Tutto ha un prezzo: massima trasversale che attraversa principi di economia e si radica alla vita. Figurarsi che valore abbia il successo, questo concetto tanto delizioso quanto ingombrante: è il prezzo dell’apparire, e – apparendo – del farsi icona. Ma nella tela trasfigurata che immortala sorridente il divo di Hollywood bastano piccolissimi fori, impercettibili crepe, ad intravederne il profilo privato e le relative debolezze: la fragilità del mito. Così Marilyn Monroe era – e continua ad esserlo – prima di tutto Norma Jeane Baker di Los Angeles, nata il 1 giugno del 1926. Così la bellezza, l’eleganza che hanno fatto della donna un simbolo contemporaneo non è che la buccia che copre la polpa acerba di una vita malandata, trasversalmente vissuta nel segno dell’umana sofferenza. Ma questo sembra esser passato in secondo piano: del resto a noi interessano le fotografie, e non il rullino dei negativi.

Norma Jeane, non ancora “Marilyn”, 1947
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Mancanze. La storia di Marilyn è profonda vacuità di rapporti affettivi veri, autentici e soprattutto costanti e duraturi. Il treno del successo corre sempre a velocità insostenibili, e se è vero che passa una volta sola non per questo il viaggio non ammette fermate intermedie. Così se considerassimo l’orfanotrofio una stazione di deposito e cambio, allora penseremmo alla piccola Norma come ad una precocissima pendolare, povera preda di affidi sempre nuovi, la stessa – piccola – mano che stringe quella di genitori volta per volta diversi: un costante saliscendi dai vagoni. Tutta colpa del destino, di una madre sopraffatta da manie infanticide e di un padre mai conosciuto. Il successo attende sospeso, in agguato, tra il lavoro in un giornale e le passerelle di moda. È il 1946 e Norma viene scritturata dall’emittente Fox, per il primo contratto cinematografico. Da quel momento basterà una tinta bionda per dar vita alla celebrità di Marilyn, ma non per ricucire gli strappi delle mancanze di donna ferita che anche i riflettori attraverseranno senza la presunzione di poter illuminare.

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«La bellezza è verità, e la verità è bellezza» (John Keats). Dopo la meravigliosa penna del Romanticismo inglese, è David Conover, fotoreporter che documenta il lavoro femminile durante la guerra, a prenderne coscienza: è lui che spinge Norma (e non ancora Marilyn) nel paese del cinema e le sue meraviglie. Difficile sostenere una sfida così importante per una ragazza che – per sua stessa ammissione – si vergogna da matti quando c’è da parlare: e figurarsi davanti alle telecamere. Ma ha ragione Keats, dall’alto del suo statuto obiettivo la bellezza è voce universale che scavalla l’ambiguità dell’interpretazione, è il Messia che si sceglie gli eletti per profetizzare il suo verbo in giro per il mondo. Così Niagara, pellicola del 1953 e secondo film con Marilyn protagonista, è subito quel successo internazionale che vale all’attrice provetta l’acclarato titolo di sex symbol anni ’50. Quasi Marilyn non ha bisogno di parlare: lo fa la bellezza al posto suo, e attraverso di lei. Il gioco è fatto.

Marilyn sul set di Niagara, 1953
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«La bellezza non rende felice colui che la possiede, ma colui che la può amare e desiderare» (Herman Hesse).  La legge dello spettacolo è tanto dura quanto semplice: dare al pubblico ciò che il pubblico vuole. Conta la gente, i suoi vezzi: nutrirsi delle doti del fascino offerte miracolosamente agli occhi, desiderare di toccare e baciare e possedere e anche solo di sfiorare una donna la cui pelle profuma di leggenda e di Chanel n. 5. Ma questo significa mercificare la bellezza: Marilyn diviene preda di questa contrattazione, prodotto del rimbombare mediatico preso di petto da Andy Warhol, che serializza quel bellissimo profilo angelico su tele colorate e scandite dal ritmo della pubblicità. Tutto ciò, per un’anima fragile, costituisce un rischio enorme. E non bastano tre matrimoni in dieci anni a risollevare l’animo di Norma dalle noie sentimentali: dal giovanissimo James Dougherty al commediografo Arthur Miller, passando per il campione Joe Di Maggio. Non bastano i flirt con Marlon Brando o Frank Sinatra a colmare dimenticanze affettive, ad indicare a un amore impreciso il punto esatto in cui scoccare le sue frecce: mentre tutto – ozioso – galleggia, l’onda del successo cresce, la fiamma del mito divampa, e nel 1956 porta Norma alla fondazione della sua produzione cinematografica, la Marilyn Monroe Productions. Ma è un fiasco che si traduce in un’unica pellicola. Il primo buco nell’acqua, ma niente paura: c’è la bellezza e c’è il successo, non manca proprio nulla. Giusto?

