Il romanzo psicologico è un vero e proprio genere letterario: nato a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento, è costituito da tutti quei libri di prosa che dedicano ampio spazio all’interiorità dei personaggi, facendo emergere con forza le loro elucubrazioni mentali, le loro ansie, i loro dubbi, le loro emozioni. Capolavori letterari ascrivibili a questa particolarissima forma di narrazione ce ne sono davvero tanti: da Pirandello a Svevo per non parlare di Proust, Joyce, Kafka, Woolf, sono tanti i grandi autori del secolo scorso ad essersi cimentati nell’analisi introspettiva della mente umana. Ma forse, per chi non ama la lettura, cominciare dalla Recherche non è particolarmente allettante: vi proponiamo allora tre romanzi contemporanei che si leggono tutto d’un fiato e che affascinano immediatamente con la loro prosa scorrevole e regolare. Forse non sono del tutto coerenti con il genere ma di sicuro hanno i numeri giusti per coinvolgere coloro che, appassionati dalla psicologia, si sentono particolarmente attratti dalla mente umana e dai suoi strabilianti meccanismi.

L’amore malato nel romanzo psicologico “Follia” di Patrick McGrath

di Alessandro Mancini

Quando si parla di psiche umana, dei suoi abissi e dei suoi deliri, lo scrittore inglese Patrick McGrath è sicuramente imbattibile. Figlio di uno psichiatra e dopo aver lavorato per anni nel reparto di malattie mentali di un ospedale nell’Ontario, Patrick decide di fare della scrittura il suo mestiere. Fra i tanti romanzi e racconti che ha scritto durante la sua fortunata carriera, Follia resta forse il più riuscito, oltre che una pietra miliare imprescindibile nell’ambito della letteratura psicologica.

Adelphi, trad. di M. Codignola. Euro 12.

Il libro, ambientato alla fine degli anni ’50 in Inghilterra, racconta una storia d’amore morbosa e ossessiva tra Stella Raphael, donna affascinante e moglie insoddisfatta e annoiata di Max, psichiatra brillante ma freddo e anaffettivo, ed Edgar Stark, scultore irrequieto e geloso, rinchiuso in un manicomio criminale per l’uxoricidio della sua ex moglie. La vicenda è narrata da Peter Cleave, collega di Max, nonché terapeuta di Edgar, che illustra al lettore il caso clinico di Stella, la quale svilupperà una dipendenza affettiva da Edgar, di cui si innamorerà perdutamente, finendo per giustificare anche atteggiamenti violenti e autoritari nei suoi confronti. Anche il narratore stesso non è oggettivo nell’esposizione dei fatti: Peter, infatti, è coinvolto nella storia tanto quanto i personaggi di cui parla: invaghitosi di Stella e appassionatosi allo studio dell’ossessione patologica e perversa della sua paziente nei confronti di Edgar, anche lui giocherà un ruolo chiave nell’evolversi della vicenda.

Dov’era, dov’era Edgar? Le bastava pensare a lui per vederlo come se lo avesse davanti agli occhi; non era né facile né indolore, ma per nulla al mondo lo avrebbe lasciato andare.

Un dato interessante che emerge dalla lettura di questo romanzo è, infatti, l’incapacità dei protagonisti di elaborare un pensiero critico e distaccato di quello che gli accade; essi tendono invece ad attribuire significati personali a tutti gli eventi che vivono, in modo da giustificare e seguire soltanto le proprie intuizioni senza alcuna possibilità di contraddittorio.

Un romanzo avvincente e adrenalinico che trascina il lettore nel vortice di follia e di emozioni torbide e violente dei protagonisti, alle prese con rapporti amorosi tossici e malati. Una scrittura estremamente fluida e appassionante fa di questo best-seller una lettura adatta a tutti, anche a chi non ha mai aperto un libro prima di questo momento.

Quando il cambiamento è inevitabile: la felicità secondo Sarah Haywood

di Cristina Cassese

Susan Green è una donna determinata, dotata di grande buon senso e decisamente intelligente: pare evidente però, sin dalle prime pagine del romanzo La felicità del cactus, pubblicato da Feltrinelli, che soffra di una forma mediamente seria di ansia da controllo, il suo stile di vita è a dir poco morigerato e non sembra esserci spazio alcuno né per le emozioni né tantomeno per gli imprevisti. Eppure si sa, questi ultimi sono del tutto inevitabili: conosciamo la protagonista dell’esordio letterario di Sarah Haywood proprio nel momento in cui il suo piccolo mondo perfetto viene stravolto da due accadimenti uguali e contrari, ovvero la morte della madre e la scoperta di una gravidanza del tutto inattesa e indesiderata. Susan ha 45 anni, frequenta da un decennio un coetaneo con il quale condivide interessi culturali e momenti di relax ma nulla di più e non sembra affatto intenzionata ad “arrendersi” al ruolo di moglie e madre. Come se tutto questo non bastasse, all’apertura del testamento emerge la volontà dell’anziana genitrice di lasciare in usufrutto la casa di famiglia al fratello minore della nostra, Edward, un quarantenne piuttosto scapestrato e inconcludente, tutto l’opposto della protagonista che invece definito, pianificato e programmato ogni cosa già da tempo. Tutto fa pensare che costui abbia tramato alle spalle di Susan: deve aver raggirato la comune madre al fine di ottenere gratis un tetto sopra la testa e svignarsela, ancora una volta, dalle proprie adulte responsabilità. Convinta dell’inganno, la protagonista si arma di cartelle sanitarie, testimonianze dirette e consulenze legali volte a perorare la sua causa proprio mentre insorgono le prime nausee gravidiche, accompagnate da profondi dubbi sul futuro e sulla sua stessa identità. 

