Quali potrebbero essere le parole giuste per descrivere Come in una tomba, romanzo breve del 1975 di James Purdy ripubblicato ultimamente da Racconti Edizioni? I primi termini che vengono in mente – sofferenza, bruttezza e bellezza, ambiguità –, e che pure sembrerebbero delineare alcune possibili chiavi di lettura, appaiono però imprecisi. Non sono altro, infatti, che un pallido riflesso delle scioccanti emozioni in gioco in questa storia. Sì, perché in Come in una tomba ogni cosa è estrema: la bellezza non è semplice bellezza ma grazia, la sofferenza non è banale sofferenza ma orrore. Nell’universo di Purdy le persone, e anche le cose – i libri, l’oceano, una casa –, si dividono, e si confondono, tra le due categorie metafisiche dell’angelico e del demoniaco. Il protagonista della vicenda, Garnet Montrose, si pone esattamente a metà tra queste due ispirazioni, è un angelo e insieme un demone, un mostro come non siamo abituati a vederne troppo spesso, e cioè un mostro buono, privo di colpe, e che però è irrimediabilmente condannato.

La trama di Come in una tomba percorre delle strade imbattute, sorprendenti, eppure, per qualche fenomenale stregoneria dello scrittore, scorre con evidente naturalezza, quasi con inevitabilità. Garnet Montorse è un reduce della guerra del Vietnam che torna a casa, in Virginia, dopo nove anni. Il suo non è però un ritorno lieto. A causa di un’esplosione il suo aspetto è infatti del tutto deformato: al posto della pelle c’è adesso soltanto carne viva, mostruosa, “color spremuta di more”. Il dolore di Garnet è letteralmente scoperto, esposto, pubblico. Non lo si può nascondere in alcun modo. Purdy ha insomma il coraggio di rappresentare la sofferenza come qualcosa di visibile e materiale – operazione sconcertante per noi lettori moderni, avvezzi a ritenere che il male si annidi più che altro dentro, e quasi mai fuori.

Copertina Come in una tomba

Traduzione di Maria Pia Tosti Croce. Euro 13.

L’inizio del libro è durissimo, scioccante, perché Purdy descrive – senza alcuna censura – come le persone si sentano fisicamente male alla sola vista di Garnet. Anche il lettore oscilla allora tra empatia e disgusto, e sembra quasi che il narratore stia infrangendo qualche legge sacra e non scritta, raccontando cose che sarebbero irraccontabili anche da parte della letteratura. Ma d’altronde quella di Garnet è una situazione in bilico tra le due radicalità della vita e della morte, e questo paradosso è dichiarato chiaramente già nel titolo del libro: è proprio come se il protagonista fosse dentro una tomba, cioè come se fosse morto; eppure morto non lo è, ma forse non è neanche vivo a tutti gli effetti. Nei propri pensieri, Garnet si trova spesso a ricordare i suoi commilitoni caduti in guerra. Dovrebbe essere insieme a loro, si dice: la sua è una morte non morte, una vita non vita.

Il reduce Garnet vive da solo nella grande casa lasciatagli dal nonno, e la sua unica consolazione è la passione per la vedova Rance, che abita non lontano da lui e che è l’amore della sua adolescenza, il ricordo di un passato tanto dolce da essere ormai puro rammarico. Anche la vedova, alla maniera di tutti gli altri, sembra però essere inorridita dal suo aspetto fisico, e proprio per questo Garnet va alla ricerca di una sorta di domestico-assistente, qualcuno che consegni al posto suo alla donna le lettere d’amore che le scrive in continuazione – e che nel frattempo gli legga dei libri e gli massaggi i piedi, facendogli così un po’ di compagnia.

Dopo vari, tragici colloqui, alla fine Garnet di assistenti ne troverà due. Il primo è Quintus Pearch, un enigmatico ragazzo afroamericano, un po’ devoto e un po’ egoista, che passa giornate intere a leggere a Garnet – e a se stesso – gli strani libri che scova in casa. L’altro è invece Potter Daventry, che ha l’aspetto di un giovane angelo maledetto, bello ma – particolare molto perturbante – privo dei denti davanti. Daventry, che è comparso dal nulla e che ha un segreto – questo è chiaro fin da subito –, è un surreale corrispettivo di Garnet, con il quale inizierà ben presto a intrattenere un rapporto tenero e viscerale, di amore-odio, immedesimazione-distacco. Sarà infatti compito di Daventry quello di consegnare alla vedova Rance le lettere d’amore di Garnet, e il giovane finirà così per sostituirsi al suo “datore di lavoro”, conducendo i binari della vicenda verso pagine dense di un sentimento quasi religioso, verso un finale crudele ma comunque dolce. Tutto, però, è molto più sfuggente e sfumato di così: nella prosa di Purdy le dinamiche della storia – come le fila che si intrecciano nei pensieri dei personaggi – appaiono indecifrabili e dotate di un senso proprio, arcano, impossibile da smascherare. In Come in una tomba ogni verità è lampante nel suo essere celata, seppure – e anche questo è lampante – una qualche verità sia sempre, misteriosamente, presente.

Il nome di James Purdy è rimasto un po’ in ombra nella storia della letteratura americana. Questi non viene ricordato – come meriterebbe – fra i grandi, ma forse è proprio la sua emarginazione, la sua lontananza da ogni sentiero già tracciato – situazioni che lo accomunano ai suoi personaggi –, ad averlo reso un autore tanto unico nel suo genere. La scrittura di Purdy è suggestiva eppure minima, estrema ma tranquillizzante. Nell’introduzione a Non chiamarmi col mio nome (Racconti Edizioni, 2018), lo scrittore David Means descrive Purdy come un signore gentile e ben vestito, che legge solo classici greci e latini, un uomo che ha sì raccontato i nostri lati più oscuri, ma che lo ha fatto con immenso decoro. Si percepisce infatti, nell’uso che Purdy fa delle parole, nella delicatezza dei toni, dei detti come dei non detti, un vero e proprio pudore che fa splendidamente da contrappunto all’estremismo delle sue storie, una raffinatezza nel bel mezzo di una strage.

Già da un po’ Racconti Edizioni ha cominciato questa importante operazione di riscoperta dei libri di James Purdy – prima di Come in una tomba sono già uscite due raccolte di racconti, il già citato Non chiamarmi col mio nome e A casa quando è buio –, che speriamo possa spingere sempre più persone a conoscerlo e ad apprezzarlo. Come in una tomba, a metà fra racconto e romanzo, è un approccio perfetto, e spiazzante, alla poetica di questo peculiare ritrattista di solitudine ed emarginazione, ma non solo. Nella parabola di Garnet Montrose si percepisce infatti una straniante morale, che forse è più una speranza, o magari una bugia: oltre il dolore, oltre la violenza, risiede la grazia.

Immagine di copertina tratta da Pixabay.
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