Siamo circondati dal colore giallo. Thriller scandinavi, vicende molto italiane di commissari poco ligi alle regole, serie tv piene zeppe di autopsie, laboratori, DNA, intramontabili noir dallo sfacciato gusto per il sangue: i racconti di criminali e dei detective che gli stanno alle calcagna, di vittime che si trovano a essere assassini e di assassini in fondo non troppo malvagi sono uno dei grandi palcoscenici dove vediamo raccontata giornalmente la modernità. La storia stessa del giallo sembra aver toccato oggi un punto decisivo della propria traiettoria: il suo trionfo, e insieme lo stallo. Con una certa tristezza, si potrebbe infatti definire il giallo come un genere chiuso, nel senso che, ormai saturo, si trova costretto a ripetere gli stessi meccanismi all’infinito, incapace di trovare nuovi sbocchi.

Mettiamoci anche il fatto che i gialli vendono così tanto proprio per la loro naturale tendenza alla ripetizione, a creare cioè una certa familiarità nel lettore o spettatore che sia: si ripetono le dinamiche delle indagini, spesso i personaggi si assomigliano – il detective burbero ma simpatico, lo psicopatico intelligente – e poi sono numerosissime le saghe, dai classici Poirot e Sherlock Holmes fino alle serie tv più moderne. Insomma, è opportuno interrogarsi: lo scrittore contemporaneo di gialli che possieda l’ambizione – quella che dovrebbe spingere poi ogni narratore – di dire qualcosa di nuovo, che tipo di strade ha di fronte a sé? Qual è insomma il futuro del giallo?

Agatha Christie. Fonte: Wikimedia Commons.

Le sette morti di Evelyn Hardcastle, di Stuart Turton (Neri Pozza, 2018, trad. di Federica Oddera), è sicuramente un tentativo di rinnovare questo panorama chiuso e tanto ripiegato su se stesso. Di dire insomma qualcosa di nuovo. Il romanzo riprende all’apparenza le tipiche atmosfere del giallo che potremmo definire classico, quello per intendersi alla Agatha Christie. Quel giallo che assomiglia molto alla decifrazione di un enigma, in cui tutto è complicato e ci sono miriadi e miriadi di piccoli dettagli scollegati che solo alla fine acquisteranno un senso. Le sette morti di Evelyn Hardcastle si svolge d’altronde in un’atmosfera totalmente – deliziosamente, per i suoi fan – alla Christie: il periodo storico non è chiarissimo ma sembra rimandare alla prima parte del Novecento; il personaggio principale, poi, si trova praticamente imprigionato, cioè impossibilitato a scappare, all’interno di un’enorme ed enigmatica scena del crimine, alla maniera di Dieci piccoli indiani; e infine c’è Blackheath House, la maestosa residenza di campagna piena di ospiti, dove si sta organizzando una festa sfarzosa e un po’ macabra, Blackheath con le sue mille stanze, i suoi corridoi, una foresta misteriosa che la circonda e soprattutto i terribili segreti che custodisce. Assomiglia più a un inferno in terra che a una tenuta nobiliare: è il luogo perfetto per un bel giallo.

Ma se ci si limitasse a questo, quale sarebbe la novità? Novità, in tal caso – o forse sempre – significa mettere insieme cose diverse. Mescolare, confondere i generi. Su questo sfondo da giallo classico, Turton racconta infatti una vicenda che è anche una storia dell’orrore, e di magia, con vaghi rimandi addirittura all’ universo distopico. Protagonista è un uomo che si risveglia magicamente sempre nello stesso giorno, nell’infernale universo di Blackheath – e già qui ci sarebbe moltissimo materiale perturbante, stando alla definizione del dottor Freud. Ma le stranezze non finiscono qui. Ogni volta che il nostro uomo si sveglia, nella medesima giornata, lo fa nel corpo di una persona diversa: passa così da quello di un medico spacciatore a quello di un banchiere oppure di un artista. Giornalmente dovrà assumere insomma nuove fattezze, insieme a una vasta gamma di vantaggi e svantaggi caratteriali delle persone dentro cui si trova ad alloggiare. Ma tutto questo, per quale motivo? Grazie ad alcune apparizioni inquietanti – quelle di uno strano individuo travestito da medico della peste – ben presto il nostro uomo scoprirà che ha sette giorni per risolvere l’omicidio di Evelyn Hardcastle, la figlia dei ricchi proprietari della tenuta, che ogni notte, alle undici, viene puntualmente uccisa. Se entro sette giorni non scoprirà chi è l’assassino… ma non vi svelo troppo.

Neri Pozza, euro 18,00.

Il meccanismo della ripetizione, in questa sua versione inedita e fantasmatica – lo stesso giorno che si ripete all’infinito, ma attraverso prospettive diverse – rende qui ancora più complesso e seducente quell’indovinello che sta poi alla base di ogni grande giallo. Ciascuna nuova personalità assunta del protagonista possiede amicizie, storie, accesso agli indizi e visione delle cose completamente diversi dagli altri. Durante la lettura si ha spesso l’impressione di sentirsi spersi, incapaci non solo di capire, ma anche di immaginare dove lo scrittore stia andando effettivamente a parare. Inoltrarsi tra le pagine de Le sette morti di Evelyn Hardcastle assomiglia propriamente allo spavento per un incubo notturno incoerente e angosciante; oppure al vagare in un labirinto. A leggere questo romanzo si impazzisce un po’, ci si scoraggia perfino, ma la luce dell’uscita – cioè lo svelamento del mistero –, anche se non la vediamo, è un’attrattiva troppo forte, un autentico magnete. Travisando l’horror nel giallo Turton ci ricorda che il caos è tanto più bello quanto più è oscuro. Smarrirsi nell’inferno non è tanto male, se è tra le pagine di un libro.

A un certo punto ci sarà una svolta che a qualcuno potrebbe ricordare una delle più memorabili puntate di Black Mirror – ma anche qui, non posso svelare altro. Lo anticipo solo per precisare ancora una volta come sia possibile, ed estremamente avvincente, mettere insieme il passato con il futuro. Agatha Christie con la distopia. L’enigma fine a se stesso con una certa critica sociale. Stuart Turton, in un libro che ha sì  qualche difetto – forse tralascia un po’ l’indagine psicologica dei personaggi e quella esistenziale sul significato del tempo, che ci sono, ma potevano essere approfondite di più –, ma anche tantissimo meriti, traccia insomma una linea che va dritta verso un giallo futuristico che però non può far altro che ispirarsi al passato. Ai classici del genere. E scrive un libro che rinnova quel piacere – così tipico del giallo – di girare una pagina dopo l’altra, impazienti, disperati, curiosi, aspettando il momento in cui si paleserà finalmente il volto misterioso – sarà brutto o bello? Da cattivo o da innocente?  – dell’assassino.

In copertina: “Le sette morti di Evelyn Hardcastle”, edizione Neri Pozza. Fonte: www.neripozza.it
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