Marilyn e Joe Di Maggio
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Passano due anni e A qualcuno piace caldo (1958), autentico capolavoro della risata, risolleva i fasti dell’attrice più amata coprendo il precedente passaggio a vuoto. E forse ecco che il riscatto passa per il nuovo amore Yves Montand, che sullo scenario tragicomico della vita recita il ruolo di amante sposato di una donna sposata. Ma no, neanche Montand è la provvidenza: solo l’ennesimo trofeo della sconfinata collezione offerta in omaggio dalla celebrità. Di fronte a tanta generosità si affaccia il precipizio di Norma, ormai entrata nel preoccupante circolo di una totale apatia. «Il sesso fa parte della natura, e io seguo la natura» è affermazione di facciata che pare tradurre il senso di un sentimento malcelato sotto la mera propulsione carnale. A rivelarlo tra le righe è lo psicoterapeuta Ralph Greenson nelle sue memorie: in cura presso di lui per 30 mesi, Marilyn «ebbe una sessualità precoce, non per interesse o curiosità personale, ma perché aveva capito ben presto che era ciò che gli uomini si aspettavano da lei». Rassegnazione. La vita è un tranello e lei l’ha capito. Il punto è che finché le prospettive non ammettono possibilità di vittoria, non resta che partire sconfitti. La stella di Hollywood è una supernova, pronta a distruggersi.

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1962: i presagi diventano certezza. Il cinema è distratto a premiare con il Golden Globe Marilyn Monroe, mentre Norma Jeane, vittima di costanti stati depressivi, è consunta da droghe e psicofarmaci. Corrispondenze di salite e discese. Il riconoscimento per certi aspetti è fatale: è come aver finito il proprio compito, chiuso. Marilyn ha dato, il pubblico ha avuto, non resta che calare il sipario. Così Gli spostati, scritto per lei dal marito Miller prima che i due divorzino e che Marilyn s’impegni coi fratelli Kennedy, è il suo ultimo film prima della morte, avvenuta la notte tra il 4 e il 5 agosto in casa sua a Brentwood, Los Angeles: corrispondenze tra partenze e ritorni. Che poi si tratti di suicidio o assassinio questo è ancora tutto da dimostrare, nonostante le recenti dichiarazioni di tale Normand Hodges, agente della CIA che sul letto di morte avrebbe rivendicato l’omicidio per mano sua, per questioni istituzionali: in un clima di psicosi anticomunista un’icona internazionale dentro la Casa Bianca rappresenta certo un vanto, ma sa essere pure un grosso fardello.

Per chi ci crede senza riserve, il destino sa essere davvero strano. È come se Marilyn, apoteosi di quella bellezza formale e commercializzata che – inevitabile – vittimizza la spontaneità del lato umano, abbia infine condensato in sé Norma, l’assidua ricercatrice di valori esistenziali con indosso la maschera del suo personaggio. Questo è il merito, questa l’eredità di un’inarrivabile interprete del nostro tempo: aver contribuito, con la volontà e la naturalezza sempre appartenutele, a codificare un nuovo concetto di Bellezza, che lega il fascino visibile alla genuinità dell’anima; quella bellezza che – per quanto esteriorizzata – non nasconde vigliaccamente ciò che davvero siamo.

Qualcosa – cioè – che si trova perfettamente a metà, tra Norma Jeane e Marilyn Monroe.

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