di Federica Santoni

Le parole sono piccoli contenitori di universi sconfinati.

Immaginiamo di trovarci di fronte a una stella in una galassia incredibilmente vasta. Con un po’ di fantasia, potremmo supporre che questa stella rappresenti una singola parola del nostro vocabolario, e che la grande galassia sia il nostro linguaggio, come uno spazio privo di confini e illuminato. Ogni parola è il frutto di un suo percorso che brilla di luce propria, ma sta a noi impegnarci a scoprirlo. In che modo? Leggere, ad esempio, è uno dei migliori mezzi per entrare in questo universo così costellato che ci permette di dialogare e di interagire con il nostro prossimo.

A primo impatto, la parola “fatale”, quali emozioni risveglia dentro di noi? E ancora, cosa intendiamo quando parliamo di un “libro fatale”? Molto semplicemente, stiamo indicando un libro che potrebbe cambiare la nostra percezione del mondo. Un libro che potrebbe aprirci delle porte invisibili, smuovendo qualcosa dentro di noi e permettendoci di stabilire un forte contatto con la nostra parte interiore, quella che a volte ci dimentichiamo. La redazione Cultura di Artwave prosegue la sua sfida dedicata ai non lettori ponendosi un grande obiettivo: quello di avvicinare i ragazzi e le ragazze al meraviglioso mondo della letteratura, così incredibilmente ricco e vivace, e di promuovere un contatto con i libri costruttivo e gioioso. In questa realtà così frenetico ci ritroviamo di continuo connessi sui social, sempre dietro agli schermi, cercando di piacere agli altri mentre rincorriamo immagini che spesso non ci appartengono. Decidere di dedicarsi alla lettura è un atto rivoluzionario. Perché dovremmo aprire un libro e sfogliarne le pagine? Forse perché c’è bisogno, ora più che mai e soprattutto per chi vive il periodo dell’adolescenza, di capire chi siamo davvero, di scoprire quali siano le nostre ambizioni e i nostri valori, il motivo per cui siamo qui, ora, al di là degli smartphone, degli idoli fittizi, dell’apparenza che ci sforziamo di rincorrere.

Considerate la vostra semenza:

fatti non foste a viver come bruti,

ma per seguir virtute e canoscenza

Inferno, XXVI, vv. 118-120.

Vivere una vita da lettori è senz’altro un privilegio immenso, proprio come salire su una navicella spaziale con la consapevolezza di arrivare ad ammirare le lontane stelle.

Un libro matrioska: La grammatica dell’amore di Rocìo Carmona

di Cristina Cassese

Irene è una giovanissima teenager spagnola che ha appena vissuto la prima, scottante delusione d’amore; come se ciò non bastasse, i suoi genitori, in balìa di un divorzio alquanto burrascoso, la spediscono a studiare un anno in un college in Cornovaglia. Sola, amareggiata e piena di dubbi, la giovane protagonista trova conforto e nutrimento in alcune letture suggerite da uno dei suoi insegnanti: si tratta di sette grandi capolavori della letteratura mondiale che le permetteranno di comporre la sua personalissima Grammatica dell’amore, che poi è il titolo di questo libro di Rocìo Carmona.

Fanucci editore, trad. di R. Feleppa. Euro 14.

Attraverso le parole di Tolstoj, Murakami, Austen, Zweig, Goethe, Charlotte Brontë, Marquez, Irene inizia un meraviglioso e al tempo stesso terrificante viaggio interiore. Le storie dei protagonisti di quei romanzi risuonano potentemente in lei, aiutandola a districarsi nel groviglio dei suoi sentimenti e delle sue sensazioni; l’intensità tipica delle emozioni adolescenziali incontra una forma affine ma decisamente più compiuta e universale che favorisce il percorso di crescita della giovane protagonista, elevando dubbi e paure in sublimi analogie letterarie. E così l’esperienza traumatica del suo corpo mutante, le dinamiche interpersonali con gli altri ragazzi e ragazze che convivono nello studentato del college, i primi fumi dell’alcool e le scoperte cariche di meraviglia dell’arte, della musica, della bellezza che è stata e che può ancora essere, si sviluppano nel susseguirsi via via sempre più incalzante delle letture di Irene a cui seguono, in una routine virtuosa e al contempo vertiginosa, una serie di riflessioni in forma di saggio e di dialoghi, serrati e intesi, con il prof. Hugues. Il pregio di questo romanzo, che non è certamente di per sé un’eccellenza letteraria, sta proprio nella sua costituzione: è un libro matrioska che si distingue soprattutto per la sua funzione metanarrativa. I temi del tormento d’amore, della caduta degli idoli parentali e dei dubbi esistenziali, così frequenti durante l’adolescenza, sono un aggancio perfetto per un non lettore o una non lettrice che vive questa particolarissima fase della vita: benché il plot principale non sia dei più convincenti, la scrittura di qualità di Carmona fa sì che questo possa essere una lettura determinante, genitrice di ulteriori e successivi libri fatali.

