L’emergenza coronavirus ci ha negato lo sport. Niente più partite, gare, tornei. Niente più vittorie immeritate o sconfitte impronosticabili. La vita senza lo sport, ammettiamolo, è dannatamente triste. Una noia totale. L’idea migliore, allora, potrebbe essere quella di dedicarsi alla lettura di un libro che racconti lo sport in maniera appassionante, che sia capace di farcene rivivere l’emozione attraverso le sole parole, di non farcelo insomma rimpiangere. D’altronde cos’è lo sport se non la narrazione epica di momenti incredibili e di altri devastanti? Spesso una partita ha lo stesso andamento di un romanzo: attimi di calma e altri di tensione, personaggi preferiti oppure temuti, e poi imprevisti, fantasticherie, disfatte. Letteratura e sport si assomigliano: per questo tendono così facilmente a mischiarsi, per questo sono un connubio perfetto. Insomma, non vi rimane che abbandonarvi alla lettura.

Vi consigliamo allora due bei libri più un racconto che non solo descrivono lo sport, ma riescono addirittura a dargli vita.

Raccontare Cristiano Ronaldo

Cristiano Ronaldo. Storia intima di un mito globale, edito da 66thand2nd, non è una semplice biografia calcistica. L’autore Fabrizio Gabrielli, vicedirettore della rivista online L’Ultimo Uomo, si è cimentato in un’operazione molto più profonda e problematica: quella di un’analisi delle radici antropologiche di una delle figure più divisive, controverse e misteriose della storia del calcio. Cristiano Ronaldo: alcuni lo amano alla follia, o meglio lo venerano come un’entità religiosa, altri invece lo detestano. Di sicuro nessuno gli è indifferente. Lo stesso Gabrielli ammette di avere con Ronaldo un rapporto ambivalente, e il libro si profila insomma come il resoconto di un’ossessione oltre che di una passione. Ronaldo d’altronde è un oggetto, sia dal punto di vista umano che da quello sportivo, difficilmente comprensibile, che necessita di paradigmi inediti per essere chiarito. È proprio qui la peculiarità, e il fascino, di questo libro, che è un po’ una biografia sui generis e un po’ un racconto letterario che rappresenta al meglio la strada che la narrazione sportiva ha intrapreso negli ultimi anni: raccontare lo sport come slancio intellettuale verso interrogativi sociali e filosofici. Il Ronaldo di Gabrielli è quindi un Ronaldo più umano, anche quando descritto nei suoi aspetti, al contrario, superomistici: la cura maniacale del corpo, l’ossessione per il lavoro, la sua sfrenata ambizione.

Euro 17.

Ronaldo del resto è diverso dagli altri calciatori, e non può essere raccontato con gli stessi linguaggi che si utilizzano per narrare il classico campione: talento, estro, fantasia. Ronaldo non è Maradona, non è il suo eterno rivale Messi. È, rispetto a loro, uno sportivo del tutto atipico, forse addirittura opposto: quasi un brand commerciale, più incline al profitto e al pragmatismo piuttosto che alla creatività. Un calciatore ultra-contemporaneo e quindi, in un universo votato al culto della nostalgia, un esempio di anomalia e difformità. Ecco insomma la difficile sfida che Gabrielli si è imposto: narrare un unicum, uscire dagli schemi. Nel libro si passa dal racconto della sua vita privata ai momenti topici della carriera, dall’evoluzione del suo gioco al rapporto con i compagni. Ne viene fuori un ritratto di Ronaldo insolito, adatto sia a chi lo ama sia a chi lo odia, perfetto per tutti coloro fermamente convinti che nel calcio si celi qualcosa di eterno e di profondo, un sostrato in comune con il lato più intimo della nostra vita. 

