E’ considerato uno dei maggiori maestri di retorica dell’antichità e il suo pensiero continua a suscitare interesse anche oggi, rivelando un’attualità sorprendente. Isocrate, vissuto tra il 463 e il 338 a.C., è passato alla storia come retore, dotato di somma maestria nell’uso del linguaggio e devotamente scrupoloso nel garantire ai suoi scritti la perfezione stilistica. Nel privilegiare questo tratto, tuttavia, si è finito per trascurare, almeno in parte, un aspetto assai significativo della sua figura, che consiste in un impegno sincero e appassionato nella formazione culturale del cittadino. Una formazione – anzitutto filosofica – che Isocrate giudicava essenziale quale viatico per una missione di carattere etico e morale  E come testimoniano alcune antiche carte sopravvissute all’ingiuria del tempo, egli stesso sentiva stretta la definizione di retore, come se temesse che tale epiteto, avvertito come vuoto e formale, non rendesse giustizia alla suo obiettivo ultimo, che era quello di elevare attraverso lo strumento della cultura l’anima e la mente degli uomini, in particolare di quelli chiamati a formare la classe dirigente.

Proprio dalla volontà di riproporre il valore e l’importanza del pensiero di Isocrate è nato il volume, a cura di Maddalena Vallozza, “Isocrate per una nuova edizione critica” (Firenze, Leo S. Olschki Editore, 2018, pagine 248) che raccoglie, ampiamente rielaborate, le relazioni tenute a Viterbo, nel 2011, su problemi del testo dell’oratore, affrontati per la realizzazione di una nuova edizione critica complessiva del “corpus” delle opere per la collana degli “Oxford Classical Texts”.

Le tre parti che compongono il libro riguardano la critica del testo isocrateo e la sua circolazione nel mondo antico, e si focalizzano su alcuni momenti chiave nella storia della tradizione. Come ricorda il professore Robero Nicolai, Isocrate impiegava anni per elaborare le sue opere, almeno le più impegnative. La sua scuola deve aver offerto una prima protezione al “corpus” dei testi, garantendone anzitutto la sopravvivenza e, inoltre, preservandolo, almeno in una prima fase, da eccessive alterazioni. Ma se la scuola di Isocrate ha protetto le diverse opere del maestro, il successivo uso scolastico in età ellenistica e imperiale romana, che pure ne ha permesso la trasmissione, si deve ritenere responsabile – sottolinea Nicolai – di “numerose corruttele”. Alcune di queste possono essere nate dalla frequenza delle copie, talvolta realizzate da copisti non professionisti (come erano gli studenti di retorica), altre dal lavorio che i retori e i loro allievi compivano sul testo. A confermare questo scenario è lo stesso Isocrate che nel “Panatenaico” presenta alcuni sofisti che analizzano le sue opere, le mettono a confronto con le proprie e le sminuzzano a loro piacimento. Ed è sempre Isocrate a informare i contemporanei e i posteri che le sue orazioni epidittiche (enunciative e dimostrative) furono scritte per essere studiate dai discepoli che frequentavano la sua scuola: egli infatti non pronunciò mai in pubblico tali orazioni a causa della sua grande timidezza.

Parc de Versailles, Rond-Point des Philosophes. Isocrate, Pierre Granier (1684-1688)
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Ma il tratto etico di Isocrate, che punta ad orazioni utili a perorare la causa morale, è riscontrabile anche nell’ambito politico. In particolare nel “Panegirico”, vero e proprio manifesto del suo credo, egli auspica  uno scenario in cui Sparta e Atene si riconcilino, nella prospettiva di un più vasto patto di solidarietà che unisca tutti i greci, sulla base di una cultura che, sottolinea l’oratore, “deve far inorgoglire” ogni cittadino. E per lui Atene, in particolare, era chiamata a svolgere una missione universale, ovvero essere “scuola di tutto il mondo”: al riguardo, divergeva da Tucidide, che in Atene vedeva solo la scuola dell’Ellade.

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