Per chi, come Alex, non si sente né bianco né nero ma “grigio senza senso”

di Paola Petrignani

Questo libro non ha bisogno di tante spiegazioni: il senso sta tutto là, accartocciato nel titolo. 

Oscar 451, Mondadori. Euro 12.

Ok, in realtà non c’è un vero e proprio “Jack Frusciante” all’interno del romanzo (che poi il nome sarebbe un omaggio all’ex chitarrista dei Red Hot Chili Peppers John Frusciante, che nel ’92, al momento di maggior successo della band, decise di mollare tutto, così, senza apparente motivo). C’è invece un diciassettenne skazzato, clichè-icamente tardoadolescenziale, stanco di sentirsi “stonato tutto il tempo” sotto un cielo grigio, bianco-bigio a tutte le ore come se fossero le sei di pomeriggio a vita. E’ Alex, il “vecchio Alex”, a voler uscire dal gruppo; da quella mischia assurda di ragazzi tutti-uguali e ragazze tutte-uguali del liceo classico Caimani di Bologna, e da quella realtà familiare passata a lobotomizzarsi davanti allo “schermo radioattivo” insieme al Cancellerie, alla mutter e al frère de lait (rispettivamente: padre, madre e fratello minore) che ora tutto possono meno che capirci effettivamente qualcosa di Alex. Il nostro protagonista vuole uscire dal gruppo perché lo sente proprio che non può più starci dentro, che è “profondamente infelice ma in modo distaccato (…) come se la sua vita appartenesse a qualcun altro”. Del resto ha diciassette anni, il nostro Alex: è nel pieno di quelle sensazioni fin troppo tipiche e crude, rabbiosamente senza senso, assurde e potentissime proprio perché, a quell’età, tutto acquista una profondità inaudita. Ma questa è anche la storia del primo amore, dei primi sentimenti veri-veramente; quelli che ti porti dentro tutta la vita e che sanno di infinito, di autentica felicità. Alex comincia a frequentare Aidi in una “pseudoprimaverile domenica pomeriggio”, e da quel momento tutto comincia a cambiare colore: le uscite, i testi delle canzoni, anche il bigio cielo cittadino e la stessa Bologna si animano, cambiano verso, prendono vita. Bologna diventa un mucchio di vie da sfrecciare con la bicicletta, attenti alle curve a gomito mentre si canta a squarciagola, o un insieme di viali interminabili da solcare con la vespa di Aidi, abbracciati a lei con mani ipersensibili nella piena consapevolezza che tutto sa di nuovo e che quello che si prova è, per la prima volta, reale. La voce narrante, però, stronca qualsiasi smielatura perché questo è tutto meno che un romanzetto d’amore: è il racconto tardoadolescenziale delle serate alcoliche con gli amici, delle conversazioni senza capo ne coda, delle fughe tattiche e dei compiti di fisica da sei meno meno (ma per i parens, sei); delle tante domande senza risposta e della fin troppa sofferenza di un’età assurda, incomprensibile e, per molti, senza scampo. Il romanzo di Enrico Brizzi è la lettura giusta per chi, come Alex, si sente fuori posto e nel bel mezzo di un grigio senza fine e senza senso, dove niente è ancora “proprio” e tutto è ancora da definire. Per chi, come scriveva Calvino, si sente incompleto e invece è solo giovane. 

Il bello e il brutto ma soprattutto il brutto

di Nicolò Bellon

Perché dovresti leggere Ti prendo e ti porto via

Perché Niccolò Ammaniti è spietato e ti vomita addosso tutto il male e il bene del mondo, perché sembra parli un po’ di te, come ogni buon libro sa fare; perché c’è la provincia, quella di Bersani, denuclearizzata a sei chilometri di curve dalla vita. Perché di Pietro e Gloria, Graziano e Flora ci s’innamora, loro sempre in attesa di qualcuno che arrivi veloce su una moto da corsa, li prenda e li porti via. Fuggire è il desiderio di tutti. Scappar via, dimenticandosi di amici, famiglia, scuola e lavoro. Ammaniti racconta quel desiderio come nessun altro, rivelandoci il bello e il brutto di ogni cosa, con particolare attenzione al brutto, allo sbagliato, allo scorretto. Senza paura di calcare la mano, di andar fuori strada. Anzi, forse è proprio lì che dà il meglio di sè: nei deliri, negli estremi, negli incanti. Quando s’incammina in vie secondarie, scomode e maleodoranti, che sembrano non portare a nulla e tu lo segui, senza paura, e scopri che dopo tutto quel fango (titolo, tra l’altro, della sua prima stupefacente raccolta di racconti) e  pietrisco c’è il mare. Anche se a Ischiano Scalo non si vede. 

Einaudi, Stile Libero BIG. Euro 14.

Ti prendo e ti porto via va letto perché è così potente da far male lo stomaco, così dolce, così giusto e sbagliato. Ti prendo e ti porto via va letto perché senza chiedere il permesso, arriva veloce, sgommando, come il motociclista più esperto; perché è un libro che ti afferra per mano, ti prende e ti porta via. 

 

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