Le lunghe passeggiate per le vie di Londra rappresentavano per Virginia Woolf non una semplice abitudine. Ma un rito. Non mancava mai di celebrarlo, anche quando il tempo – e ciò accadeva molto spesso – era inclemente. Un rito che la scrittrice ha poi voluto fissare sulla pagina componendo saggi, tra il 1909 e il 1932, che rievocano non solo l’atto del camminare, ma anche e soprattutto le sensazioni e le emozioni legate a un momento topico, espressione esemplare di un amore autentico per la sua città natale. Per la scrittrice le strade di Londra sono come “un magico tappeto bronzeo” su cui mettere il piede, e la bellezza della città la “rapisce”.

Ossessionata dalla cura per il dettaglio più minuto, come testimonia la sua narrativa, Virginia Woolf è dunque incline a scrutare nelle viscere di Londra – lo stesso metodo è usato per sondare l’animo dei suoi personaggi – misteri non detti, segreti nascosti, virtù e vizi sopiti ma sempre pronti a ghermire l’attenzione di chi intende essere sempre vigile. E lei che con somma maestria gestiva e governava la penna, confessa di sentirsi non all’altezza della missione di carpire nella sua pienezza l’universo interiore ed esteriore di Londra. Lei che ambiva a trasportare all’interno della pagina scritta, senza lasciare nulla fuori, la realtà, riscattandola dalla dimensione della finzione, ammette che la penna, o almeno, la sua penna, è “insufficiente”. E” tradendo” la sua fede nella scrittura, tesse un elogio del disegno, riconoscendo in esso uno strumento forse più adatto ad abbracciare con rigorosa e disciplinata esaustività la realtà, in particolare la realtà di Londra. “Bisogna proprio – dichiara Virginia Woolf in uno dei suoi scritti – che io proceda all’acquisto di una matita”. Solo così, in virtù di un disegno ben concepito e ben fatto, sarà possibile immortalare Londra.  Un disegno che altro non è che la mappa di un’anima, delle sue aspirazioni e dei suoi tormenti.

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