«Salimmo i sei piani di scale ed entrammo nello squallido appartamento, come una coppia destinata a un rito sacrificale. Cominciò senza un inizio. Facemmo l’amore finché il pomeriggio divenne crepuscolo e il crepuscolo divenne notte fonda.»

Romanzo ispirato ad una storia vera, edito per Adelphi, Sylvia è un viaggio giù nell’abisso del proprio essere. Un percorso fatto di errori e delusioni, paure ed insicurezze che imprigionano la gioia in una piccola casa ammuffita. In questo vortice di delirio, Leonard Michaels rivive il suicidio della sua prima moglie. Una ragazza complessa, forse bisognosa di uno psichiatra, eppure così dannatamente bella. Con le sue paranoie avvolge entrambi in un limbo infernale fatto di droghe, alcool, urla. Urla che si trasformano a volte in abbracci, più spesso in lacrime. La loro è un’ossessione senza via d’uscita, un continuo sprofondare in se stessi. È un incastro sbagliato tra anelli rotti. Spezzati dal contesto della Beat Generation e dei figli dei fiori, sono come frastornati dalla potenza del sentimento, tanto da dimenticarsi di divertirsi.

“Noi stavamo immobili, respirando appena, corpi senza massa né contorno che si dissolvevano, si tramutavano in oscurità.”

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In quell’oscurità le litigate erano violenze alle proprie orecchie. Erano schegge incastrate nella carne. Il loro farsi male lasciava segni e le cicatrici non dimenticavano mai di bruciare ma solo di guarire. Leonard non può che interrogarsi e chiedersi che parte possa avere lui in questa recita assurda di Sylvia, nella sua follia. Una follia a cui prova a rimanere cieco e sordo. Non può fare altro se non nutrirsi di lei. Lei non può che prosciugare lui, conducendolo nei deliri mentali. La loro casa diventa sempre più squallida. Diventa caos puro come i loro cuori. Ma niente doveva essere represso, perché volevano vedere quanto depravati potessero essere.

«Ero infelicemente normale, ero normalmente infelice.»   

Con una scrittura cruda ma anche ambigua, Leonard si avvicina e si allontana continuamente dai repentini cambiamenti di umore. A volte è quasi distaccato altre invece lascia emergere pura poesia. Dietro ogni parola sembra nascondersi qualcosa di più profondo. Forse una disperata verità: che l’amore comanda e non lo si può respingere. Che in fondo tutto si può risolvere ma non la morte. Ed è così che Sylvia decide di uscire di scena. Semplicemente morendo. Per dimostrare a lui la forza del loro legame. Per farsi rimpiangere. Per far rimpiangere il loro essere disperatamente felici.

«Non sapevano come stavano davvero le cose. Neanche io lo sapevo, quando stringevo Sylvia tra le braccia e la insultavo e le dicevo che l’amavo. Non sapevo che eravamo perduti.»

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