L’esperienza letteraria di Aldo Palazzeschi primeggia, agli albori del ventesimo secolo, per l’impronta vitale e del tutto atipica, certamente riconducibile alla corrente d’avanguardia del futurismo.

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Benché di formazione ragionieristica, Aldo Palazzeschi – nom de plume di Aldo Giurlani – irrompe nel panorama italiano a soli vent’anni, nel 1905, quando egli decide di pubblicare a proprie spese un centinaio di copie della sua prima raccolta poetica, I cavalli bianchi, stampata da Cesare Blanc, un editore immaginario al quale Palazzeschi conferisce il nome del suo tanto amato gatto. Dopo un discreto successo riscosso da questa prima raccolta, particolarmente acclamata e valorizzata da Sergio Corazzini, Aldo Palazzeschi si rivolge risolutamente all’attività di scrittura: nel 1907 edita un’altra raccolta di poesie, Lanterna, e nell’anno successivo un romanzo intitolato Riflessi. L’orientamento verso la corrente futuristica si rivela per mezzo della maggiore opera narrativa di Palazzeschi, I Poemi, con la quali l’autore assume una direzione risoluta verso la ricerca della componente innovativa, emblema della rivoluzione delle arti caldeggiata dal movimento del futurismo. A notare la qualità inconsueta della scrittura palazzeschiana è Filippo Tommaso Marinetti: quest’ultimo, attirato dalla personalità funambolica e originale del giovane, lo introduce a partire dal 1909 nell’ambiente milanese dell’avanguardia novecentesca, coinvolgendolo nelle goliardiche e briose serate futuriste come quella – celeberrima – del Politeama Rossetti di Trieste. Anche grazie alla successiva conoscenza di altri ragguardevoli artisti che gravitavano attorno al movimento del futurismo, come i pittori Umberto Boccioni e Carlo Carrà, Aldo Palazzeschi incontra una realtà alla quale aderisce con trasporto e ammirazione. Il futurismo inneggiava con ardore a uno spirito distruttivo e fazioso, promuovendo, in un’ottica di controtendenza, la distruzione dei luoghi dell’eredità culturale e della memoria storica, come i musei e le biblioteche; a partire dal Manifesto del futurismo pubblicato su «Le Figaro» il 20 febbraio del 1909, questa corrente sobillatrice persegue infatti un annientamento dei canoni artistici e letterari propri dell’atavica tradizione culturale, sostenendo con manifestazioni rombanti il concetto di progresso tecnologico e storico, nel quale si rispecchiava, in parte, la matrice filosofica nietzschiana. Aldo Palazzeschi compose la raccolta poetica futurista di più grande portata in assoluto, L’Incendiario, edita nel 1910 e dedicata a Marinetti, che l’autore definisce «anima della nostra fiamma»: con quest’opera dal titolo emblematico, egli promuove una palingenesi risoluta delle abituali forme di comunicazione, ritenute noiose e già abbondantemente conosciute.

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Una copia de L’Incendiario del 1913 dedicata a Umberto Boccioni, esposta all’interno della mostra Boccioni (1882-1916) Genio e Memoria (ph. Federica Santoni)

In primis, è evidente che la poetica palazzeschiana presenti un disfacimento del verso, talora un vero e proprio sgretolamento delle parole che sfocia nel nonsenso, fenomeno che i critici letterari hanno definito “deliricizzazione”. Nella famosa poesia del 1909 E lasciatemi divertire, il poeta assume un tono carico di giocosità e di gaudio (già dal titolo, che rievoca ironicamente il lasciatemi sognare di Guido Gozzano), il quale, in un primo approccio superficiale potrebbe risultare quasi sinonimo di una poesia leggera e disimpegnata:

vv. 8-12: «Non lo state a insolentire,/lasciatelo divertire/poveretto, queste piccole corbellerie/sono il suo diletto»

In realtà, è proprio nell’originalità e nell’inconsuetudine del verso che andrebbe ricercata la missione di Aldo Palazzeschi, quella di generare una dipartita dal passato letterario suscitando stupore e incomprensione nel pubblico:

vv. 16-20: «Cosa sono queste indecenze?/Queste strofe bisbetiche?/Licenze, licenze,/licenze poetiche./Sono la mia passione.»

vv. 25-29: «Sapete cosa sono?/Sono robe avanzate,/non sono grullerie,/sono la… spazzatura/delle altre poesie.»

L’impossibilità di vivere nella realtà storica è, per il poeta, motivo d’ispirazione e di continuo stravolgimento dell’io lirico; la poesia di Aldo Palazzeschi è evidentemente concepita, nei suoi toni spettacolari, per essere teatralizzata, per non rimanere tacita. Inoltre, al di là della componente linguistica, anche quella tematica gioca un ruolo fondamentale: molto spesso l’impalcatura della sua scrittura giovanile è contraddistinta da un carattere paradossale, come dimostra il romanzo allegorico Il codice di Perelà, pubblicato per la prima volta nel 1911, o anche Allegoria di Novembre. L’autore abbandonò nel giro di pochi anni il movimento futurista, dichiarandosi sfavorevole all’interventismo italiano nella guerra del ’14-’18: nel corso della sua vita, egli perseguì l’attività letteraria mutando certo carattere e inclinazione della sua scrittura; tuttavia si può affermare con assolutezza che il periodo novecentesco dell’avanguardia futurista trovò in Aldo Palazzeschi un’espressione esuberante e geniale, per mezzo della quale, con un’ironia dal carattere profondo e meditato, egli ha rivestito la letteratura e la poesia di una forma mai esistita prima d’allora.

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