La domanda fondamentale che Jonathan Safran Foer si pone nel suo ultimo saggio, Possiamo salvare il mondo, prima di cena. Perché il clima siamo noi (Guanda, 2019), è una di quelle domande che io, voi, noi tutti preferiamo allontanare come fossero nient’altro che un ronzio fastidioso. È un interrogativo semplice, in realtà, che però nasconde un assurdo paradosso: se siamo a conoscenza degli effetti nefasti dei cambiamenti climatici, perché non facciamo un bel niente per fermarli? In un futuro abbastanza prossimo i nostri discendenti, quando ci giudicheranno – perché sì, ci giudicheranno –, non ci divideranno nelle due categorie etiche di chi negava i cambiamenti climatici, cioè i cattivi, e di chi invece li prendeva per veri, cioè i buoni. L’unica distinzione nella loro testa sarà tra quelli che hanno fatto qualcosa e quelli che al contrario non hanno fatto niente. Ma insomma, perché non agiamo? Il nocciolo della faccenda, secondo Safran Foer, si trova tutto nella differenza tra sapere e credere. La maggior parte di noi, infatti, sa benissimo che il nostro stile di vita sta velocemente virando verso il collasso, ma in fondo non ci crede sul serio. Crederlo ci porterebbe inderogabilmente ad agire, a compiere sacrifici, a lottare. Invece siamo qui, e non facciamo altro che parlare.

“Accettare la verità sul piano intellettuale non ha niente di virtuoso in sé e per sé. […] Se accettiamo una realtà fattuale (stiamo distruggendo il pianeta) ma non siamo in grado di crederci, non siamo migliori di chi nega l’esistenza dei cambiamenti climatici provocati dall’uomo […].”

Quella di Safran Foer è un’autoaccusa, a sé e alla classe sociale – chiamiamola, semplificando, progressista – che a parole afferma di battersi per il clima, ma che in realtà se ne rimane con le mani in mano. Il problema, per lo scrittore americano, è che gli effetti dei cambiamenti climatici non vengono avvertiti da molti di noi come una catastrofe presente, e neanche prossima. Quella per il clima è una guerra che, nel nostro immaginario, si combatte lontano, in un futuro che ci appare vago, imprecisato, e quindi irreale. No, la verità è che non ci crediamo davvero. Noi uomini d’altronde siamo fatti così: se i pericoli sono immediati, reagiamo, se ci sembrano distanti, rimandiamo. L’ironia della sorte è che a volte i pericoli vicini sono piccolezze, mentre quelli lontani sono autentiche calamità.

Edizione Guanda. Traduzione di Irene Abigail Piccinini. Euro 18.

Jonathan Safran Foer è uno dei più importanti e apprezzati scrittori statunitensi del ventunesimo secolo. I suoi romanzi sono tra gli esempi meglio riusciti di una letteratura sperimentale e contemporanea, che unisce tradizione ebraica e racconto familiare a post-modernismo e riflessione sul presente. Anche Possiamo salvare il mondo, prima di cena si presenta allora come qualcosa di molto diverso dal tipico saggio sui cambiamenti climatici: si tratta infatti di un mix tra divulgazione scientifica, memoir, confessione personale, racconto di fatti storici e di storie vere e proprie – lo scrittore spazia dagli episodi della Bibbia ad altri della Seconda guerra mondiale. Poi, da buon romanziere, Safran Foer non può che interrogarsi anche su un altro aspetto cruciale delle considerazioni sulla crisi ambientale: quello appunto di come questa crisi viene raccontata. La storia del cambiamento climatico, secondo lo scrittore, non è per niente una storia appassionante. Grandi lotte hanno bisogno di grandi storie, e questa non è una lotta che sembra scaldarci il cuore.

“Il cristianesimo si sarebbe diffuso se, invece che inchiodato su una croce, Gesù fosse stato annegato in una vasca da bagno? Il diario di Anne Frank avrebbe avuto tanti lettori se l’avesse scritto un uomo di mezza età nascosto dietro un armadio invece di una ragazza di inquietante bellezza nascosta dietro una libreria?”

