Non siamo noi forse gli eredi di Teseo e Arianna, destinati in un altro spazio e in un altro tempo a rivivere l’esperienza traumatica della perdita e il dramma quotidiano del vuoto interiore?

Chiara Gamberale ne L’isola dell’abbandono (Feltrinelli), romanzo dai toni autobiografici, ci racconta i conflitti psichici nei quali siamo coinvolti nel corso della nostra vita, e ci pone di fronte a questioni vitali. La sua scrittura magnetica – dalla quale ci si stacca con difficoltà, quasi controvoglia – traduce perfettamente in pensieri, paesaggi e nitide scene concetti strettamente legati alla sfera psicologica dell’essere umano. Il suo romanzo parla di noi, uomini contemporanei; delle nostre intime insicurezze, della incapacità di amare e di convivere con il sentimento chiamato amore.

«Io soffro di sindrome dell’abbandono, fin da bambina. Ogni abbandono che ho subito mi ha straziata, mi ha costretta, nel bene e nel male, a diventare una persona diversa. E volevo finalmente raccontare proprio questo. Quanto è straziante venire abbandonati. Ma anche raccontare che, dopo un abbandono, può esserci una resurrezione. E rischiamo di diventare persone migliori di come eravamo».

La protagonista del racconto è una giovane illustratrice innamorata, con una testa creativa e sognante, che viene abbandonata dal suo compagno in Grecia, sull’isola di Nasso. Come Arianna da Teseo: inaspettatamente. Ingiustamente, senza un motivo. O meglio il motivo c’è, è l’instabilità mentale di Stefano e la totale sua volubilità bipolare rivolta all’esperienza amorosa, insanamente vissuta come analgesico per rattoppare una lacerazione interna grave e tuttavia mai curata. Stefano è l’emblema perfetto dell’uomo moderno che, nel pieno del delirio narcisistico, vive la relazione di coppia solo come un luogo di comfort. È un individuo che non si accontenta di un’unica persona da amare, cercando in maniera compulsiva di replicare la sua affermazione autistica attraverso la moltiplicazione delle conquiste femminili. Tutto ciò, ovviamente, senza rendersene conto.

L’abbandono di Stefano trascina la protagonista in un abisso vorticoso: si tratta di un evento che non si riduce a generare in lei un forte dolore, ma provoca nel suo animo un incredibile smarrimento e una totale incapacità di ritrovare quel filo sacro capace di condurla all’uscita del labirinto.

E quando il filo è perduto tutto quello che abbiamo intorno è il riflesso di una logorante psicomachia.

Il destino vuole che la nostra moderna Arianna, anni dopo l’abbandono, diventi madre. Che riesca a innamorarsi ancora, a rinascere, a rimettersi in gioco. Emanuele, il suo bambino, le regala l’autentica gioia dell’esistenza: un amore incondizionato in cui gettarsi a capofitto senza mai dubitare che le attenzioni e le cure verso un altro essere umano possano essere tradite o bistrattate.

Ma i ricordi di dieci anni prima sono pronti a riaffiorare, bruciano ancora: Arianna torna a Naxos, dove era stata abbandonata. Ritrova sé stessa. Ritrova quel filo perduto tra Italia e Grecia, tra passato e presente, tra mitologia e quotidianità. Rimette insieme i pezzi, tira le somme. L’amore malato l’ha formata, dopo averla colpita: e questa è la sua forza. Adesso nulla e nessuno al mondo potranno mai riportarla nel labirinto, in quel luogo mentale che ha cambiato radicalmente la sua esistenza.

Fonte foto di copertina: Amazon

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