Pubblicato nel 2013, Americanah di Chimamanda Ngozi Adichie ebbe, sin da subito, un enorme successo di pubblico e di critica: vincitore del prestigioso National Book Critics Circle Award per la narrativa, è il terzo romanzo della scrittrice nigeriana il cui talento, già evidente nei precedenti Ibisco viola e Metà di un sole giallo, è ormai unanimemente riconosciuto. 

Einaudi Tascabili, trad. Andrea Sirotti, euro 15.

La storia della protagonista Ifemelu ricalca quasi perfettamente quella della sua autrice: nata in Nigeria nel 1977 in una abbiente famiglia igbo, Adichie è cresciuta nel campus universitario di Nsukka dove lavoravano entrambi i suoi genitori. Da sempre attratta dai libri e dalla letteratura, nella seconda metà degli anni ‘90 si trasferì negli Stati Uniti dove completò i suoi studi in Comunicazione e Scienze Politiche grazie ad una borsa di studio. Proprio come la protagonista americanah del suo romanzo: è questa l’espressione in uso in Nigeria per descrivere quei concittadini che, solitamente dopo un periodo di residenza negli States, emulano il modo di fare degli americani nel tentativo di mostrarsi diversi e, forse, emancipati rispetto alle proprie origini. Un topos che accomuna tutti e ciascuno: non serve essere emigrati in un paese lontano per comprendere questa dinamica dell’anima umana, è sufficiente avere un passato, più o meno recente, che ad un certo punto dell’esistenza si riaffaccia nel nostro presente e voilà, eccoci a camuffare certi tratti di noi stessi che non ci sembrano abbastanza cool nel tentativo di apparire altro da noi e di riscuotere stupore e ammirazione.

L’attrice keniota Lupita Nyong’o interpreterà il ruolo di Ifemelu nella serie tv tratta dal romanzo “Americanah”. Fonte: www.cinefilos.it.

Conosciamo Ifemelu nel bel mezzo del suo personale american dream: studia a Princeton, cura un blog di successo e i tempi duri in cui non riusciva a pagare l’affitto e si barcamenava tra mille lavoretti per sbarcare il lunario sono ormai lontani. La giovane donna ha fatto strada, indubbiamente, ma i problemi per lei non sono affatto finiti: la approcciamo, appunto, nel momento in cui si domanda se è il caso di farsi fare le treccine dal parrucchiere oppure no. E a partire da questo dilemma, apparentemente di poco conto, si dipana la sua storia: già, proprio a cominciare dai capelli. 

La stragrande maggioranza delle donne nere– NA ovvero nere americane o NNA nere non americane, per usare la dicitura del blog di Ifemelu- non si mostrano quasi mai in pubblico con i capelli al naturale: questa tendenza è evidente, basti pensare a personaggi noti, da Beyoncé a Michelle Obama passando per Oprah Winfrey e Naomi Campbell; ognuna di queste VIP appare prevalentemente con la chioma lisciata piuttosto che ondulata, talvolta magari anche arricciata ma generalmente, in nessuna occasione, ritiene opportuno presentarsi con la testa afro. Quasi fosse segno di trascuratezza, di sciatteria. Questo stigma è emblematico di un problema vetusto e particolarmente odioso, quello della stereotipizzazione di matrice etnica: l’excursus narrativo di Ifemelu dimostra ampiamente come nella società americana – e occidentale, in genere- sia ancora piuttosto duro lo zoccolo di pregiudizi e fattori discriminanti che influenzano enormemente il pensare e il vivere comune. Attraverso l’espediente letterario del blog che la protagonista s’inventa e cura proprio a seguito del riscontro di questi stereotipi duri a morire, emergono moltissimi esempi in tal senso: la voce diretta di Ifemelu e dei suoi post s’interseca con la narrazione in terza persona degli eventi che riguardano lei in primis ma anche numerosi altri personaggi, in un continuo oscillare di punti di vista che restituisce al lettore tutta la complessità dell’esperienza da expat di una giovane donna nera e africana in Occidente. Dosando al punto giusto picchi di ironia e toni drammatici, Adichie ci racconta il nostro mondo dal punto di vista dell’altro, e rivelando quei meccanismi insidiosi e spesso automatici che minano le basi dell’autentico rispetto e della vera apertura alla diversità. Citando il test di Peggy McIntosh, emergono arcaici privilegi di razza, purtroppo ancora vivissimi e più che vegeti, così come, attraverso la relazione di Ifemelu con Curt, giovane rampollo bianco e americanissimo, salta all’occhio quanto sottile sia il confine tra fascinazione per l’esotico e considerazione profonda e attenta della diversità.

