C’è un momento nella vita in cui il ruolo padre-figlio si inverte: il figlio diventa padre del proprio padre, genitore di chi l’ha messo al mondo, di chi ha avuto un passato prima che lui nascesse. È un momento in cui si restituisce, in un certo senso, ciò che si è ricevuto: le cure, l’affetto, le premure.

In Patrimonio. Una storia vera, è Philip Roth a diventare padre del proprio padre, nel racconto intimo e doloroso della fine di un’esistenza. A Herman Roth è stato diagnosticato un tumore al cervello incurabile. Da quel momento Philip lo accompagnerà fino all’ultimo giorno con affetto e paura, con spavento e tenerezza. Gli comunica la diagnosi in modo parziale per non spaventarlo, ma con più precisione possibile per non prenderlo in giro. E qui sorge la prima delle numerose domande che Philp Roth fa porre al lettore: fino a che punto è giusto ingannare il malato per proteggerlo? Quanto, nascondere la verità, è eticamente corretto?

La famiglia Roth a Newark. Philip è il bambino più piccolo con la maglia a righe

Senza lirismi o patetismi di alcuna sorta, Roth ci restituisce l’immagine di un padre che si infragilisce, nonostante la determinazione e la risolutezza di un uomo che ha lavorato sodo per una vita intera e che senza un’educazione si è rimboccato le maniche per trovarsi un posto degno nella società.
Quell’uomo forte e tenace lascia spazio alla persona che, giorno dopo giorno, si affievolisce. Questa malattia che prima gli paralizza metà del viso e che infine lo riconduce alla sua animalità, all’incapacità di controllare il proprio corpo, lo avvicina al figlio.

Non esiste vergogna, e se esiste è messa a tacere per motivi che non si controllano. Il corpo del padre si svela a Philp, nudo, flaccido, reale. Ed è lì che, ancora una volta, il ruolo si inverte. Philip prepara la vasca da bagno per il padre e misura la temperatura dell’acqua con le dita: “mia madre, ricordai, la misurava col gomito”. La trasformazione è avvenuta: Philip è il padre di Herman, Herman è il figlio di Philip e non viceversa. Philip si premura come per un figlio ed Herman si lascia cullare da queste attenzioni. Ma esattamente quando è che i ruoli si invertono? Quando è che si smette di essere figlio? Qualcuno dirà: mai! E Philip Roth è d’accordo perché non smetterà mai di sentirsi “come il suo figlio piccolo, con la coscienza di un figlio piccolo”, ma è nei gesti, nella premura, nell’attenzione che si smette di essere figli per trasformarsi nei genitori dei propri genitori. E i vecchi ritornano bambini, bisognosi di cure e di vicinanza.

La malattia rende padre e figlio in un certo senso complici, li accomuna come se condividessero un segreto. Il tempo che conduce alla fine è riempito di momenti per ricordare ciò che è stato: le origini, le radici, episodi familiari. Herman Roth è un uomo dalla memoria importante e questa memoria deve essere consegnata a qualcuno che ne faccia buon uso. Philip Roth mette insieme il suo patrimonio per se stesso e per i suoi lettori e si ripete, come un mantra: non devi dimenticare nulla. “Devo ricordare ogni cosa con precisione – mi dissi – ricordare ogni dato con precisione, in modo che quando se ne sarà andato io possa ricreare il padre che ha creato me“.

Philip ha l’occasione di utilizzare tutto il tempo che gli rimane da trascorrere con il padre con la consapevolezza che sta per finire. Ne coglie così ogni sfumatura, ogni appiglio per non rimanere con il rimpianto del non detto. E ci riesce: quando il padre è ormai privo di sensi Philip gli parla nonostante non sia più in grado di sentire e “per fortuna di ciò che gli dissi quel mattino non c’era nulla che non sapesse già”.

“Morire è un lavoro e lui era un gran lavoratore. Morire è orribile e mio padre stava morendo”

© riproduzione riservata