Nel 1973 Gianni Rodari pubblica per Einaudi un libretto davvero particolare. Già il titolo, Grammatica della fantasia, è di per sé una contraddizione. Pensateci: non è istintivo percepire la grammatica come qualcosa di saldo, ordinato e gerarchizzato, sottoposto a regole sacre e invalicabili? Insomma, come un’istituzione? Al contrario, la fantasia non è per sua natura ribelle, indomabile, destabilizzante? Come si può redigere una grammatica della fantasia? Beh, si può, se sei Gianni Rodari. Il sottotitolo, infatti, ne è un’ulteriore conferma: Introduzione all’arte di inventare storie. Sì, l’obiettivo del più geniale e rivoluzionario scrittore per l’infanzia del Novecento italiano era proprio questa: teorizzare la fantasia; mostrare, e di-mostrare, che anche l’immaginazione è sottoposta a regole, leggi e direttive, e che ci sono dei trucchetti per stuzzicarla e farla venire fuori. Rodari, con Grammatica della fantasia, vuole insegnare a tutti l’arte di inventare storie per bambini: in due parole, vuole rivelare i ferri del mestiere.

Rodari racconta che la scintilla iniziale che culminò infine nella Grammatica della fantasia risale alla sua giovinezza. Ai tempi gli capitò infatti di imbattersi in un misterioso frammento di Novalis, nel quale il poeta tedesco si rammaricava del fatto che non esistesse, accanto alla Logica, anche una Fantastica, un ambito di studi attraverso il quale si potesse cioè scoprire, forse teorizzare, “l’arte di inventare”. Questa strana, impossibile parola, Fantastica, si imprimerà per sempre nella mente del giovane Rodari, che infatti nel corso della vita dedicherà al resoconto delle tecniche per inventare storie sia articoli di giornale che lezioni nelle scuole. A marzo del 1972, a Reggio Emilia, Rodari terrà sul tema alcuni incontri con una serie di insegnanti: sarà proprio da queste conversazioni che nascerà il testo di Grammatica della fantasia. E in effetti il libro ha l’andamento diretto e discorsivo del colloquio piuttosto che quello astruso del saggio, e sebbene non manchino i riferimenti colti – ai surrealisti francesi, ai maestri e ai teorici della fiaba, dai fratelli Grimm a Collodi e Calvino –, Grammatica della fantasia è un testo comprensibile a chiunque. Un libro per tutti. E come potrebbe essere altrimenti, d’altronde? Del carattere liberatorio e democratico dell’immaginazione Rodari è un fervente sostenitore.

Edizioni EL, Einaudi Ragazzi, euro 13.

Questo piccolo trattato di Fantastica è utile in primis a chi voglia sviscerare la poetica dello scrittore piemontese, scoprirne segreti e legami inediti. Si potranno infatti smascherare facilmente le tecniche e i guizzi alla base di molte delle sue storie più famose, ed è spassosissimo associare la lettura della Grammatica a quella, per esempio, di Favole al telefono, in cui il ragionier Bianchi, in giro per l’Italia tutta la settimana, ogni sera alle nove racconta al telefono una favola alla figlia che non riesce a dormire. Ma questo è anche un testo di pedagogia, dove Gianni Rodari si interroga, oltre che sul come creare storie per un bambino, anche sul perché al bambino vadano raccontate storie, e quindi sull’importanza formativa delle favole, sulla loro capacità creativa e liberatoria. Infatti, lo scrittore descrive spesso le sue esperienze personali nelle scuole, a contatto diretto con i bambini, i quali vengono sottoposti loro stessi al vaglio delle sue tecniche inventive.

Grammatica della fantasia, però, è anche il libro di un creativo per i creativi, e non soltanto per quelli, tra loro, che desiderino inventare storie per bambini. Chi vuole raccontare una storia ma non sa da dove cominciare e chi una storia non l’ha ancora trovata; chi non riesce a tenere a bada la sua fantasia ribelle e chi la fantasia l’ha smarrita invece da un pezzo; chi è in preda al blocco dello scrittore, chi è alla ricerca del finale perfetto o dell’inizio più adeguato: ecco, questo libro è per voi. Sarà forse che le leggi alla base delle storie, che siano per bambini o per adulti, sono sempre le stesse, sarà che le storie per l’infanzia sono una sorta di archetipo da cui derivano tutte le altre, comunque sia i consigli di Gianni Rodari vanno bene un po’ per tutti. Provare per credere.

