Misteriosi, imprevedibili e pieni di fascino: sin dai tempi antichi, i gatti hanno rivestito un ruolo molto particolare per gli esseri umani. Secondo gli Egizi, erano veri e propri animali sacri al punto che venivano mummificati proprio come gli uomini. Fu proprio per questa profonda e radicata venerazione pagana che, durante l’età medievale, questi felini vennero associati al Diavolo, al male, alla sfortuna e persino alla stregoneria. I gatti sono perciò creature simbolicamente ambivalenti in cui convergono bene e male, seduzione e distruzione, tenerezza e aggressività.

Non per niente i baffuti quadrupedi occupano un posto di rilievo in ambito letterario, sin dalla prima infanzia: tutti conosciamo la storia de Il gatto con gli stivali o ricordiamo, con una buona dose di inquietudine, il Gatto compare della Volpe in Pinocchio. Molti autori hanno scelto proprio questo animale come personaggio a cui affidare un ruolo ambiguo, suggestivo, fortemente evocativo: pensiamo a Church, il gatto-zombie di Stephen King o all’indimenticabile Stregatto di Alice nel Paese delle Meraviglie. Scopriamo insieme tre capolavori della letteratura per chi ama i gatti.

L’incubo fatto gatto del maestro della letteratura gotica

di Paola Petrignani

Per la narrazione stravagantissima eppure quanto mai domestica che sono sul punto di vergare, non mi aspetto né sollecito fede. Pazzo sarei davvero ad aspettarmela, in un caso in cui i miei sensi stessi respingono la propria testimonianza. Eppure non sono pazzo, e con ogni certezza non sogno. Ma domani muoio, e oggi vorrei togliermi dall’anima un gran peso

E’ con queste parole che comincia la nostra storia; una storia agghiacciante e misteriosa, calibrata in tutte le sue parti come solo Edgar Allan Poe riusciva a fare. Una ragnatela tutta ombre e niente luci, che irretisce il lettore perché ne cattura la tensione nervosa e il senso di costrizione claustrofobico, fino a divorarne l’occhio ora più che mai indaffarato nella ricerca di soluzioni ad un mistero senza vie d’uscita; senza scampo. E’ un racconto che agguanta e stringe, Il gatto nero; questa “serie di puri eventi casalinghi” che la mente più “calma, logica e assai meno eccitabile” del lettore dovrebbe riuscire perfettamente ad inquadrare in “un’ordinata successione di cause e effetti naturalissimi”.

Edizione Feltrinelli, 2014, a cura di Mariarosa Mancuso. Euro 9.

Eppure questo non succede, perché quel gatto nero che perseguita il protagonista ci lascia in balia di quelle stesse folli “chimere immaginarie” di cui parla l’attore-testimone del racconto; un narratore, quest’ultimo, inattendibile, alcolizzato, squilibrato, che attende la forca per aver ucciso la propria moglie in un raptus di follia indotto – a suo dire – proprio da un gatto nero, l’“Incubo incarnato”  che non riusciva più a scuotersi di dosso perché sempre lì, in agguato, gravante come un macigno sul cuore. La creatura sarà quindi il fulcro centrale (centrifugo) di tutta la narrazione, ma non ne sarà forse il vero protagonista. In un certo senso, ne è il contenuto manifesto: “l’incubo incarnato”, appunto, dei misteri e degli orrori di una mente degenerata, malata di una malattia perversa (l’alcolismo) radicata nella sua parte più impulsiva e pre-razionale e che si rapporta con il mondo con occhio allucinato e febbrile, rovinando tutto ciò che gli sta intorno. 

E’ il racconto di una “bestia orrenda”, ma se questa sia effettivamente il gatto o la sola mente umana non ci è dato saperlo con certezza. O mai del tutto, almeno: ci sarà sempre quella diabolica patina di mistero a tenerci sulle spine.

Behemoth, il villain de Il Maestro e Margherita

di Lucia Nunzi

Veniamin Kaverin scrisse che “per originalità sarà difficile trovare un’opera che gli stia a pari in tutta la letteratura mondiale”: è quindi più che naturale che il romanzo capolavoro di Michail Bulgakov accolga tra i suoi protagonisti uno dei gatti più memorabili della letteratura.
Definito da Montale come “un miracolo che ognuno deve salutare con commozione”, Il Maestro e Margherita segue due linee narrative: la prima, ambientata negli anni ‘30, comincia con l’arrivo a Mosca di Satana, nei panni di un misterioso professore esperto di magia oscura, Woland. È accompagnato dal suo ‘staff’, tra cui spicca il grosso gatto nero Behemoth, uno dei personaggi più singolari del romanzo: umanizzato da Bulgakov, il gatto cammina su due zampe, veste alla moda e spara sentenze sulla corrotta società moscovita. Woland vuole organizzare un gran ballo di plenilunio di primavera, la notte del Venerdì Santo. A questo proposito, chiede ad una donna, Margherita, di fare la padrona di casa alla sua festa. Lei, dopo una serie di avventure, accetta la sua proposta (scendereste a patti con Satana?) in cambio di poter avere informazioni sul suo amore, il Maestro, un uomo che ha scritto un romanzo sugli ultimi giorni di vita di Jeshua Ha-Nozri.

