di Lucia Nunzi

Letteratura e cinema sono come parenti stretti che vivono in appartamenti attigui: è innegabile l’influenza reciproca che l’una esercita sull’altro e viceversa. E se i libri sono come affidabili genitori da cui poter prendere spunto e ispirazione (il numero di pellicole tratte da romanzi è smisurato), i più giovani film hanno acquisito un’autorità tale da convincere molti a votarsi esclusivamente e appassionatamente a loro. La potenza creativa della settima arte spinge oltre i limiti dell’immaginazione individuale, costruendo regni magnifici laddove c’erano solo disegni abbozzati dai contorni evanescenti.

Eppure, amanti del cinema, vi sarete chiesti come mai in tanti affermano, spesso e volentieri, che “era meglio il libro?”  Avrete certamente notato che innumerevoli cineasti sono anche scrittori e molti autori si dedicano con successo al cinema. E allora  perché non scoprire finalmente, in prima persona, cosa c’è dietro? 

Abbiamo selezionato tre letture che vi incanteranno a tal punto da concedere una chance alla “genitrice” del cinema, donandovi quel piacere unico che scaturisce solo dalla lettura: immaginare e creare nella mente una scena descritta in un libro. Come se foste proprio voi il regista di quel film.

Il viaggio, la musica e l’oceano di Danny Boodman T.D. Lemon Novecento

di Cristina Cassese

Molto probabilmente avrete visto il film La leggenda del pianista sull’oceano di Giuseppe Tornatore che vent’anni fa fece incetta di premi internazionali e mica per niente. Se la storia del bambino prodigio nato dalla pancia di un transatlantico ha fatto breccia nel vostro cuore, non vi resta che leggere l’opera originale.

Universale Economica Feltrinelli, euro 7.

Novecento. Un monologo di Alessandro Baricco è un libretto apparentemente innocuo, che si sviluppa in poco più di 50 pagine. E che va letto possibilmente senza interruzioni, tutto d’un fiato: d’altronde, non temete perché farlo non sarà affatto difficile. Al contrario, risulterà quantomai necessario e ineluttabile.

La storia di Danny Boodman T.D. Lemon Novecento è talmente avvincente ed emozionante che non farete alcuna fatica a lasciarvi trasportare dal ritmo jazz della scrittura di Baricco: il narratore è Max, il trombettista del Virginian e il suo linguaggio è un mix di slang da bassifondi e prosodia alla Beat Generation. Baricco lo ha definito un monologo perché questo testo nasce per il teatro e nella mente del suo autore avrebbe dovuto essere recitato da un attore solo: ma i personaggi che vivono in Novecento sono molti e le loro storie, i loro punti di vista, il legame che ognuno crea con quel fenomeno di ragazzino che ha imparato non si sa bene come a suonare il pianoforte come un Dio, afferrano l’attenzione di chi legge, generando immagini mentali straordinariamente suggestive che si intersecano una dietro l’altra in un continuum oscillante e travolgente come le onde dell’oceano.

Il Cinema secondo Starnone: tra luci e ombre

di Claudio Bello

Se amate alla follia prendere l’autobus, magari in una giornata di pioggia, magari da soli, per andare in quella sala di periferia che conoscete solo voi, e sentire il rumore del biglietto che viene strappato in maniera annoiata, e poi sedersi in una fila centrale ma un po’ a lato, aspettando che finalmente le luci si spengano; se conoscete a memora il lavoro di quel regista, se collezionate DVD; se amate insomma il cinema, ma leggere vi annoia, Fare Scene. Una storia di cinema, di Domenico Starnone , è il libro che fa per voi. È una storia chiaramente autobiografica che si risolve in un romanzo agile e appassionante, che parla non tanto del cinema, quanto dei cinema. Perché, lo sapete, il cinema non è di certo una cosa sola: ha invece molti significati, mille sfaccettature. Così, nel capitolo Primo tempo (come vedete, il lessico filmico prevale anche nella divisione interna), Starnone narra la storia di un bambino che, proprio come voi, adora il cinema. Siamo però nella Napoli del dopoguerra. Il cinema, all’epoca, era una cosa molto diversa da quello a cui siamo abituati adesso. Cinema allora era soprattutto metafora di sala: un posto cioè caotico e bellissimo, un luogo nel quale fuggire da una realtà difficile e spesso molto povera. Il romanzo è insomma, tra le cose, una vera indagine antropologica su com’era, a quei tempi, andare al cinema. E proprio attraverso il suo rapporto con esso, con questo cinema magico e misterioso, Starnone ci narra la storia della famiglia del protagonista, che si dipana negli anni tra il tragico e il favoloso.

minimum fax, euro 13,50.