Essere Agassi e odiare il tennis

Open. La mia storia (Einaudi), di Andre Agassi, è un libro unico nel suo genere, l’autobiografia di uno sportivo che racconta la propria vita in prima persona, senza alcun filtro né interpretazione. Di solito infatti quello degli sportivi è un racconto fatto dal di fuori, non dal di dentro: in Open regna invece un’onestà estrema, cruda, quasi dolorosa. Agassi è stato tra i più grandi tennisti del mondo a cavallo tra gli anni Novanta e Duemila, ma è stato al contempo un uomo tormentato. Anche grazie al contributo del giornalista premio Pulitzer J. R. Moehringer, che lo ha aiutato nella stesura, Open è un libro appassionante e dal ritmo implacabile, che si legge tutto d’un fiato, come il più coinvolgente dei romanzi. Ciò che rende tanto avvincente questa storia è il fatto che il suo protagonista è un personaggio terribilmente irrisolto. Agassi infatti lo ammette quasi subito: lui odia il tennis, lo odia visceralmente, eppure non può smettere di giocarci, perché è nato per farlo. Nella vita di Agassi si riscontra uno dei topos letterari più affascinanti, quello della maledizione intrisa nel talento. Avere per natura un dono comporta una simmetrica dose di dolore. Ogni benedizione predispone a un danno.

Trad. di Giuliana Lupi. Euro 14,50.

Sulle tracce di questa ambivalenza, Agassi racconta così la sua intera vicenda sportiva e personale. Si parte dall’infanzia sotto l’egida di un padre autoritario, che voleva fare di lui il più grande tennista del mondo e che per questo lo sottoponeva ad allenamenti estenuanti, e si passa per l’adolescenza nell’ambiente alienante di un’accademia tennistica. Poi, da grande, da professionista, sarà una continua carambola di folli traguardi e rovinose cadute; una storia di insicurezze, di momenti gloriosi e di altri penosi, di sconfitte che fanno malissimo e di vittore la cui ebbrezza svanisce in un attimo. Per un appassionato di tennis Open è un libro gustosissimo: ci sono ritratti inediti di avversari, narrazioni di partite epiche, retroscena dall’universo tennistico. Si percepisce bene cosa significhi davvero stare su quel campo, o meglio stare soli su quel campo. Non si tratta insomma di un inno allo sport, più che altro di un onesto bilancio di cosa voglia dire essere uno sportivo di successo. Ma Open è soprattutto, a prescindere dal tennis, un libro pieno di insegnamenti. Forse è una lunga parabola, un’indagine sulla vita, una grandissima metafora.

Calcio e magia

Per ultimo vogliamo proporvi invece non un romanzo, ma un racconto di uno dei più iconici scrittori degli ultimi anni, il cileno Roberto Bolaño. Il racconto in questione si chiama Buba e fa parte della raccolta Puttane assassine (Adelphi). Buba è il nome di un misterioso calciatore africano acquistato dal Barcellona, che divide l’appartamento con il narratore del racconto, un esterno cileno appena arrivato in Europa e subito in crisi per via di un infortunio. Anche Buba all’inizio ha delle difficoltà, ma ha anche in serbo un segreto: un inquietante rito di magia che compie prima di giocare ogni partita, nel quale coinvolgerà il narratore e un altro giocatore della squadra. È un rito propiziatorio, ma è meglio non anticipare altro.

Trad. di Ilide Carmignani. Euro 12.

Con Buba, Bolaño descrive al meglio il carattere religioso, scaramantico e magico del calcio. Non c’è qualcosa di inspiegabile nelle tante piccole coincidenze che portano qualcuno a segnare un gol? Le regole che sottendono all’andamento di una partita sono misteriose, incomprensibili, fascinose. Forse amiamo così tanto lo sport proprio perché di solito non riusciamo minimamente a spiegarcelo. Lo sport riesce sempre a sorprenderci, è un enigma che risponde a leggi oscure, a forze che non possiamo vedere. Buba è un esempio magistrale di tutto questo. E, neanche a dirlo, è scritto da Dio. Vi farà appassionare al calcio anche se l’avete odiato per una vita intera. D’altronde, lo ripetiamo, se amate i libri non potete non amare lo sport: in entrambi i casi è tutta una questione di assistere alla messa in scena di una bella storia.

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