Un padre e una madre, un bambino di dieci anni e una di cinque, un viaggio nel cuore degli Stati Uniti. Sono partiti da New York e sono diretti in Arizona. Si fermano a dormire nei motel, si raccontano storie, ascoltano la radio, e poi canzoni – adorano Space Oddity di David Bowie – e audiolibri – in particolare Il signore delle mosche. Tra i due adulti si percepisce una certa tensione: questa traversata sembra quasi essere un viaggio d’addio, o forse, al contrario, un disperato tentativo di riconciliazione. Per i bambini all’apparenza è invece tutto un gioco. Gli piace da matti farsi raccontare dal padre le vicende degli Apache che un tempo abitavano quei luoghi, e fingere di essere degli indiani d’America. La loro è una famiglia atipica: un padre vedovo con un figlio e una madre single con una figlia che si sono conosciuti e innamorati a New York, dove gli era stato affidato il compito di lavorare in coppia a un progetto di paesaggio sonoro, che consisteva nella registrazione e nella mappatura delle tantissime lingue parlate in città. I quattro sono così diventati una famiglia, quella che ora percorre le strade statunitensi. Tra i due adulti c’è stata una rottura, silenziosa ma ogni giorno più profonda. Una spaccatura che si rivela anche nelle motivazioni diverse alla base del viaggio. Lui è sulle tracce degli Apache, vuole cogliere e immortalare i suoni dei luoghi dove essi abitarono, cercando di scovarne i fantasmi; lei, una giornalista più che una raccoglitrice di suoni, vuole saperne di più sull’emergenza migratoria, in particolare sulla straziante e surreale vicenda dei bambini che attraversano da soli il confine, e che spesso finiscono per perdersi nel deserto. I membri di questa strana famiglia sono i protagonisti – senza nome ma incredibilmente reali – di Archivio dei bambini perduti (La Nuova Frontiera), l’ultimo romanzo della scrittrice messicana, ma residente a New York, Valeria Luiselli, tra i libri più apprezzati e potenti degli ultimi mesi.

Archivio dei bambini perduti non è un libro dalla struttura canonica. Scavalcando i confini della forma romanzesca, Luiselli mischia le carte e scompagina i generi: il suo è un processo di ibridazione. La narrazione – prima seguiamo il punto di vista della madre, poi quello del figlio maschio – si contorce in un discorso meta ed extra-letterario. Nel bagagliaio dell’auto che percorre lunghe distese di desolate e metafisiche strade americane, ci sono sette scatole: contengono mappe, libri, appunti, quaderni, cd; le ultime due, quelle dei bambini, sono invece vuote, in attesa di essere riempite. Così, i testi delle canzoni, le frasi sottolineate in vecchi libri, le fotografie scattate dal figlio con la sua polaroid, sono parti integranti e attive del racconto. La narrazione assume un po’ la cadenza del diario e un po’ quella del reportage narrativo. Si ha l’impressione, perdendosi nel flusso ipnotico della lettura, di rivivere quei lunghi e bellissimi viaggi familiari che a molte persone sarà capitato di fare durante l’infanzia. Quelli con i genitori davanti che cercano disperati la strada, tuo fratello accanto a te che dorme, tu che chiedi di continuo quanto manca. Il romanzo di Valeria Luiselli, d’altronde, riesce alla grande nella difficile impresa di immedesimarsi nei bambini e nella loro visione del mondo. Anzi, l’infanzia stessa, con le sue dosi massicce di meraviglia, paura e avventura, è forse il nodo che tiene insieme il romanzo. La storia dei bambini perduti che vagano in mezzo al deserto, immagine sconvolgente nel suo essere insieme inconcepibile e autentica, è un contraltare sempre presente, un detto-non detto che abita ogni frase. La vicenda reale riverbera anche grazie a un libro fittizio, Elegie per i bambini perduti – scritto da un’immaginaria narratrice italiana, Ella Camposanto – che Luiselli riporta integralmente, un pezzetto alla volta, e che è la storia di un viaggio disperato verso una mera illusione: quello di un gruppo di bambini che migrano.

