La Preda è un’ottima rappresentazione del sostanziale discrimine tra l’ovattato mondo immaginario, che prende forma nell’anelito e nel desiderio degli uomini, e quello reale, che costituisce la dura prova di quanto, inesorabilmente, il tempo passi per i comuni mortali senza riservare alcun dono né colpo di scena.

Nella Parigi degli anni Trenta del Novecento, Jean-Luc Daguerne, un giovane squattrinato, decide di virare verso la ricerca di un sostanziale cambiamento di vita, prefiggendosi di introdursi nel mondo del potere politico per arrivare a dominarlo dall’alto:

«Cos’altro offriva ai giovani il mondo di quegli anni? Non c’era lavoro, non c’erano ambizioni, ancorché modeste, realizzabili, tutto era immobile. Restava solo questo… la crudele e fredda passione di far carriera.»

Irène Némirovsky ci insegna che, quando la più profonda bramosia di successo incontra la viscerale necessità di un riscatto sociale, gli individui sono disposti a commettere azioni spietate, anestetizzati dalla chimerica promessa di un futuro glorioso e agiato. Così, passo dopo passo, seguendo la scrittura maiestatica dell’autrice, il Lettore segue l’affamato antieroe Jean-Luc in un cammino imprudente e gravoso, costellato di soprusi e blandizie, attuati persino nei confronti del suo unico, vero amico Serge.

Guidato da un voluttuoso impulso annientatore, egli si immette nel ricco mondo parigino e conquista Édith, figlia del potente uomo d’affari Abel Sarlat: il sentimento svilirà presto nel cuore ottenebrato di Jean-Luc, trasformandosi in cenere, e allo stesso modo perderanno importanza gli averi della famiglia che egli aveva tanto ammirato e della quale, prepotentemente, era entrato a far parte.

«Il successo, quando è lontano, ha la bellezza del sogno, ma non appena si trasferisce su un piano di realtà appare sordido e meschino.»

Il materialismo imperante e la impietosa volontà di fama e ricchezza mutano in tristezza, il concentrato di spietatezza, rabbia, accanimento nei confronti del genere umano si convertono in rassegnazione e avvilimento. Solo l’amore per la giovane Marie, alla fine del suo tempo, sembra costituire un ultimo spiraglio salvifico per il protagonista: amore che, nella sua vita, si rivela lontanissimo e inattingibile.

Vittorio Matteo Corcos, Dame mit Hündchen, 1895

E così, attraverso labirintiche (e riuscitissime) riflessioni sul binomio giovinezza/vecchiaia, Jean-Luc si divincola tristemente nei luoghi di un’esistenza precaria, quasi inconsistente, ben conscio di aver perso in partenza la battaglia contro la fugacità dell’umano tempus edax, di aver trascurato il vero senso colmo di bellezza del viaggio umano sulla terra. Il sentimento amoroso appare logorato, consunto come la tappezzeria degli ambienti aristocratici francesi nei quali un tempo aveva aspirato all’ascesa sociale, e nei quali aveva sperato indarno, tra sospiri e illusioni, di arrogarsi il titolo di uomo influente.

La preda è identificabile con l’oggetto del desiderio, ma allo stesso tempo è proprio come una “preda” che potrebbe essere definito lo stato del soggetto desiderante Jean-Luc: non un Bildungsroman, dunque, ma un romanzo di viscerale distruzione, tra le pagine del quale sono messe a nudo le tragiche tempeste e le devastanti debolezze dell’animo umano.

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