La storia dell’uomo che combatte contro i cambiamenti climatici, dal punto di vista strettamente narrativo, non è una buona storia. Non ci incuriosisce, non ci emoziona, ma anzi la percepiamo come noiosa e pedante. Perché? Sembrerebbe assurdo, visto che ci riguarda tutti, visto l’entità dei mutamenti a cui stiamo andando incontro. Il problema, forse, è sempre il medesimo. Si tratta di una storia che ci immaginiamo lontana, di una storia che si svolge laggiù, in quel futuro imprecisato che dicevamo, e non qui, non adesso. È una storia che in fondo non sembra toccarci né spaventarci. Anche se sappiamo benissimo che è vera, questa ci appare più che altro come una favola oscura, o meglio come una distopia. Non è un caso, fa notare Safran Foer, che quando la letteratura ha provato ad approcciarsi al cambiamento climatico, lo ha fatto producendo quasi esclusivamente dei romanzi di fantascienza, ambientando i suoi racconti in futuri sì orribili, ma che in fin dei conti sono sempre dei futuri. Anche la letteratura sconta insomma quello scarto di immaginazione che ci impedisce di credere al cambiamento climatico, e quindi di agire per contrastarlo.

Edizione Guanda. Traduzione di Irene Abigail Piccinini. Euro 13.

Jonathan Safran Foer tenta allora di fornirci una risposta pratica. La sua, già insita nel titolo del libro, è una proposta provocatoria ma concreta: possiamo salvare il mondo, prima di cena. Lo scrittore, nel corso delle pagine, punta infatti l’attenzione sull’impatto dell’allevamento sui cambiamenti climatici. È un tema che molto raramente viene associato alla crisi ambientale, e che Safran Foer ha affrontato anche nella sua precedente opera saggistica, Se niente importa. Perché mangiamo gli animali? (Guanda, 2010) in cui lo scrittore si interroga sull’essere vegetariani e attacca ferocemente gli allevamenti intensivi. Questi, spiega nel suo ultimo saggio, sono infatti tra i maggiori responsabili della produzione eccessiva di metano e di protossido di azoto, come anche della deforestazione. Un terzo dell’acqua potabile utilizzata dall’uomo è diretta al bestiame, mentre il 59 percento della terra coltivabile è utilizzato per crescere foraggio per gli animali. Insomma: “Il nostro pianeta è una fattoria”, e gli allevamenti intensivi hanno un impatto enorme sui cambiamenti climatici. Allora, propone Safran Foer, un modo per limitare la crisi – arginarla ormai sembra impossibile – potrebbe essere quello di evitare di mangiare prodotti di origine animale fino all’ora di cena. A cena, poi, si mangi pure quello che si vuole. Safran Foer d’altronde sa benissimo quanto rinunciare alla carne sia difficile per alcune persone. Lui stesso, divenuto paladino delle lotte animaliste dopo la pubblicazione di Se niente importa, ammette qui di essersi ritrovato, qualche volta negli ultimi anni, a mangiare della carne. E allora, che ne dite di essere vegani a metà?

La sua proposta, per quanto provocatoria o irrealizzabile possa essere, tocca uno dei punti nevralgici della questione: salvare il mondo dipende anche dalle scelte fatte dagli individui; il mondo si salva anche con dei piccoli sacrifici. È inutile insomma trincerarsi dietro la scusa che i gesti individuali non servono a niente. Visto che credere davvero che il nostro stile di vita cambierà radicalmente ci risulta impossibile, pretendere grandi gesti comuni in assenza di un pericolo imminente sembra purtroppo essere una mera utopia. Ma la scommessa, ci dice Jonathan Safran Foer, si gioca proprio al livello dei piccoli sacrifici quotidiani: mangiare meno carne, usare di meno la macchina e l’aereo, tenere le luci spente. Cosa penseranno di noi i nostri discendenti, se li avremo condannati a condizioni di vita disumane per mantenere le nostre piccole e rinunciabili comodità? Spiegare che noi sapevamo, dirgli che noi ce la prendevamo con i negazionisti del clima, che è colpa loro, sarà del tutto inutile, oltre che una bugia. I veri colpevoli saremo noi.

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