Guido Guerrieri, il personaggio che Gianrico Carofiglio ha creato ormai quasi due decenni fa, è tornato: lo ritroviamo ne La misura del tempo a fare i conti non solo con una nuova vicenda legale ma soprattutto con un passato più o meno recondito che gli si ripropone davanti. In carne ed ossa.

Il nucleo narrativo principale del romanzo è costituito da un caso giudiziario piuttosto complesso per svariate ragioni. Tutto comincia con Lorenza, una donna di mezza età che si presenta all’improvviso nello studio di Guerrieri: l’avvocato stenta a riconoscerla, gli anni trascorsi dai tempi del loro amore atipico e mai asserito esplicitamente sono 27 e l’acqua sotto i ponti è passata copiosa lasciando i suoi segni. La donna appare disperata e ne ha ben donde: il suo unico figlio, un giovane decisamente inquieto e già noto alle autorità per vicende legate allo spaccio di sostanze stupefacenti, è in carcere in attesa di essere giudicato per omicidio; anzi, ad essere precisi, una condanna in primo grado c’è già stata, l’avvocato difensore nel frattempo è passato -per così dire- a miglior vita e l’ex fiamma di Guerrieri non sa da che parte girarsi. Ecco spiegata, in poche parole, la situazione iniziale da cui parte il romanzo di Carofiglio, candidato allo Strega 2020

Einaudi, Stile Libero Big. Euro 18.

Lo scrittore barese, giurista ed ex magistrato, ci ha abituati ad una scrittura sofisticata e molto ben calibrata: elegantissima è la sua penna e sottile ne risulta il tratto, capace di descrivere molto più di quanto si possa cogliere nell’immediatezza della lettura. Carofiglio è un abile maestro nell’inventare sottotesti: la sua è un’accortezza raffinata che si rivela in piccoli dettagli, apparentemente banali, in micro-sequenze che celano indizi, probabilità, eventualità evanescenti come il lampo di un pensiero che si balena. Così le lunghe sequenze colme di linguaggio giuridico, rimandi alle procedure legali e ai dettami dei Codici dribblano agilmente qualsivoglia pedanteria letteraria: ci raccontano molto di più di una “semplice” sequela di botta e risposta tra teste, pubblico ministero e avvocato di parte. Ci svelano, infatti, riga dopo riga, insidie e perfidie latenti in un’arringa, ci trasmettono i pericoli di fraintendimento riposti in una ingenua testimonianza, ci restituiscono insomma ogni elemento che compartecipa al solidificarsi di un convincimento come all’insinuarsi di un ragionevole dubbio. Questa dinamica di asserzioni e rimandi tipica dell’aula di tribunale esemplifica, in realtà, il gioco della comunicazione umana in genere: quante volte giudichiamo non sulla base dei fatti concreti ma su congetture mentali tutte nostre, derivate da pregiudizi e convinzioni del tutto arbitrarie? Quante sentenze emettiamo ogni giorno su colleghi, amici, familiari e persino su perfetti sconosciuti senza soffermarci a valutare altre piste, altre possibilità, altre eventuali concause?

Carofiglio scrive una storia che è giudiziaria solo in superficie: la vicenda di Iacopo e del suo processo per omicidio si intreccia alle memorie di Guerrieri che, occupandosi del caso di specie, non può fare a meno di ricordare i giorni in cui si consumò la relazione con Lorenza. E nell’evocarli il protagonista prende via via coscienza di come gli altri ci appaiano non per quello che sono ma sempre e comunque in relazione a ciò che noi siamo e stiamo vivendo. Non esiste, insomma, l’altro se non in relazione al sé e in ogni legame, in ogni rapporto avviene, inevitabilmente, una proiezione. Il tempo si misura a seconda del nostro stato d’animo, della nostra condizione interiore, del nostro unico e parzialissimo sguardo sulla realtà: persino i ricordi non sono mai neutri ma, al contrario, assumono sfumature diverse in relazione a questo nostro presente che continua, incessante, a divenire. Riuscire a sviluppare quella “capacità negativa” di cui parlava John Keats già ai primi dell’Ottocento, ovvero la possibilità di convivere con le ambiguità e i paradossi inerenti ad ogni fenomeno esistente, diventa allora la chiave per comprendere pienamente la complessità del mondo in cui viviamo e della nostra stessa natura di esseri umani. 

Infine La misura del tempo ci propone una profonda, significativa riflessione sull’invecchiamento e sulla percezione del tempo che oggi è, ça va sans dire, particolarmente significativa. Carofiglio connota la giovinezza alla capacità di provare stupore e, di conseguenza, di cambiare; lo esprime chiaramente proprio Guerrieri in una delle pagine conclusive del romanzo: 

Forse potrebbe essere proprio lo stupore -se fossimo capaci di impararlo- l’antidoto al tempo che accelera in questo modo insopportabile.

© riproduzione riservata