Il linguaggio scorrevole e disinvolto, a rivestire idee e intuizioni sempre incisive e a tratti irriverenti, rappresentano il tratto distintivo di W. Somerset Maugham anche quando si cimenta nel genere letterario del saggio. Le sue opere più celebri, da “Schiavo d’amore” alla “Diva Giulia”, sono veri e propri manifesti di uno stile inconfondibile, grazie al quale lo scrittore britannico riesce a tessere storie che si configurano come specchio di una società in cui perbenismo, egoismo e corruzione morale si fondono in uno scenario che poco lascia alla speranza e all’ottimismo.

Quello stesso stile è dato di riscontrare pure nei saggi, con la traduzione di Gianni Pannofino, raccolti nel libro edito dalla casa editrice Adelphi “Lo spirito errabondo” (Milano, 2018, pagine 266, euro 15). Indicativo di una prosa schietta, senza fronzoli e compiacimenti retorici, è l’incipit del saggio che apre la raccolta, dedicato allo scrittore inglese Augustus Hare (1834 – 1903): “Credo di essere tra i pochi ancora in vita ad averlo conosciuto di persona” scrive Maugham, che poi sottolinea come il suo amico amasse dirsi discendente di uno dei figli più giovani del re Edorado I.

Hare aveva profonda coscienza del suo ruolo di rappresentante di un’antica famiglia della piccola nobiltà rurale: gli Hare di Hurstmonceux. E sebbene – osserva Maugham – il rango non fosse più quello di un tempo, la sua percezione dell’importanza che tutto ciò gli conferiva rimaneva “acutissima”. Era come “un re in esilio”, sentenzia lo scrittore: circondato da oggetti del passato splendore, cordiale con la plebaglia che la sua mutata situazione lo costringeva a frequentare, era comunque sempre attento che la sua cortesia non inducesse “certi individui maleducati a tralasciare inchini e riverenze”. Amante, sin da giovanissimo, delle escursioni, Hare si distinse non a caso per una produzione letteraria incentrata sui resoconti di viaggio: “Walks in Rome”, “Walks in London”, “Wanderings in Spain”, sono opere che sanno coniugare l’elemento pittoresco, nonché turistico, con la dimensione prettamente culturale: e in tal senso si offrono come preziosi appunti di viaggio in funzione della maturazione interiore della persona. .

Sa come attirare l’interesse de lettore, Maugham. Quando passa a raccontare del grande pittore spagnolo Francisco de Zurbaran, non si limita in valutazioni da critico d’arte, peraltro incisive e ben argomentate: ma punta, e fa bene, sull’aneddoto, o meglio su più aneddoti, ai quali egli stesso dice di non credere, o quasi. Ma l’interesse del lettore, a quel punto, è già conquistato. Si racconta, narra Maugham, che un giorno – il ragazzo aveva allora solo dodici anni – alcuni signori che andavano a caccia lo videro disegnare sui tronchi d’albero con un pezzo di carbone. Colpiti dalla sua bravura, lo condussero subito a Siviglia, all’epoca fucina di grandi pittori e di ambiziosi apprendisti. E proprio da Siviglia cominciò la folgorante carriera di un artista che riversò nelle sue tele – evidenzia Maugham – “una qualità rara e originale”.

La prosa si fa più viva, quasi passionale, quando Maugham passa a trattare il “declino” e la “caduta” del genere poliziesco. Si lamenta che i bei gialli siano pochi, anzi, sempre di meno, E osserva che gli autori dovrebbero andarci cauti con gli omicidi. “Uno – dichiara – è il numero perfetto, due si possono ammettere, soprattutto se il secondo è diretta conseguenza del primo, ma è un errore imperdonabile introdurre un secondo omicidio solo per ravvivare un’indagine che l’autore teme possa diventare noiosa”. E quando gli omicidi sono più di due, allora è “un massacro”. Ma ciò che più colpisce è che lo scrittore offre una riflessione che risulta anche oggi attualissima, e che ci troviamo purtroppo a fare non di rado quando leggiamo un thriller o lo vediamo alla televisione o al cinema: guai se il giallista non è “onesto” con il lettore. Se l’assassino infatti è una figura che, nello sviluppo della trama, sta sempre nell’ombra, e non spicca tra i protagonisti della vicenda, anzi ne è quasi estraneo, tale onestà viene meno, come viene meno la stima del lettore per l’autore. Il quale, ironia della sorte, viene a configurarsi come il vero assassino, cioè colui che ha ucciso l’essenza e il valore del poliziesco.