“Il carattere, il primo carattere di tutta la mia attività è autobiografico. Io credo che non vi possa essere né sincerità né verita in un’opera d’arte se in primo luogo tale opera d’arte non sia una confessione”

Così chiosava Giuseppe Ungaretti nel 1963, sette anni prima della sua morte, in un commento che sarebbe poi stato raccolto nel volume “Vita d’un uomo”. E, in effetti, ciò che celebriamo oggi, 8 febbraio, è esattamente questo: il coacervo espressivo che, passando dall’allegria al sentimento, ha rappresentato l’esistenza del poeta.

Il linguaggio di Ungaretti, precedente e precursore della nascita dell’ermetismo, rimane uno dei più apprezzati nel panorama letterario contemporaneo, non solo in Italia. Con una decisione criticata da alcuni suoi coevi,  Ungaretti svincolò il verso dalle necessità formali della poesia, per renderlo espressione diretta del momento e del sentimento. Oltre che aiutata dal plurilinguismo legato alle sue prime esperienze, fu, questa, una scelta dovuta al pragmatismo di guerra, ma che gli valse i posteri e una fama internazionale: la poesia inglese e americana contemporanea ricalcano ancora oggi, per molti aspetti, l’essenzialità del verso di Ungaretti.

Ungaretti (a destra) in una foto dal fronte.

Convintamente interventista, Ungaretti parlò tuttavia della tragedia della guerra, e le sue poesie divennero espressione privilegiata di un’esistenza precaria e un mondo incerto (una sensazione evocata, in prosa, anche da altri autori). Usando le sue stesse parole, l’autore non amava la guerra, ma vi si dedicò nel momento in cui sembrò uno strumento per farle terminare tutte:

“pareva che la guerra s’imponesse come strumento per eliminare la guerra. Erano bubbole, ma gli uomini a volte si illudono e si mettono dietro alle bubbole”

Il fronte del Carso fu uno dei più brutali in termini di vite umane, come le poesie di guerra di Ungaretti fedelmente riportano

Ma Ungaretti non fu solo il cantore del conflitto. La sua poesia si evolse in direzioni diverse, senza dimenticare il simbolismo e le influenze della giovinezza parigina. Forse accomunato ad altri reduci delusi nel sentimento di rivalsa, negli anni Venti il poeta abbracciò il fascismo, come traspare dalle lettere indirizzate alla guida del regime Benito Mussolini: in più di un’occasione Ungaretti si professò convintamente fascista, chiedendo al contempo un maggior rilievo per la propria opera e la propria carriera.
Questo tuttavia non gli impedirà, in seguito, di scrivere una poesia per la resistenza, così come di essere reintegrato alle funzioni di professore universitario pochi anni dopo l’epurazione sistematica seguente la caduta del regime.

Forse è questa la chiave interpretativa più importante da sottolineare: il valore artistico del poeta fece sì che le scelte dell’uomo non esercitassero che un’influenza circoscritta sul suo successo, che fu quasi inevitabile data la qualità della sua opera. Tutto ciò, in maniera estremamente interessante, senza che questo implicasse una cristallizzazione dello stile espressivo, lo sviluppo di un manierismo individuale che, in altri autori, ha facilitato l’associazione a una corrente letteraria o un determinato contesto. La particolarità della poesia di Ungaretti è quella di una continua innovazione, che rispecchia una vita in mutamento e, forse per questo, l’assenza di una chiara codificazione interpretativa. Pur senza vincere il Nobel, il poeta alessandrino divenne universalmente riconosciuto per il valore della propria opera. E ora, a quasi 50 anni dalla sua scomparsa, cosa racconta al contemporaneo la sua vita?

Ungaretti in una foto del 1968 (AP photos)

Racconta una storia umana, piena di idiosincrasie e cambiamento, non immune a imperfezioni e scelte opinabili agli osservatori esterni, o al proprio sé futuro. Racconta, forse, anche del necessario opportunismo dell’arte e della poesia, che pur mirando a obiettivi intangibili deve soccorrere un corpo umano, necessità vive, povertà e disagio. La vita di Ungaretti ci racconta il cambiamento dell’uomo in un periodo di trasformazione, il suo adattamento alle mutevoli condizioni sociali ed economiche.

È forse proprio per questo che il poeta non viene catalogato all’interno di un solo momento poetico: come per Montale (da Ungaretti inizialmente disprezzato e poi rivalutato), ma forse ancor più profondamente che in tale caso, la poesia di Ungaretti si riferisce a un’esperienza umana universale perché l’Ungaretti uomo è stato capace di accumulare un enorme numero di esperienze composite e diverse, afferenti a molteplici ambiti dell’emozione umana.

Per questo 8 febbraio, dunque, celebriamo la nascita del poeta e dell’uomo pubblicando la prima poesia di “Porto Sepolto” e l’ultima di “Dialogo”, rispettivamente prima e ultima raccolta poetica dell’autore.

 

 

 

IN MEMORIA

Locvizza il 30 settembre 1916

 

Si chiamava
Moammed Sceab
Discendente di emiri di nomadi
suicida
perché non aveva più
Patria

Amò la Francia
e mutò nome

Fu Marcel
ma non era Francese
e non sapeva più
vivere
nella tenda dei suoi
dove si ascolta la cantilena
del Corano
gustando un caffè

E non sapeva
sciogliere
il canto
del suo abbandono

L’ho accompagnato
insieme alla padrona dell’albergo
dove abitavamo
a Parigi
dal numero 5 della rue des Carmes
appassito vicolo in discesa

Riposa
nel camposanto d’Ivry
sobborgo che pare
sempre
in una giornata
di una
decomposta fiera

E forse io solo
so ancora
che visse

 

SUPERSTITE INFANZIA

 

Un abbandono mi afferra alla gola

Dove mi è ancora rimasta l’infanzia.
Segno della sventura da placare.
Quel chiamare paziente

Da un accanito soffrire strozzato

E’ la sorte dell’esule.

2
Ancora mi rimane qualche infanzia.
Di abbandonarmi ad essa è il modo mio

Quel fuori di me correre

Stretto alla gola.
Sorte sarà dell’esule?
E’ per la mia sventura da placare

Il correre da cieco,

L’irrompente chiamarti di continuo

Strozzato dal soffrire