Nel Secondo Tempo, quel ragazzo è ormai diventato grande: di mestiere, neanche a dirlo, fa lo sceneggiatore. Già da bambino, infatti, era rimasto incuriosito da questa figura, rendendosi conto, con stupore, che lo sceneggiatore è, tra tutti, il primo a vedere le scene di un film, semplicemente perché le immagina nella mente. Ma fare lo sceneggiatore, in Italia, non è facile, soprattutto se si sta scrivendo un film sul declino della classe operaia. Così, in un crescendo tragicomico di censure, aggiustamenti voluti dall’alto, imposizioni, vediamo via via il lavoro deteriorarsi e trasformarsi in qualcos’altro. È l’altra faccia della meravigliosa magia del cinema, sono i suoi cupi retroscena. Con grande ironia, Starnone ci racconta insomma cosa accade davvero dietro lo schermo, quali sono i meccanismi, i segreti un po’ tristi del favoloso mondo del cinema. Leggendo questo libro, quando andrete in quella saletta di periferia che tanto amate, guarderete il prossimo film con occhi forse leggermente diversi, da un lato più meravigliati, come quelli di un bambino, dall’altro più disillusi: sono quelli dell’adulto. È il cinema, ragazzi, in tutta la sua follia.

A Parigi con Hemingway in una Festa Mobile

di Delia Amendola

Viaggiare a Parigi con Hemingway in una Festa Mobile non è impossibile, basta cominciare solo a sfogliare il suo romanzo postumo che raccoglie l’esperienza di uno scrittore in erba in una delle città più magiche e poetiche del mondo. A Parigi Hemingway era andato a vivere nel 1924 insieme alla sua prima moglie a cavallo tra le due guerre mondiali; in quella che Gertrude Stein chiamava “generazione perduta”: la generazione di Hemingway, di tutti coloro appena tornati dalla Grande Guerra e spaventosamente inseriti in quel vortice euforico di ubriachezza e poesia senza apparente controllo. Era proprio quel vortice postbellico, magico e malinconico, a raccogliere le “spoglie” di chi aveva fatto la guerra ed era sopravvissuto.

«Ecco che cosa siete, voialtri […] tutti voi giovani che avete fatto la guerra. Siete una generazione perduta […] Non avete rispetto di niente e per nessuno. Vi rovinate la salute a furia di bere…»

Un commento, quello di Gertrude Stein, che ha identificato una generazione ma anche un periodo storico che si sarebbe rivelato di passaggio, fin troppo breve e preparatorio a ciò che sarebbe venuto dopo. Ernest Hemingway in Festa Mobile, infatti, racconta quella generazione tra vino, oppio, corse di cavalli e viaggi folli in giro per l’Europa in un’atmosfera ora divertente ora tragica. Un diario, quello di Hemingway, in cui il desiderio galoppante di scrivere di uno scrittore, si scontra con il dovere di un giornalista che scrive rendendosi conto di star togliendo del tempo alla sua reale natura.

Mondadori Oscar Moderni, trad. di Luigi Lunari. Euro 12.

Leggere Festa Mobile oggi, infatti, è come aprire un vecchio diario impolverato di qualcuno che, giudiziosamente, ha deciso di descrivere i cambiamenti sociali chiaramente e senza fronzoli attraverso la raccolta meticolosa delle esperienze e delle curiosità di una “generazione perduta”. Ci si tagliano i baffi, si trasformano i locali e i bar di Parigi, il vestiario muta velocemente e la moda passa sotto gli occhi di un grande scrittore che ancora non sa di esserlo. La sua prosa è limpida, avvolgente, chiara, talmente reale da toccare le corde del cuore: ecco perché Festa Mobile è un #librofatale. Leggere questo libro significa dialogare con un padre a distanza, ascoltando attentamente un racconto di un tempo andato affascinante e incantevole, al punto di esserne quasi risucchiati. Per gli appassionati di cinema Festa Mobile di Ernest Hemingway rappresenta un terreno fertile dal quale trarre ispirazione, proprio come ha fatto Woody Allen per il suo Midnight in Paris e proprio come hanno fatto migliaia di parigini all’indomani degli attentati del 2015; desiderosi di intraprendere di nuovo un viaggio folle in una festa mobile che rende finalmente consapevoli che «per Parigi non ci sarà mai fine».

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