di Claudio Bello

Leggere un bel romanzo storico pone sempre di fronte a mille dubbi. Qual è il rapporto tra verità dei fatti e verità romanzata? Lo scrittore sarà riuscito a riportare in vita il carattere di un personaggio, l’atmosfera di un grande evento, i suoni di un certo luogo in un ben preciso momento, o si sarà fatto prendere la mano, ci avrà messo del suo, avrà inventato troppo? È lecito, inventare? Ma soprattutto: come si deve leggere un romanzo storico? Il fatto è che tutte quelle volte che la storia fila, che ci sorprende, ci commuove, si finisce inesorabilmente per dimenticare che si parla di cose vere. Ci si ritrova a chiedersi confusi che cos’è quell’oggetto che si ha tra le mani: un libro di Storia o semplicemente una storia? L’ultimo romanzo di Valerio Aiolli, Nero Ananas, nella dozzina dei finalisti del premio Strega 2019, è un gran bel romanzo storico. Ti costringe a tutte queste domande sul rapporto tra storia e letteratura, tra realtà e finzione; però, come ogni buon libro sa (e deve) fare, di certo non fornisce risposte. Anzi, alimenta ulteriori domande.

Nero Ananas racconta una storia (o Storia) maledettamente vicina: comincia il 12 dicembre 1969, giorno dell’attentato di piazza Fontana, incipit degli anni di piombo e della cosiddetta strategia della tensione, e va avanti per quattro, terribili, anni. Anni oscuri e pieni di segreti, in cui politica, crimine, bombe e vite private di gente comune si aggrovigliano in una miscela aspra, densa, dove è difficile nuotare o semplicemente tenersi a galla. «La verità, che pure esiste, emergerà, se e quando emergerà, come un reperto rinvenuto nel fango: sporco, rotto, mancante di certe parti» pensa il Pio, tra i più autorevoli e integerrimi membri della Democrazia Cristiana, il Pio che era presidente del consiglio quel 12 dicembre ’69…

Così le storie di svariati e poco raccomandabili personaggi si intrecciano l’una con l’altra. Ci sono i neofascisti: il Dottore, Zio Otto, Samurai… fanno paura, sono ombrosi e inquieti questi fascisti, dei criminali senza scrupoli, ma non propriamente dei mostri. All’apparenza conducono delle vite normali, hanno un’occupazione. Uno lavora, un altro studia. Qualcuno invece brama di fare un passo indietro, di tornare alla normalità: si è pentito amaramente di essersi dato alla politica militante. Il mondo è pericoloso, in quegli anni. I fascisti fanno paura anche perché la loro strada si incrocia un po’ troppo spesso con quella dei servizi segreti, quelli che in teoria dovrebbero stare dalla parte dei buoni, dalla nostra parte… il Pio invece avrebbe voluto fare il letterato, ma poi Benedetto Croce gli ha stroncato la tesi su Giuseppe Giacosa, ha scritto che «l’autore si dimostra ottuso a intendere i problemi della bellezza e dell’arte», e lui è finito a fare il politico, e ora è uno importante. Il Pio è tormentato, dubita continuamente di se stesso, del partito, del paese, e senza rendersene conto finisce in mezzo a intrighi di ogni genere. C’è anche un anarchico, uno a cui Valerio Aiolli si rivolge con la seconda persona. «Tu», lo chiama. L’anarchico odia, è arrabbiato, emarginato, finisce troppo spesso in carcere. Ma sa che un giorno il grande momento arriverà anche per lui. Allora sì che farà aprire gli occhi al mondo, sì che sveglierà la gente. Un gesto eclatante è tutto quello di cui ha bisogno.

Questo grande mosaico di personaggi, ben nascosti dai soprannomi, è vero. Esistono tutti, o sono esistiti. Per chi non è avvezzo a quegli anni, basta una semplice ricerca su internet. Ecco nomi, foto, dichiarazioni. È divertente, e anche straniante, una volta concluso il libro, confrontare le facce che ci si immagina durante la lettura con le fotografie. Si ripropongono le domande, i dubbi sulla verità e sulla finzione. Quel personaggio ragionava proprio in quel modo? Avrà pensato davvero quelle cose? Come lo devo leggere questo libro: è un’inchiesta, o un romanzo?

Ma c’è un altro personaggio, uno che nei capitoli a lui dedicati parla in prima persona, uno che non fa parte della Storia con la S maiuscola, ma solo di questa storia. È un bambino, vive a Firenze, e ormai da un bel po’ vede sua sorella e suo padre litigare in continuazione. D’altronde è l’autunno caldo, e le litigate probabilmente si ripetono uguali in molte case italiane. Rivoluzione contro borghesia, comunismo contro capitalismo, padri contro figli. Poi però, dopo il botto, dopo il 12 dicembre, sua sorella scappa di casa. Scompare. È una ribellione momentanea, dev’essere così per forza, in fondo è una brava ragazza, ma c’è di mezzo anche la politica, questo lo capiscono tutti. Anche un bambino che va ancora alle elementari. Raccontando questa crisi familiare, e la velocissima – in quegli anni non poteva essere altrimenti – formazione politica ed esistenziale del protagonista, Aiolli conferma un’altra legge non scritta dei romanzi storici: raccontare un momento storico significa raccontare le vite di quelli che l’hanno vissuto. Perché la Storia disfa i letti della gente, stravolge le vite, manda in pezzi le famiglie. «La Storia siamo noi», fa quella vecchia canzone di De Gregori. Questo bambino arrabbiato a cui manca sua sorella tiene insieme tutti i pezzi, fa quasi un po’ luce in mezzo al buio di quei primi anni ’70.

È appassionante leggere questo bel romanzo storico ora, nel 2019. Ci racconta la notte dalla quale il nostro presente si è svegliato. O forse ci ricorda che siamo ancora mezzi addormentati.