“Una repugnanza intollerabile, così a lungo soffocata. Una ripugnanza che ho sempre cercato di mascherare con l’affetto. Ma adesso la maschera si sta staccando.”

Yeong-hye aveva fatto un sogno. Un sogno di sangue, come se stesse divorando qualcosa. Si era sentita un mostro. Questa sensazione si impadronisce di Yeong-hye, tanto da far crollare tutte le certezze che le erano state imposte. Quella vita così ordinaria non le apparteneva.  Ciò la porta ad un totale rifiuto di mangiare ancora carne. Un vuoto che dilaga e produce mistero. La famiglia non accetta questa scelta che crede frutto di un capriccio della ragazza per seguire la moda. Ma in realtà è un primo passo verso un distacco sempre più profondo con la realtà. Un passo per liberarsi dalle catene sociali.

“Comincia a sembrami tutto insolito, quasi mi fossi accostata al rovescio di qualcosa.”

Yeong-hye spezza le convenzioni, abbraccia il desiderio, si chiude in sé stessa e prova a distruggere quel mostro che sente ruggire nel petto. Il suo è un percorso autodistruttivo che finisce per contaminare anche ciò che la circonda. La famiglia è sempre più costernata e frenata dall’incapacità di fare qualcosa di concreto. Nel disagio emergono delle discrepanze raccontate prima dalla voce marito di lei così inetto e superficiale; poi dal cognato che vede in lei un qualcosa di mistico; e infine dalla sorella che intravede i segni della loro infanzia violenta. I crepacci però rimangono come cicatrici, disturbando tutto quell’ordine forzatamente costruito. Yeongh-hye non vuole più essere parte di questa finzione. Vuole essere altro. Nel suo delirio vuole essere o forse si crede un albero. Non ha più bisogno di niente, solo di acqua. Eppure è potente e la sua forza risiede in quello sguardo assente, in quegli occhi rivolti verso l’interno, dentro di sé, che le mostrano una realtà altra.

La scrittura limpida di Han Kang, vincitrice del Man Booker International Prize 2016, viaggia attraverso le debolezze che possono colpire chiunque, alla ricerca di quella bellezza straziante che si cela nelle scelte di rinuncia anche più estreme. La traduzione di Milena Zemira Ciccimarra per Adelphi rende pienamente la percezione di questo spazio vuoto che non può dare risposte ma solo suggerire.

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