Il libro si sviluppa attraverso una serie di piccoli capitoli, in ognuno dei quali Rodari espone una delle sue tecniche di invenzione. Sono le tappe della sua personale Fantastica. Alla base di tutto c’è il concetto, fondamentale, di binomio fantastico: secondo Rodari la fantasia nasce sempre da un incontro-scontro tra due entità diverse. Se a una parola se ne associa un’altra a lei molto lontana, i due poli si provocheranno a vicenda, mettendo in luce lati dell’altra di cui non ci eravamo mai accorti e creando legami inconsueti. La fantasia, insomma, comincerà ad agire. Rodari racconta che, quando faceva il maestro, spesso mandava un bambino a scrivere alla lavagna una parola, e uno a scriverne un’altra dal lato opposto. Magari il primo scriveva “cane” e il secondo “armadio”, e da questo semplice incontro-scontro tra due parole in realtà tanto comuni e abitudinarie poteva venir fuori una storia totalmente nuova. Nel binomio fantastico le parole, fatte uscire a forza dal loro habitat naturale grazie alla potenza di altre semplici parole, assumono nuove e sconcertanti sfaccettature. È necessario, ovviamente, che tra le due parole alla base del binomio ci sia una certa distanza – per esempio, “cane” e “gatto” è un binomio molto debole –, ed è proprio qui che risiede l’importanza del caso: più l’associazione sarà casuale più l’immaginazione dovrà lavorare per creare un collegamento. Insomma: l’imprevedibile, il non contemplato, sono alla base di ogni invenzione.

Gianni Rodari. Fonte: wikipedia.org.

Se la circostanza in cui si contrappongono due parole diverse è la forma più semplice di binomio fantastico, le varie tecniche adottate da Gianni Rodari non sono altro che varianti e complicazioni di questo scontro tra termini. Così, lo scrittore spiega per esempio come un errore di battitura possa essere in realtà un “errore creativo”, e quindi nascondere una storia, oppure come l’utilizzo di un “prefisso arbitrario”, come una semplice -s messa di fronte a una parola a caso, ne possa totalmente stravolgere il senso e così stimolare la fantasia. Si può anche partire, è ovvio, dalle favole tradizionali, per poi distorcerle, rovesciarle, proseguirle. Cosa succederebbe se apparisse un elicottero nella storia di Cappuccetto Rosso? E se Pinocchio si trovasse nella casetta dei sette nani? L’esercizio però non si ferma allo stravolgimento delle più famose storie per l’infanzia: le favole sono costruite secondo delle strutture fisse – le cosiddette “funzioni” teorizzate dallo studioso russo Vladimir Propp -, e possono essere quindi scomposte, ridotte all’osso e impiegate come modello per un’infinità di nuove invenzioni.

Le regole della fantasia narrateci da Gianni Rodari sono, in fin dei conti, regole fatte per andare contro altre regole: parole messe in posti dove non dovrebbero stare, personaggi buoni che diventano cattivi, errori che sono opportunità e non motivo di vergogna. Il principio stesso del binomio fantastico è un principio sovversivo. Rodari insegna a grandi e piccoli – ma diciamolo chiaramente, soprattutto ai grandi – l’importanza dello scossone, dello stravolgimento. La crisi è l’unica maniera per stimolare la fantasia, che più di tutto detesta la stasi e l’immobilità. Grammatica della fantasia, insomma, è un paradossale tentativo di sistematizzazione di qualcosa che per sua natura è portato sempre al mutamento. È uno di quei testi che cambia in continuazione, che si può leggere e rileggere: un classico moderno, la cui unica vera regola è che non ci sono regole.

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