Sono molte, moltissime le critiche sollevate nelle ultime ore nei confronti delle affermazioni del prof. Raffaele Morelli, psichiatra e psicoterapeuta, noto al grande pubblico per le numerose partecipazioni ai salotti televisivi. Le donne avrebbero una fondamentale vocazione, secondo lo specialista: quella di essere prima di tutto corpi del desiderio maschile eterosessuale. In un’intervista a RTL 102.5, Morelli ha affermato che “se una donna esce di casa e gli uomini non le mettono gli occhi addosso deve preoccuparsi”; e ancora “il femminile è il luogo del desiderio”, “la donna è la signora, la regina della forma”.

Frasi che esplicitano in modo chiaro e lampante quanto la mentalità maschilista, sessista e patriarcale sia fortemente radicata e condivisa nella nostra società. Il concetto di fondo è evidente: le donne non esistono in quanto esseri umani fini a se stessi – in quanto persone, insomma-  ma la loro ragion d’essere è identificata anzitutto in virtù del piacere, del desiderio, dell’eccitazione erotica che sono in grado di suscitare nella popolazione maschile eterosessuale. Le affermazioni dello psichiatra sono talmente intrise del maschilismo più becero da risultare quasi utili proprio perché evidenziano le modalità con le quali il patriarcato, nel corso dei millenni, ha ingabbiato i corpi delle donne. Le sue parole esprimono eccellentemente il cosiddetto male gaze ovvero il punto di vista fallocentrico e patriarcale vigente e messo in luce, ormai decenni fa, da Laura Mulvey

Corpi del desiderio: l’anticamera della violenza di genere

Il femminile, per Morelli e sfortunatamente non solo per lui, corrisponde in sostanza alla capacità di seduzione e frenesia erotica che questa parte dell’umanità è in grado di sviluppare: il benessere psicofisico delle donne, la loro identità e la stessa relazione tra i generi si fonderebbe, dunque, su questa “radice ancestrale” che attribuisce loro un ruolo fondamentale, quello di oggetti del desiderio sessuale degli uomini etero. Da questo assunto Morelli dichiara, lapidario: “La donna suscita, chiama il desiderio. Guai se non fosse così”.

 Probabilmente senza volerlo, il professore ammette e giustifica, dunque, la diffusa e odiosa pratica del catcalling, che in molti paesi è addirittura un reato: sulla base del suo ragionamento, infatti, si potrebbe dedurre che ricevere sguardi fissi, fischi, giudizi e considerazioni non richiesti e spesso osceni sul proprio aspetto fisico non sarebbe umiliante e molesto per le donne, anzi. Costoro dovrebbero addirittura preoccuparsi qualora ciò non accadesse.

Peccato che in realtà per molte donne la vera preoccupazione è quella di essere molestate, aggredite, stuprate proprio a causa di questo modo di concepire i loro corpi: sono questi, infatti, i veri “guai” in cui si incorre ancora troppo spesso proprio per via della concezione stereotipata e sessista che considera le donne anzitutto come corpi del desiderio e del piacere maschili.

Fonte immagine: Wikimedia Commons.

Una visione che inizia a sgretolarsi

Le numerose critiche alle affermazioni dello studioso e le reazioni che tantissimi, uomini e donne, hanno manifestato sui social network ci dimostrano che questo modello, pur essendo ancora molto solido, inizia tuttavia a traballare. Solo poche settimane fa, inoltre, la vicenda che ha avuto al centro la statua dedicata al giornalista Indro Montanelli ha innescato un dibattito acceso nell’opinione pubblica sul valore che attribuiamo ai monumenti e sul senso che tale valore acquisisce nel tempo, in conseguenza ai cambiamenti che intercorrono in seno alla società. 

Montanelli è stato certamente un razzista e uno stupratore: sostenere argomentazioni contrarie a questo dato di fatto è quantomeno illogico. Ma la querelle intorno a quella statua e ai significati intrinseci che reca è importantissima perché ci dimostra che stiamo sviluppando una certa sensibilità e attenzione alle rappresentazioni dei corpi e a tutti quei temi che afferiscono alle diverse forme di discriminazione in cui siamo immersi. Razzismo, colonialismo, maschilismo convergono proprio sull’abuso – reale e iconico- perpetrato sui corpi degli “altri”.

Statue e piazze che celebrino il valore umano

Sembra arrivato il tempo, insomma, di trasformare i corpi delle donne da oggetto del desiderio a statue che celebrino il loro valore in quanto esseri umani che hanno contribuito significativamente all’intera società. Lo spiegava già nel lontano 1949 la filosofa Simone de Beauvoir: le donne sono il primo corpo “altro” in cui ci si imbatte. Ecco perché la lotta per la loro emancipazione e le istanze promosse dal femminismo intersezionale recano beneficio e restituiscono il giusto riconoscimento a tutti gli altri corpi “altri” presenti nella nostra società. Quelli delle persone LGBTQI+, ad esempio, e più genericamente di tutti coloro che non corrispondono al modello sociale dominante costituito dal prototipo maschile occidentale eteronormato.

il partigiano Giorgio Marincola

Giorgio Marincola, partigiano italo-somalo, ucciso dai nazisti nel 1945. Fonte immagine: Wikimedia Commons.

Non a caso in questi giorni si susseguono richieste da parte di associazioni, privati cittadini e personaggi pubblici che vanno in questa direzione. EveryOne Group ha lanciato un appello al sindaco Sala: la città di Milano dovrebbe erigere statue e titolare strade e piazze alle donne che hanno contribuito alla sua storia e al suo sviluppo. Cristina Trivulzio di Belgojoso, Fernanda Pivano, Alda Merini, Camilla Cederna, solo per citarne alcune. Massimiliano Coccia, giornalista di Radio Radicale e de L’Espresso, ha proposto di intitolare la nuova fermata della Metro C di Roma a Giorgio Marincola, partigiano di origini somale, già decorato con la Medaglia d’Oro al Valor Militare, ucciso dai nazisti in Val di Fiemme a 22 anni proprio per aver scelto deliberatamente di difendere la popolazione locale dalle violente rappresaglie dell’esercito tedesco in ritirata.  

C’è da scommettere che proposte del genere arriveranno nei prossimi giorni anche per Napoli, Bologna, Torino, Genova, Bari, Palermo e chissà quante altre città le cui storie sono costellate dai tanti esseri umani “altri” che abbiamo rimosso o dimenticato.

E che invece ora vogliamo ardentemente ricordare e celebrare.

In copertina: la statua di Leopoldo II, re del Belgio e colonizzatore del Congo. Fonte immagine: Indipendent.co.uk.
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