di Luisa Djabali

Nel 2015 il collettivo femminista Labouria Cuboniks ha stilato un manifesto dal titolo Xenofemminismo: una politica per l’alienazione. Il gruppo, composto da sette donne che operano nei più disparati settori lavorativi – sono infatti musiciste, artiste, archeologhe, teoriche, attiviste, informatiche e poetesse – ha fatto di questa varietà e disomogeneità la propria forza.

Attraverso un processo di continua negoziazione nel concepire l’impegno femminista, le Labouria Cuboniks sono riuscite a sviluppare nonostante la formazione e gli orientamenti politici differenti una visione condivisa, ma in continuo sviluppo, sulla (ri)regolamentazione dei rapporti di genere nel contesto contemporaneo. È dagli esiti di questa esperienza che prende vita il saggio Xenofemminismo di Helen Hester, co-fondatrice del collettivo e docente di Teoria dei Media e della Comunicazione all’University of West London. Il libro della Hester può essere considerato come il primo tentativo organico di estrapolare le premesse contenute nel Manifesto Xenofemminista, una lettura imprescindibile per chiunque si interessi di sociologia, teorie gender o semplicemente sia curioso di scoprire una delle provocazioni attualmente più dibattute in ambito culturale e accademico.

Helen Hester

Il saggio inizia asserendo apertamente i rapporti di filiazione con una serie di teorie femministe antecedenti, rispetto alle quali le xenofemministe non hanno alcuna volontà di dissociarsi ma anzi di impegnarsi per trovare soluzioni di continuità. La studiosa britannica si riferisce nello specifico a movimenti come il cyberfemminismo, il postumanesimo, il femminismo materialista, il neorazionalismo e l’accelerazionismo, proprio perché cosciente dell’impossibilità strutturale di una politica ibrida, concetto che implicherebbe una condizione preesistente utopica, cioè quella di uno stato non ibridato.

Se esiste una vera soluzione di continuità fra il manifesto xenofemminista e il saggio della Hester essa è reperibile nelle lapidarie, e per certi aspetti dogmatiche, definizioni che vengono fornite come esemplificative della complessa poetica xenofemmisista. In altre parole, se cercate una lettura serale che vi allieti il sonno Xenofemminismo non è certamente il libro che fa per voi. Il saggio incorpora al proprio interno infatti un gran numero di citazioni, concetti e teorizzazioni che faticano a trovare definizioni organiche ed esaustive nel breve spazio delle centocinquanta pagine che lo compongono. È vero altresì che lo stile e la scrittura della Hestler sono diretti e senza compromessi, così come la teoria postfemminista che il suo testo promuove, caratteristiche che lo rendono una lettura accattivante nonostante il carattere settoriale dell’argomento trattato.

Xenofemminismo si è già affermato come un testo visionario e imprescindibile nel dibattito femminista contemporaneo, ma nonostante tutti gli sforzi dell’autrice per spiegare nel modo più chiaro possibile al lettore dove risiede la portata di novità dello xenofemmismo, o XF, – userò questa sigla per rendere maggiormente scorrevole la lettura – le formulazioni non risultano sempre efficaci, ed è la stessa a dichiarare nell’introduzione i limiti del proprio testo definendolo un il libro sullo XF e non il libro sullo XF.

Ma cos’è lo XF? Come possiamo definirlo? E soprattutto perché questa nuova frontiera dell’emancipazione di genere è così strettamente connessa alle nuove tecnologie e le politiche ecologiche? Riprendendo le parole dell’autrice, “lo Xenofemminsmo è una forma di femminismo tecnomaterialista, antinaturalista e abolizionista di genere.” Per delineare ognuno di questi concetti la Hester si serve del testo che più d’ogni altro ha influenzato l’immaginario xenofemminista, La dialettica dei sessi. Autoritarismo maschile e società tardo-capitalistica di Shulamith Firestone. L’attivista canadese è nota soprattutto per questo testo degli anni Settanta che rivisita le teorie filosofiche e psicanalitiche di Karl Marx, Sigmund Freud, Frederick Engels in chiave femminista.

Se lo XF si pone come il tentativo di promuovere una politica di genere al passo con l’epoca di globalità e complessità tecnologica in cui siamo immersi, il tecnomaterialismo è il primo punto fondamentale di questa teoria. L’obiettivo è quello di dare rilievo agli “elementi di (inter)azione più evidentemente materiali delle culture mediate contemporanee”, in altre parole “ancorare quello che è stato spesso erroneamente caratterizzato come flusso libero e incorporeo ai suoi requisiti infrastrutturali e alla persistente fisicità di chi lo utilizza e lo produce”. Dunque lo XF non rifiuta la tecnologia, tutt’altro ne auspica una (ri)concettualizzazione che consideri quest’ultima prima di tutto come un fenomeno sociale e in quanto tale non neutrale ma assoggettato alle gerarchie politico culturali vigenti. Così il tecnofemminismo emancipatorio deve istituirsi come forma di intervento politico coordinato ed essere in grado di comprendere il peso delle forme d’oppressione che costituiscono i nostri mondi materiali globalizzati e tecnologizzati. In quest’ottica lo XF vuole da un lato porre l’attenzione sull’impatto che le nuove tecnologie possono avere su donne, queer e persone di genere non conforme, dall’altro aprirsi al loro, limitato ma effettivo, potenziale trasformativo in favore dello sviluppo di una più equa politica di genere.