Universale Economica Feltrinelli, trad. di Chiara Mancini. Euro 10.

La felicità del cactus è un libro amabilissimo, uno di quei romanzi che si leggono con piacere e leggerezza grazie all’impianto narrativo solido e alla prosa scorrevole di Haywood che alterna momenti introspettivi a dialoghi brillanti, pregni del tipico british humour che fa sempre sorridere. Tra le righe, però, si nascondono concetti profondi e dal taglio psicologico: la scrittrice indaga il temperamento dei personaggi, ponendo continuamente in dialogo la loro natura caratteriale con l’ambiente. Come è possibile che un fratello e una sorella siano così radicalmente diversi nell’approccio all’esistenza? Quanto ha influito l’alcolismo paterno nella direzione che le loro esistenze hanno preso sin dall’adolescenza? E ancora, quali sono le ragioni che hanno portato Susan a diventare così anaffettiva e restìa ai legami umani? Pagina dopo pagina, ogni domanda trova la sua risposta descrivendo superbamente la storia di un radicale cambiamento, di una vera e propria rinascita.

La nostra mente dentro una palazzina: Freud secondo Eshkol Nevo

di Claudio Bello

Una delle più affascinanti teorie freudiane è sicuramente quella della divisione della nostra psiche in tre istanze: l’Es, sede oscura e profonda di impulsi e irrazionalità, è in perenne contrasto con il Super-Io, che invece funge da controllore e censore dei nostri desideri; in mezzo si pone invece l’Io, che si rapporta direttamente con la realtà, in un pericoloso bilico tra la forza primordiale dell’Es e i “no” del Super-Io. Sapendo quanto la letteratura sia fatalmente attratta dalle tripartizioni – pensate alle miriadi di trilogie che si sono scritte e si continueranno a scrivere – l’idea di Eshkol Nevo – scrittore israeliano, già autore del bellissimo La simmetria dei desideri – di costruire un romanzo seguendo alla lettera questa teoria freudiana è particolarmente azzeccata.

Neri Pozza, Bloom, trad. di Ofra Bannet e Raffaella Scardi. Euro 17.

Il luogo centrale di Tre piani, edito da Neri Pozza, è infatti una palazzina all’apparenza tranquilla e noiosamente borghese – un po’ come, sempre all’apparenza, è la nostra mente –, all’interno della quale seguiamo la storia di tre appartamenti diversi, con i loro rispettivi inquilini. Al primo piano, nel punto più basso, regna ovviamente l’Es: quando Arnon comincia a temere che tra la sua piccola figlia Ofri e il vicino di casa, un simpatico signore tedesco con un principio di Alzheimer, sia accaduto qualcosa di sconveniente e poco chiaro, perde la testa, scatenando la sua follia e trasformando la sua vita in un delirio paranoico e rabbioso. Hani, invece, che vive al secondo piano, si sente molto sola: suo marito è sempre in viaggio per lavoro, ed essere la madre di due figli non è un mestiere facile. Così, quando suo cognato si presenta in casa chiedendole disperatamente aiuto, per lei si tratta di un’inaspettata rinascita. Ma è vero o è tutto solo frutto della sua immaginazione? In Hani si delinea bene la contraddittorietà alla base dell’Io, che è alla costante ricerca di un equilibrio, sospeso tra ciò che è reale e ciò che invece non lo è. All’ultimo piano abita Dovra: è un giudice in pensione e ha da poco perso il marito, che era per lei una presenza ingombrante ma amata. Attraverso degli strani e casuali incontri, tornerà a pensare a suo figlio, che lei e il marito, come un Super-Io che non accetta alcuna giustificazione, si erano rifiutati di aiutare in un momento delicatissimo, e con il quale ormai non ci sono più rapporti.

Le tre storie, proprio come le tre istanze della mente freudiana, si toccano e si influenzano a vicenda, e presto la tripartizione alla base del racconto diviene un mero pretesto per narrare delle vicende che si rivelano emblematiche proprio perché profondamente umane. Non si fatica a immedesimarsi in Arnon, Hani o Dovra: in un certo senso abitano tutti e tre dentro di noi. Nevo ci ricorda insomma che non siamo altro che un condensato di storie: quelle che ci raccontiamo noi stessi e quelle che ci vengono raccontate dagli altri. Chissà perché, però, tutte le storie si assomigliano sempre.

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