La Nuova Frontiera, traduzione di Tommaso Pincio. Euro 20.

Parlare dell’attualità politica è sempre rischioso per un romanziere contemporaneo. Si corre il pericolo, nel flusso costante di informazioni a cui siamo sottoposti giornalmente, di risultare retorici, piatti, oppure di sacrificare la storia al concetto, i personaggi a un messaggio. In definitiva, di perdere quel tocco di magia che distingue la finzione romanzesca dalla realtà. Valeria Luiselli, in Archivio dei bambini perduti, accetta però questa sfida e la vince su tutti i fronti. Si era d’altronde già occupata dello stesso tema nel libro Dimmi come va a finire, che testimonia la sua attività di interprete volontaria nei tribunali di New York, in un lavoro di assistenza ai minori alla ricerca di un permesso di soggiorno.

In Archivio dei bambini perduti sono proprio il contrasto, il confronto e la somiglianza tra situazioni diverse a far sì che l’emergenza migratoria sia rivelata con una forza abbagliante e nuova. La narratrice, la madre, non può che pensare di continuo – con spavento e costernazione – ai bambini perduti, ogni volta che posa lo sguardo sui suoi due bambini che giocano o dormono nei sedili posteriori dell’auto. Tutti rischiamo di perderci: come si fa poi a farsi ritrovare? E sono gli stessi due fratellini, che nella seconda parte del romanzo diventeranno gli indiscussi protagonisti della vicenda – che prenderà a un certo punto una piega totalmente inaspettata –, a immaginare di essere dei bambini perduti. La tragedia si confonde allora con il gioco d’infanzia, e questo forse è l’unico modo possibile di comprenderla. Ma a complicare il discorso e insieme a risolverlo è anche il paragone storico fra indiani d’America e migranti, fra la tragica ed eroica lotta degli Apache e la sorte di coloro che tentano di essere accolti in un posto che sembra rigettarli. Entrambe le vicende sono profondamente ingiuste, e si riverberano l’una nell’altra come in un vortice orrorifico di ripetitività. La storia si ripete in continuazione, purtroppo, e sono i luoghi stessi a parlarne, e a raccontarla ai protagonisti e insieme al lettore. L’asfalto, i motel, i locali squallidi, il deserto infame e i suoi canyon saturi dell’eco di vecchie e nuove voci… sembra che siano i panorami polverosi del sud degli Stati Uniti a spingere in avanti il racconto, con i personaggi che semplicemente vi scivolano sopra.

Quello di Valeria Luiselli, a prescindere dal tema politico, è anche un grande romanzo familiare, un affresco agrodolce di una famiglia moderna, per niente classica e in perenne bilico tra amore e incomunicabilità. Anche se a prima vista sembrerebbero due storie diverse, Archivio dei bambini perduti si potrebbe accostare a Storia di un matrimonio, il bellissimo film di Noah Baumbach che racconta il divorzio tra due persone che si vogliono ancora molto bene. La letteratura e il cinema, dopo aver narrato l’apogeo e la distruzione della famiglia borghese, sembrano adesso puntare gli occhi su famiglie che si profilano ormai al di fuori dei canoni standard; famiglie i cui confini si dissolvono, e dove regnano malinconia e tenerezza. Quella del romanzo di Valeria Luiselli è una famiglia a cui è impossibile non affezionarsi: troppo simile alle nostre esperienze o alle nostre proiezioni. Tanto più che, come si diceva, è semplice ritrovare tra le righe quei ricordi d’infanzia che sembravano sopiti da tempo. Leggere Archivio dei bambini perduti è come fare un lungo viaggio tra le strade del nostro tempo – quello solo nostro, e quello che ci tiene insieme, che lega tutti noi.

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