«Era giovanissimo, ma aveva nello sguardo qualcosa di slabbrato, come se osservasse il mondo da una prospettiva già offesa. Vorrei poter dire che la nostra fu un’immediata affinità elettiva, ma sarebbe una menzogna. Io Chirú lo riconobbi».

Eleonora e Chirù. Maestra e allievo. Lei ha trentotto anni e lui diciotto. Sono come un fiore quasi sfiorito ed un bocciolo. I due si incontrano per un gioco del destino. Eleonora, da affermata attrice teatrale qual è, deve recitare un monologo su una terrazza mentre Chirù, aspirante violinista, deve accompagnarla. Lui rimane come folgorato dalla capacità della donna di rapire l’attenzione del pubblico. Vede in lei qualcosa di raro e che vuole in tutti i modi fare suo. La distanza che intercorre evidentemente tra loro non lo preoccupa, tanto da invitarla a cena per proporsi come suo allievo. Da quel primo incontro iniziano a condividere ogni tipo di esperienza, in un modo così naturale da far sorgere domande su questo tipo di rapporto. Eleonora ha già vissuto in precedenza dei rapporti simili ed uno di questi l’ha segnata tanto che per anni si era rifiutata di seguire altri ragazzi. Eppure a Chirù non riesce a dire di no, perché sotto quei capelli ribelli percepisce un odore di cose marcite, che si presenta come un segno di riconoscimento. Prova così ad affiancarsi al passo incerto del ragazzo adolescente. Diventa madre, amante, maestra.
Eleonora vuole offrirgli tutto quello che sa ed in cambio prendersi quella meraviglia dello sguardo limpido tipico della giovinezza. Vuole quella energia che permea tutte le prime volte, le prime esperienze, i primi traumi.

“Bisognerebbe difendersi dalle prime volte, perché consumano la nostra capacità di evocare la meraviglia”.

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Da questo confronto continuo non possono non emergere le debolezze e le ferite che ha lasciato il passato. Eleonora viene quindi assalita dal ricordo del padre violento e della famiglia così poco unita. Chirù assorbe tutto in modo quasi disperato e non perderà occasione per far pagare alla sua maestra l’abbandono già previsto.
Ma in fondo amare non vuol dire proprio attraversarsi e guardarsi dentro? Non significa forse lasciarsi derubare? In questa danza senza equilibrio, Eleonora e Chirù hanno modo di domandarsi quanta forza possa nascondersi dietro una dipendenza emotiva. Quanto sia giusto sacrificarsi per un’altra persona. Una lotta dunque tra amore e potere.

Michela Murgia, scrittrice profonda, con Chirù, edito per Einaudi, riesce a far emergere attraverso una scrittura fluida e controllata quella tensione destabilizzante che solo l’amore può provocare. Trascrive nell’azioni dei protagonisti quell’enorme abisso tra ciò che vogliamo essere e ciò che gli altri percepiscono di noi stessi, facendo sgretolare tutto ciò che è considerato convenzionale. Tra caffè di Marina di Cagliari e i canali di Stoccolma Michela Murgia sottolinea come la nostalgia a volte possa essere soltanto un altro lato dell’amore e che spesso la solitudine è la migliore compagna per animi sensibili.

Chirù

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