“Fino a metà questo libro è bello, ma da metà in poi diventa straordinario”. Sono parole di Francesco Piccolo, queste, e sono dedicate a L’estate del ’78, l’ultimo libro di Roberto Alajmo, edito da Sellerio.

L’estate del ’78 è la tipica estate di ogni adolescente che deve affrontare la maturità, è l’estate dei gelati alla fine di una giornata di studio, è il caldo afoso delle stradine di Mondello. Ma per Roberto Alajmo, l’estate del ’78 è molto di più nonostante possa ridursi a un giorno, a un attimo, quello in cui, non sapendolo, stava incontrando, parlando e guardando la madre per l’ultima volta.

Dopo tre mesi da quell’incontro, la madre – che qui viene chiamata col suo nome di battesimo, ovvero Elena, perché dentro il libro la madre è personaggio e, per parlarne, Alajmo ha bisogno di un distacco tecnico, senza scorciatoie confidenziali – viene ritrovata priva di vita nella casa in cui viveva dopo la separazione con Vittorio, il marito. Nella lettera che lascia scrive “Voglio, invece, che tutti sappiano CHE HO SCELTO IO IL MOMENTO: è l’ultima vanità, di pavesiana memoria; Roberto mi capirà”.

In quelle ultime parole, Roberto mi capirà, si coglie tutta la familiarità tra una madre e un figlio, quella familiarità che dai gesti passa alle cose e poi ai pensieri soltanto. L’ultima volta che Roberto incontra la madre è in imbarazzo, i suoi amici lo stanno aspettando, e lui non riesce nemmeno a sfiorarla quella donna disarmata, seduta su una panchina con un braccio alzato a coprire gli occhi dalla luce del sole. Eppure quella è l’ultima volta che può toccarla, ma non lo sa e non fa nulla.

Questo è il libro delle ultime volte, quelle di cui non ci si accorge, quelle di cui ci si rende conto troppo tardi. Questo è il libro dei rimpianti per non aver fatto nulla, per non aver messo maggiore enfasi in quella determinata cosa fatta per l’ennesima, ma ultima volta. Questo è il libro di tutte le esistenze, di tutti i destini, di tutti i tempi che si incastrano a caso permettendo incontri, saluti, addii.

Questo libro è un’indagine familiare e privata, ma allo stesso tempo pubblica. Alajmo consegna al lettore l’intimità della sua esistenza, racconta con estrema grazia e sincerità i tormenti che attraversano un uomo che ha perso la madre quando era solo un ragazzo, che ha visto il corpo senza vita di quella donna depressa morta molto probabilmente suicida, dopo una dipendenza straziante dallo Spasmo Oberon, un farmaco evidentemente non abbastanza testato.
Ma i tormenti di Alajmo sono, in realtà, i tormenti di ogni uomo che si accorge di esistere. Sono i tormenti di ogni padre verso un figlio, di ogni figlio verso un genitore: la consapevolezza che siamo sempre su una soglia, senza sapere se quella soglia sia d’ingresso o d’uscita.

Come succede in ogni libro autobiografico che fa bene il suo dovere, qui il racconto privato diventa racconto pubblico in cui riconoscersi è facile al punto da dire: anche io. Questo perché Alajmo si muove come se allo stesso tempo fosse figlio e padre nei confronti della madre, come se il tempo gli si fosse avvolto intorno e lo avesse posizionato dove non esiste età.

C’è un momento, verso la fine del libro in cui questo sentore si fa più concreto: Alajmo racconta del giorno in cui ha compiuto 42 anni, l’età che aveva la madre quando è morta; “se camperò abbastanza, a un certo punto avrò l’età sufficiente per essere suo padre e i ruoli si saranno del tutto invertiti”.

Alajmo, L'estate del '78

Lo stesso Alajmo confessa che questo sia il miglior libro che abbia scritto, forse perché è un libro di verità, di materia concreta, di lettere realmente scritte, di immagini davvero viste, di fotografie davvero scattate.
Quando un romanzo è sincero lo si capisce subito, nonostante la straordinarietà del libro di Alajmo arrivi di colpo a metà lettura, come se nella prima parte non avesse ancora il coraggio di buttarsi dentro quella storia così dolorosa e personale.

Che la scrittura, o la letteratura in generale, sia un antidoto, una cura per gli strazi dell’esistenza chissà… Alajmo, però, ha raccontato in occasione della presentazione di questo libro alla Fiera della piccola e media editoria, a Roma, che non era mai riuscito ad appendere a casa i quadri della madre, pittrice né buona né cattiva. Oggi finalmente ce l’ha fatta e questo qualcosa vorrà dire.

A pagina 134, Alajmo ricorda che Evelyn Waugh sosteneva che quando in una famiglia nasce uno scrittore, quella famiglia è perduta; è perduta perché viene messa a nudo, viene spogliata, esposta a mo’ di esempio, come l’emblema di ogni famiglia sulla faccia della terra, perché come diceva Tolstoj “tutte le famiglie felici sono simili tra loro, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo”; e: si scrive delle cose infelici perché, parafrasando Luigi Tenco, quando si è felici si esce; non per niente Alajimo scrive “Quando mai si è scritto qualcosa sul pieno appagamento amoroso? Per cui il migliore augurio da fare a una coppia di innamorati è: siate banalmente felici […] E soprattutto: che mai a nessuno venga in mente di scrivere un romanzo sulla vostra vita in comune”.