Universale Economica Feltrinelli, trad. di Margherita Crepax. Euro 10.


Da questo personaggio si sviluppa la seconda linea narrativa. Jeshua è un predicatore di Gerusalemme, sostenuto dal suo unico discepolo Levi Matteo. Lo incontriamo in quella che sarà evidentemente la parte finale della sua vita: i vari incontri con Ponzio Pilato – il quale rimane colpito dalla personalità di Jeshua fin dall’inizio – e la condanna a morte.
Le due storie sono a intermittenza e procedono parallelamente: mentre per una l’esito è universalmente conosciuto, per l’altra, il finale è lasciato al piacere della lettura. Nonostante fino a metà romanzo non si riesca a capire nulla, l’attrattiva che nasce per i personaggi anche minori e “l’assurdità” della storia obbligano felicemente a proseguire.
È una delle storie più stravaganti e coerenti, allo stesso tempo. Bulgakov si sposta tra il sacro e il profano, la magia pervade Mosca fin nelle sue vene e nonostante le personificazioni di bene e male per eccellenza siano qui rappresentate, la distinzione non è mai apparsa più sfocata.
La figura di Jeshua, chiaramente ispirata a Gesù, non è banalizzata e stereotipata: la sua bontà e l’umanità si percepiscono tra le righe del romanzo, d’altra parte il personaggio di Woland “buca” la carta: la sua vivacità, l’eleganza e l’obiettivo di prendersi gioco della società superficiale e meschina fuoriescono dalle pagine.
Eugenio Montale definì questo libro “un miracolo che ognuno deve salutare con commozione”.

I gatti protagonisti nella narrativa di Murakami Haruki

di Cristina Cassese

Uno degli elementi ricorrenti nelle opere di Murakami Haruki, scrittore giapponese di chiarissima fama mondiale, acclamato dalla critica quanto dal pubblico, è costituito proprio da personaggi in forma di gatto. Murakami non è uno scrittore qualunque: la sua visionaria, onirica creatività letteraria,  ascrivibile per molti aspetti al Realismo magico, si esprime attraverso una lingua estremamente parca e asciutta. E i felini domestici sono una vera e propria ossessione letteraria di questo autore: non a caso, sono presenti in molti dei suoi romanzi più noti, da Kafka sulla spiaggia al meraviglioso -e inquietantissimo- Nel segno della pecora. Nel volume primo di 1Q84, trilogia-capolavoro di Murakami, c’è poi un racconto nel racconto, intitolato proprio Nel paese dei gatti, interamente dedicato ai nostri amati quadrupedi. Si tratta di pochissime pagine che si leggono in 5 minuti ma che condensano una quantità impressionante di rimandi, connessioni, simbologie.

Einaudi, Super ET. Trad. di Giorgio Amitrano. Euro 15.

Uno dei personaggi principali di 1Q84 è Tengo, giovane insegnante di matematica e aspirante scrittore: durante un viaggio in treno, di ritrova a leggere un breve racconto in cui il protagonista è, a sua volta, un appassionato e anomalo viaggiatore che si diletta nello scegliere a caso stazioni ferroviarie in cui fermarsi, trascorrere un giorno a zonzo e poi ripartire. Un giorno scorge dal finestrino un meraviglioso panorama che lo conquista da subito: colline verdeggianti, un fiume che scorre placido e una graziosa cittadina che mostra orgogliosa un ponte in pietra. Decide quindi di scendere dal treno e di visitare questo luogo che si rivelerà ben presto tanto incantevole quanto incantato. Le strade sono, infatti, deserte: non c’è uomo o donna negli uffici, nei negozi, nelle piazzette. Al calar della sera, però, il protagonista – di cui non conosceremo mai il nome- scorge proprio da quel ponticello di pietra una quantità considerevole di gatti che si riversa in città: sono gatti più grandi del consueto e si comportano in modo decisamente anomalo. Al loro arrivo la città prende vita: qualcuno tira su le saracinesche dei negozi, qualcun altro si mette a lavoro negli uffici e così via. Il viaggiatore, confuso e piuttosto terrorizzato, si rifugia quasi istintivamente in cima ad una torre da cui osserva i curiosi abitanti, lambiccandosi sul da farsi. E, in pieno stile Murakami, scoprirà solo alla fine qual è il suo destino.

Infine, per i più piccoli (ma non solo), segnaliamo questa interessante iniziativa dell’associazione TojTjaTer in collaborazione con la Fabbrica dell’Attore di Roma: per celebrare il centesimo anniversario della nascita del grande Gianni Rodari, il Teatro del Vascello ospita il progetto “Se il nonno diventa un gatto. Raccontami una storia”, uno spettacolo e un laboratorio all’insegna della fantasia che avrà luogo presso la Sala Mosaico nelle date dell’1, 2, 8 e 9 febbraio.

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