Parallelamente alle vicende della giovane blogger e studentessa, scorrono tra le pagine quelle di Obinze, il suo fidanzato storico che tanto avrebbe voluto raggiungerla sulla East Coast ma che, a causa delle numerose difficoltà riscontrate nell’ottenimento del visto dopo gli eventi dell’11 settembre, ha ripiegato in Inghilterra: anche lui esperisce, in forme diverse ma altrettanto significative, le asperità tipiche dell’emigrazione. I due si ritroveranno, nell’ultima parte del romanzo, in una Nigeria finalmente libera e democratica: cresciuti e certamente cambiati, in un certo senso disincantati rispetto agli ideali coltivati nella prima gioventù, si riscopriranno vicendevolmente, ancora una volta travolti dalla medesima passione e complicità che li rendeva inseparabili quindici anni prima.  

Chimamanda Ngozi Adichie durante l’Atlantic Washington Ideas Forum, Harman Center nel 2016. Ph. Max Taylor, fonte: www.chimamanda.org.

Adichie riesce a restituire al lettore una prospettiva policentrica e mai scontata, aprendo orizzonti che sono in buona parte ancora inesplorati; e lo fa descrivendo rituali quotidiani, esperienze frequenti, relazioni assolutamente comuni, sentimenti universali. La giovane autrice nigeriana affronta contemporaneamente questioni legate al razzismo, al femminismo, all’emigrazione, alla crisi d’identità giovanile e alla lotta per trovare se stessi e imparare a stare al mondo con una scrittura fluente, scevra da qualsivoglia vittimismo o permalosità, profondamente umana e coinvolgente. 

Infine, Americanah rompe un tabù letterario secolare ed è auspicabile che il suo remake televisivo faccia altrettanto: offre una voce e una rappresentazione inedita di una certa parte della popolazione mondiale che, fino ad oggi, ha avuto davvero pochissimo spazio e perlopiù ha dovuto accettare il fatto di essere descritta e raccontata da un punto di vista esterno. Adichie è estremamente consapevole di questo gap, come afferma lei stessa in un talk tenuto per TEDGlobal nel 2009 in cui racconta della sua esperienza di lettrice bambina: i personaggi delle storie che leggeva erano tutti bianchi, biondi e con gli occhi azzurri, intenti a giocare nella neve, sorpresi dal tepore del sole invernale. Il fenomeno dell’immedesimazione era ovviamente per lei del tutto impossibile e ciò l’ha portata a riflettere sul significato e sul senso della letteratura e sul pericolo che una narrazione univoca può costituire: questo è forse il punto focale che in Americanah, come nelle altre opere di Adichie, va tenuto bene a mente e che costituisce la fonte di preziosità della sua letteratura.

Tra pochi giorni, la scrittrice nigeriana sarà in Italia: l’attesissimo evento, che la vedrà protagonista è il Premio Speciale Afriche e avrà luogo nell’ambito di BookCity Milano il prossimo 16 novembre. Nonostante gli sforzi dell’organizzazione che ha persino cambiato la location dal Salone d’Onore al più capiente Teatro dell’Arte della Triennale, i pass d’ingresso sono andati sold out dopo poche ore dal rilascio. Ci auguriamo che tale successo sia premonitore di numerose successive occasioni per incontrare e ascoltare una delle voci più interessanti e originali del panorama letterario mondiale.

In copertina: Chimamanda Ngozi Adichie all’Esquire Townhouse di Londra nel 2018. Fonte: www.chimamanda.org.
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