In redazione da mesi non si parla d’altro: raramente capita che tutti – o quasi- convergano verso lo stesso tema senza dirselo nemmeno, senza bisogno di parlarne. Lo scambio di opinioni all’interno della sezione Cultura è partito sin dall’inizio dell’anno, ben prima del lockdown, ben prima della pandemia: di libri e di scrittori si parla quasi quotidianamente ma quest’anno l’interesse verso il Premio Strega sembra quasi un inspiegabile incantesimo collettivo. Sarà perché nella dozzina ci sono finiti tre autori molto giovani- Jonathan Bazzi, Marta Barone, Alessio Forgione-, sarà perché è quasi scontato immaginarsi una sorta di testa a testa tra i due favoriti, Gianrico Carofiglio e Sandro Veronesi. Fatto sta che nel momento in cui comincia la riunione in video-call per ipotizzare la cinquina finalista all’edizione 2020 l’entusiasmo si percepisce nonostante le immagini sgranate, l’audio che va e viene, i numerosi km che separano un redattore dall’altro. 

La Libreria ELI di Roma, in collaborazione con Artwave, presenta “Autori allo specchio”. Per saperne di più, cliccare qui. Illustrazione di Andrea Fanelli.

La conferma riguardo al progetto in collaborazione con la Libreria ELI di Roma è il migliore inizio immaginabile: incontrare gli autori davanti ad uno specchio immaginario e dialogare con loro non solo a proposito del romanzo candidato ma del senso e del ruolo della letteratura nella nostra società è un’opportunità preziosa che galvanizza tutti. Claudio è emozionatissimo, come sempre quando si parla di letteratura; ma non lo lascia a vedere tanto facilmente. Bisogna conoscerlo un po’ per intuirlo. D’altronde lui è quello che legge e medita o forse legge meditando: è il meditativo della redazione insomma. I sentimenti li domina, almeno in apparenza. Alessandro cammina, anzi parla e cammina, gesticolando: ad un certo punto blocca la videocamera e resta solo la traccia audio a testimoniare la sua presenza. Emma c’è ma non si fa sentire finché non arriva il momento appropriato: proprio come il villain di un’opera shakesperiana, s’inserisce nella conversazione nel momento più opportuno. Le sue idee sono chiare e limpide, come al solito: ne ha letti 10 ma l’intenzione è di fare l’en plein. I più gettonati – Parrella, Carofiglio, Veronesi– quasi non li nomina. Troppo scontato che finiranno in cinquina: se tutto questo fosse un film, sarebbe auspicabile un colpo di scena. E allora proviamo a immaginarlo, dice tra sé e sé. “La storia narrata da Mencarelli ha il suo perché ma, avendo letto anche il romanzo precedente, non ho avuto chissà che folgorazione, a essere sincera” afferma con vigore “eppure credo potrebbe avere delle chance per la cinquina.”  A livello stilistico, Rapino l’ha presa più di qualsiasi altro: un esperimento linguistico davvero notevole. Una delle immagini finali del suo protagonista, Bonfiglio Liborio, è chiaramente legata al liquore Strega. Poi certo, c’è Bazzi: come si fa a non apprezzare Bazzi?

Alessandro ovviamente concorda: purtroppo dei dodici titoli finalisti ne ha letto solo uno. Forse, in un’altra vita, riuscirà a leggere tutti i romanzi che vorrebbe ma, ad ogni modo, è assolutamente certo che “Febbre” arriverà in cinquina. Monica invece li ha letti tutti: il tempo dilatato della quarantena ha favorito quest’immersione letteraria. “Il Premio Strega dovrebbe essere un trampolino di lancio per autori meno conosciuti” esordisce “ma il più delle volte non è così. Ad ogni modo, il libro di Forgione mi ha colpita moltissimo, in particolare la vita di periferia di questi giovani senza speranza, condannati dalla realtà che li circonda ma non del tutto sconfitti, anche se non c’è un lieto fine vero e proprio; e poi c’è Veronesi che mi ha commossa profondamente.” La febbre di Bazzi ha contagiato anche lei: ribadisce che sarebbe bello se vincesse un esordiente ma, in ogni caso, questa storia ha già conquistato un pubblico vastissimo, tanto che forse nemmeno l’autore stesso avrebbe potuto immaginarselo fino a qualche mese fa. Ed è già questo un risultato straordinario. 

Un plebiscito, insomma. “Febbre” è “un romanzo di formazione di rara bellezza”, “un’autobiografia avvincente e mai scontata, fino alla fine”. E poi c’è il grande merito di aver scritto “una storia necessaria raccontandola da un punto di vista assolutamente inedito e imprevedibile”. Per Monica meriterebbe di andare in cinquina anche “Almarina”, fosse solo per il fatto che è raro imbattersi in una storia ambientata in un carcere minorile. Cristina coglie la palla al balzo per tessere le lodi di questo romanzo che l’ha colpita tantissimo: “L’abilità di Parrella di giocare con i registri stilistici è impressionante! La sua scrittura ti sorprende e ti affascina. Ma possono entrare in cinquina due romanzi pubblicati dalla stessa casa editrice? Intendo Carofiglio e Parrella ma anche Ballestra e Barone.” Solitamente no, è risaputo.