“Se la natura è ingiusta, cambiala!”, recita uno dei più provocatori slogan xenofemministi. Ma facciamo un piccolo passo indietro per cercare di desumere con maggior precisione possibile uno dei punti cardine della teoria xenofemminista. La componente antinaturalista dello XF è infatti correlata al tecnomaterialismo proprio perché prende forma all’interno degli scenari tecnologici contemporanei. La scienza e la tecnologia consentono di intervenire consapevolmente sul mondo naturale, per esempio incoraggiando l’autonomia riproduttiva o esercitando un maggiore controllo sui processi biologici dei nostri corpi in materia ad esempio di pratiche di estrazione del flusso mestruale, contraccezione, self-help femminile.

Alla base del pensiero xenofemminista antinaturalista c’è il rifiuto di percepire la natura come un limite irremovibile agli immaginari emancipatori. Come si legge nel manifesto di Labouria Cuboniks, “nulla dovrebbe essere accettato come fisso, permanete o «dato» – né le condizioni materiali né le forme sociali. […] Chiunque sia stat* ritenut* «innaturale» a fronte di norme biologicamente dominanti, chiunque abbia sperimentato le ingiustizie compiute in nome dell’ordine naturale, si renderà conto che il culto della «natura» non ha nulla da offrirci – le persone queer e trans tra di noi, le diversamente abili, così come chi ha sofferto discriminazioni a causa di gravidanze o doveri relativi alle cure parentali”.

L’antinaturalismo xenofemminista però non significa, come a più riprese tende a ribadire l’autrice, rifiutare la natura e i fenomeni spontanei che strutturano il mondo così come lo conosciamo. Lo XF riconosce la struttura biologica e le diverse sensibilità che i nostri corpi possiedono, ma altresì contesta fermamente l’idea che lo stato naturale sia qualcosa di sacro, immutabile o fissato semplicemente perché biologico. In linea con il femminismo contemporaneo la Hester afferma che la biologia non è, e non deve essere, sinonimo di determinismo perché essa può essere trasformata a favore di una maggiore uguaglianza sociale anche attraverso la tecnologia.

L’abolizionismo di genere, terzo punto cardine dello XF, è solo apparentemente quello di più semplice decodificazione. Il protendere xenofemminista verso un’abrogazione del sistema di genere binario è un logico esito dell’impegno antinaturalista, perché se la natura è stata assoggettata alla sfera politica la questione del genere diventa terreno fertile per una trasformazione emancipatrice. Ma è la stessa definizione di ‘abolizionismo di genere’ a risultare fuorviante perché la questione non è quella di eliminare il genere in se stesso, percepito come discriminante, ma abolire gli stigma sociali a esso associati, “l’abolizionismo del genere xenofemminista vuole demolire ogni marcatore d’identità utilizzato per nutrire ingiustizia”, quindi “non un appello all’austerità del genere ma alla post-scarsità del genere”.  Il riconoscimento di una pluralità di generi è percepito dalle xenofemministe come il primo passo per porre fine all’associazione di qualunque genere a uno spettro di significati stereotipati e immutati.

La Hester si sofferma, come sopra accennato, anche sul tema scottante delle politiche ambientali. Per la studiosa fra l’emancipazione di genere e la preservazione dell’ambiente intercorre la stessa prossimità che vige fra le nuove tecnologie e la parificazione dei rapporti di genere. Le prospettive ecofemministe sono in linea con il contemporaneo ambientalismo mainstream e l’uso strumentale che esso fa nelle sue campagne di sensibilizzazione della figura del bambino (sono citate dall’autrice le campagne promotrici del People’s Climate March del 2014 e quelle delle Nazioni Unite per promuovere il Summit di Copenhagen nel 2009 che hanno dei bambini come principali testimonial). Per la Hester “il rischio è che affidarsi alla retorica della futurità riproduttiva alimenti e incoraggi la futurità eterosessista, sia nelle idee sulla protezione dell’ambiente, sia più in generale in termini di mentalità sulla dissidenza sessuale e di genere”.  La mutabilità dei corpi e delle identità è un presupposto xenofemminista in quanto da esso deriva il riconoscimento della varietà di genere spesso violentemente osteggiata nella nostra società.

In questo senso la proposta xenofemminista è quella di ampliare le basi materiale che permettono la sussistenza alla famiglia nucleare, allo scopo di dare vita a nuove unità riproduttive sociali atte a diffondere un alternativo sistema di valori: “(ri)produrre futuri senza futurità riproduttiva. In altre parole per costituire un’alternativa alle ideologie eterosessiste e le strutture familiari nucleari, dunque monogame “dobbiamo de-familiarizzare la famiglia biologica e ri-familiarizzare le reti alternative di solidarietà e intimità […] senza cadere la trappola di riprodurre l’identico”. L’idea è quella che le famiglie – intese dall’autrice anche come reti sociali, gruppi d’aggregazione – portatrici di alterità siano equiparate a quelle costituite sulla base della coincidenza genetica, dei cosiddetti ‘legami di sangue’.

È difficile tirare le somme sullo xenofemminismo, anche dopo la lettura del saggio della Hester o del manifesto delle Labouria Cuboniks proprio perché lo XF è una teoria fluida e in continuo sviluppo così come la società globale e iper tecnologizzata all’interno della quale è nata. Sotto certi aspetti forse l’unico postulato formulabile è che questa nuova teoria postfemminista costituisca l’anello di congiunzione fra il femminismo storico degli anni Settanta e le attuali strategie emancipatrici delle sottoculture cyborg, trans e queer. Ma lo XF non è un programma come leggiamo direttamente dalle pagine del manifesto xenofemminista, piuttosto “una piattaforma, l’ambizione incipiente di costruire un nuovo linguaggio delle politiche sessuali”.