Io credo che Volo legga, legga molto, anche più di alcuni suoi colleghi considerati dalla critica come “culturalmente impegnati”. Credo che conosca così bene la letteratura da aver capito cosa la gente vuole, e cosa ha bisogno di leggere.
Un personaggio più scomodo che fastidioso, il sempiterno ragazzo della porta accanto, il panettiere di paese, lo scalmanato dell’ultimo banco.
C’è chi ha letto e riletto tutti i suoi libri, sottolineato i passaggi più significativi (a quanto pare ce ne sono) e riportato le sue parole su diari e quaderni; ad altri è bastato citarlo al momento sbagliato per porre fine alla storia d’amore più importante che abbia mai avuto.
Alessandro Baricco dice di lui “Vendo abbastanza da non odiarlo”. Abbastanza, ma come Volo pochi o nessuno, almeno in Italia. 8 milioni di copie, 8 milioni. Perché ormai la gente non legge più, non legge più niente e nessuno, eccetto Fabio Volo.

Mondadori, euro 19.

Una gran voglia di vivere, sua ultima fatica letteraria, è uscito poco più di un mese fa e solo Elena Ferrante è riuscita a spodestarlo dal primo posto. È didascalico, scontato, semplicistico e strabocca di cliché.
La storia è quella che conosciamo e che in tanti, forse troppi, ci hanno già raccontato: Anna e Marco, usciti da una canzone di Dalla, s’incontrano una sere d’estate a una cena in aperta campagna. S’innamorano, si sposano e fanno un figlio; poi una notte, dopo aver fatto l’amore – non sesso, l’amore – lei gli chiede “Mi ami ancora?”. Tradimento, fedeltà, figli, lavoro. La crisi di coppia presa così com’è, senza colpi di scena o di testa. Volo racconta la storia di tutti. Ed è per questo che lo si continua a leggere. Sfogli le pagine continuando a pensare che se avessi dato una matita in mano alla cugina di nove anni probabilmente avrebbe scritto un racconto migliore, ma nonostante questo continui a sfogliarle intrappolato in una storia che sembra, o potrebbe essere, la tua. Perché non c’è niente di speciale in Anna e Marco, non c’è niente di anormale. È tutta vita la loro (citando sempre Volo, perché lo leggo davvero).

È vero, Volo parla sempre della stessa cosa, che è l’amore che potrebbe essere, e non è, poi è, e poi non è più, e poi forse ritorna. E lo fa da sempre. E lo fa bene. Con la semplicità che una storia del genere si merita. Una storia comune, banale, superficiale.
Dice di scrivere spinto da domande a cui non trova mai risposta. Sarà perché è la vita stessa a non offrirci soluzioni chiare e puntuali. Indaga il rapporto con l’occhio vergine e distratto dell’adolescente che era e ancora è. L’occhio di chi lo legge in tram, dei ragazzi disincantati che lo ascoltano in radio, delle madri a tempo pieno che in pausa caffè lo sfogliano e capiscono di essere un po’ Anna. L’occhio di chi lo legge perché capace di analizzare un’emozione, solo una e una soltanto, con cui tutti, prima o poi, abbiamo avuto a che fare. L’evoluzione di un rapporto che non va come doveva andare, le paure, i dubbi, le domande e il sesso. E quella gran voglia di vivere che rimane, nonostante tutto.

Non è Proust, su questo non si possono avere dubbi: al tempo stesso, però, Volo racconta quello che dev’essere raccontato, niente di più, niente di meno, e pochi ci riescono. Una gran voglia di vivere non è il suo libro più riuscito, sicuramente non è un capolavoro, ma lo si legge con tranquillità e spensieratezza. Fa bene, e la letteratura deve fare anche, non solo ma anche quello. Far semplicemente bene perché riesce a tirare fuori i nostri aspetti più semplici, più banali, quelli a cui non pensiamo mai, quelli che ci legano gli uni agli altri. E fa ridere e piangere, e credo che bisogna sempre interrogarsi sui libri che riescono a far ridere e piangere.

Leggiamo Volo perché c’è qualcosa di nostro in quelle pagine, leggiamo Volo perché ha il coraggio di dire che stare in coppia significa stare in crisi: leggiamo Volo perché insieme a lui impariamo ad amare.

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