E a proposito di Marta Barone e del suo “Città sommersa” i pareri si dividono: per qualcuno è il “classico” romanzo storico, interessante e scorrevole ma ne abbiamo già letti di simili (Antonio Scurati, tra l’altro, ha vinto proprio l’anno scorso con un libro del genere); per qualcun altro invece è l’opera intima e personale di una scrittrice molto giovane, ed è affascinante proprio per via di quel distacco generazionale che dona al testo una grande originalità. Il meditativo sostiene spudoratamente Veronesi, non fatica ad ammetterlo: definisce il suo come un romanzo straordinariamente moderno. Appassionante, commovente. Certo, il Premio Strega lo ha già vinto nel 2006 eppure, a suo parere, ne meriterebbe anche un secondo. “Ma è rarissimo che un autore vinca lo Strega due volte” gli ricorda Alessandro. “Certo, eppure a Volponi è successo perciò non sarebbe il primo caso” conclude Claudio. Federica concorda: “Veronesi non sbaglia un colpo, finirà in cinquina di sicuro. Così come Carofiglio e Bazzi.”

Quest’ultimo, è evidente, mette d’accordo tutti: il suo è un libro coraggioso, uno dei primi grandi libri della generazione millennial. C’è dentro perfino Instagram ed è la prima volta in un’opera letteraria. Incalza ancora Federica, idolatrice dei libri che legge contemporaneamente Hermann Hesse, Paul Auster e i dotti del Cinquecento: “Il romanzo di Mencarelli si colora di toni estremamente poetici, e il tema, poi, è meritevole in tutta la sua delicatezza: se pensiamo a tutti gli stereotipi e ai pregiudizi stratificati attorno alla malattia mentale… già solo per questo  dovrebbe entrare in cinquina.” “Anche il romanzo di Giuseppe Lupo è molto poetico” ribatte Claudio, “quasi troppo, forse, per vincere lo Strega”. Al centro di “Breve storia del mio silenzio” c’è la storia italiana che si intreccia con la formazione dell’individuo, tema evidente anche nel romanzo di Gian Arturo Ferrari, “Ragazzo italiano”.

Ma che cos’hanno in comune questi dodici titoli? Molti sono esplicitamente autobiografici, altri no ma presentano elementi coincidenti con le biografie degli autori. I protagonisti sono tutti molto “simili”, se non perfettamente coincidenti con i loro autori: l’unica eccezione in tal senso è costituita dal romanzo di Gian Mario Villalta in cui il personaggio principale è costantemente in dialogo con il comprimario. Un altro aspetto in comune è quello del territorio nazionale: c’è l’Italia nascosta, quella delle periferie, dei quartieri decentrati, delle province dimenticate. A questo proposito a Cristina viene in mente il romanzo di Ballestra che forse ha il “limite” di parlare ad una generazione specifica: ecco, forse non arriva ai giovanissimi. “Io credo che vincerà Bazzi” afferma lapidario Alessandro “perché è un esordiente, ha pubblicato con una casa editrice di medie dimensioni ma soprattutto perché rappresenta la nuova generazione di scrittori e scrittrici italiani. Da ogni punto di vista. Veronesi è un grandissimo scrittore ma se vincesse di nuovo sarebbe come tornare indietro”. Emma concorda. Sarebbe fantastico se il Premio Strega desse spazio soprattutto agli autori emergenti ma sarebbe ancora il Premio Strega? Forse no, e in parte è giusto che sia così.

E poi c’è la questione delle case editrici. “Parrella e Carofiglio sono entrambi già stati in cinquina: meriterebbero di entrarci anche quest’anno, secondo me, a maggior ragione se consideriamo l’importanza letteraria ormai acquisita ma sono pubblicati dallo stesso editore, come Ballestra e Barone. Uno esclude l’altro, insomma” aggiunge Cristina e poi conclude sottolineando il fatto che “solitamente lo Strega lo vince un autore pubblicato da una grande casa editrice, come Einaudi o Mondadori”. Minimum fax ha dei titoli strepitosi!” interviene Emma, “Non ha niente da invidiare alle grandi case editrici, secondo me. E sarebbe il caso di dare visibilità e sostegno anche ad altri editori che non siano i soliti noti”. Come darle torto? Dovrebbe vincere il merito letterario, insomma, non le logiche commerciali o il “peso”, il prestigio dell’autore piuttosto che della casa editrice. Sta di fatto, tuttavia, che questa roulette appassiona. E fa riflettere sul nostro tempo, su quello che è stato e su quello che sarà.

A prescindere dall’esito finale, è nel viaggio verso quella iconica bottiglia di liquore che si scoprono storie e personaggi di cui abbiamo ancora tutti grandemente bisogno.

Che vinca il migliore!

In copertina e a corredo dell’articolo: il manifesto dell’edizione 2020 del Premio Strega. Fonte immagine: www.premiostrega.it.
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