di Giulia Galeotti

Ventitremila missioni compiute in quasi quattro anni di guerra per una media di 325 voli a notte. In ognuna di queste 1100 notti le giovani aviatrici solcano i cieli, sganciando le bombe, o ricamano indefesse, malgrado la paura e la penuria di materiali. “In quei momenti terribili in cui sapeva che il pericolo era grande, in cui la tensione era tanta e non si riusciva a chiudere occhio neppure nelle rare ore in cui era possibile, tutto il reggimento ricamava. Non era facile trovare fili o tessuti ma avevano la biancheria intima fornita dall’esercito che era di stoffa blu, dalla quale ricavavano i fili e poi c’erano delle fasce bianche che mettevano intorno ai piedi prima di infilarli negli stivali (…) E allora ricamavano fiori blu su fasce bianche”.

A raccontare questa incredibile vicenda di donne e di armi è Ritanna Armeni che nel suo ultimo appassionato libro Una donna può tutto (Milano, Ponte alle Grazie, 2018, euro 16), scritto in collaborazione con Eleonora Mancini, ricostruisce le vicende del reggimento n. 588 dell’esercito sovietico, costituito l’8 febbraio 1942 per il bombardamento notturno. Si tratta, in realtà, di una storia nella storia: se il libro narra la vicenda delle Streghe della notte, le Nachthexen – come i nazisti le avevano ribattezzate –, esso ripercorre anche le vicende che hanno portato Armeni a ricostruirne caparbiamente la storia. Superando varie difficoltà, infatti, l’autrice riesce ad arrivare alla porta di Irina Rakobolskaja, 96 anni, vice comandante del reggimento e unica strega ancora in vita. È così Irina a raccontare, per ore e ore, a mostrare ritagli, appunti, diari, medaglie, fotografie, a riferire il discorso, ardito e folle, con cui l’eroina nazionale Marina Raskova riuscì a convincere Stalin in persona a costituire un reggimento di sole aviatrici. È dalla sua voce che ascoltiamo il freddo e la paura, l’amicizia e il dolore, il coraggio, l’umiliazione, la durezza e, soprattutto, la voglia di raggiungere un’emancipazione che non solo le renda uguali ma addirittura migliori degli uomini.

Siamo nel 1941, nel momento più difficile della Seconda guerra mondiale quando sembra che il Terzo Reich stia per piegare la Grande Madre Russia: è proprio allora che un gruppo di ragazze sovietiche, rifiutando ogni presenza maschile, riesce a conquistare un ruolo di primo piano nella battaglia contro Hitler, contribuendo alla disfatta del nazismo. E lo fa pilotando, come nessun uomo, fragilissimi biplani: sono aerei vecchi, progettati a fine anni Venti, fino ad allora impiegati solo per spargere prodotti chimici su terreni agricoli. “Un aereo contadino, pacifico, ordinario”, nota Armeni, che in mano loro diventa una via di riscatto. Non solo per le donne, ma per una nazione intera.

La battaglia di queste ragazze che la Storia ufficiale è riuscita a mettere ai margini della memoria collettiva (come dimostra il funerale di Irina), comincia però ben prima di alzarsi in volo e continua dopo la vittoria. Inizia nei corridoi del Cremlino, prosegue nei duri mesi di addestramento, esplode nelle notti dei cieli caucasici tra nebbia e temporali, e si conclude con l’ostinata volontà di non essere messe all’angolo. Perché, in fondo, il vero nemico, prima ancora dei tedeschi, sono il pregiudizio maschile e la diffidenza dei loro stessi compagni, che a tratti diventano perfino violenza.

Un insieme di esperienze che trasformano le streghe. Se dapprincipio, infatti,  “nell’inferno del fronte sud, pronte a morire, c’erano donne che erano poco più che bambine, che si sentivano smarrite e, tuttavia, andavano avanti”, qualche tempo dopo, a inizi del 1943, le “sciocchine” del 588 non sono più ragazzine fragili e inesperte: notte dopo notte, volo dopo volo, ricamo dopo ricamo, diventano consapevoli della propria forza, orgogliose dell’organizzazione che si sono date, fiere dell’inventiva e della creatività che hanno dimostrato anche nella terribile arte della guerra. Una consapevolezza che arriva allo sdegno quando Rakobolskaja racconta dello shock per aver saputo degli stupri di massa sulle tedesche come rappresaglia per gli analoghi crimini commessi sulle donne russe, ucraine, bielorusse.

Le pagine di Armeni, che si leggono tutte d’un fiato, sollevano molti interrogativi: come lavora la nostra memoria? Qual è il compito della Storia? In una situazione così estrema come la guerra, può esistere – e ha senso che esista – uno specifico femminile? E ancora, al di là di epoche, latitudini e società, la nostra emancipazione deve sempre combattere un nemico che è, innanzitutto, un nemico interno?

A guerra finita, superata la paura della pace (che è quella del reduce tout court, a prescindere dal sesso), Rakobolskaja è diventata un’accademica di fama internazionale, si è sposata e ha avuto due figli maschi. Ma finché le notti erano i giorni, finché dall’abilità, dalla prontezza e dall’inventiva nel solcare i cieli contro i nazisti dipendevano la sua vita, quella delle sue aviatrici e del suo popolo, Irina è sopravvissuta scrivendo a un immaginario amico. Un fantomatico compagno di penna, che in quelle stesse ore – nella sua fantasia – stava combattendo a Stalingrado.

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