di una nuova, importante responsabilità. In quest’ultimo caso, gli addetti andrebbero forse formati all’importanza che il loro consiglio può avere, perché chi li consulta possa uscire dalla biblioteca non come un paziente insoddisfatto, ma come una persona che ha in mano una cura miracolosa.