Se Baudelaire definì Edgar Allan Poe “meraviglioso cervello sempre all’erta” una buona ragione ci deve essere pur stata. E come se c’è. La si trova non solo nei suoi capolavori ben noti al grande pubblico, basti pensare a I delitti della via Morgue, ma anche nelle pagine, in parte giornalistiche, in parte diaristiche, ora raccolte in un libro, Marginalia, a cura della casa editrice Adelphi: operazione editoriale, questa, altamente benemerita. Essa infatti permette di penetrare nell’officina dello scrittore americano e di guardare, con i suoi occhi indagatori cui nulla sfugge, il mondo con le sue patetiche banalità. Il suo è uno sguardo inclemente e impietoso, che D.H Lawrence accostava a quello di “un anatomista che sezioni un gatto”. Armato di bisturi incide e scava nel cuore di ogni cosa, o meglio di un ogni obiettivo polemico, sia esso un personaggio, una verso, come pure una lettera dell’alfabeto.

Adelphi, 2019. Traduzione di Cristiana Mennella. Euro 14.

Già dall’incipit del libro, che riporta un saggio scritto per il “Democratici Review” (novembre 1844), si comprende lo spirito pugnace e battagliero dello scrittore che si accinge a formulare valutazioni, sarebbe più opportuno dire emettere una sentenza, in merito a ciò che andrà a leggere e a recensire. “Nel procurarmi i libri – scrive – mi son sempre premurato di avere un margine spazioso; non per amore della cosa in sé, pur gradita, quanto per la facilità con la quale mi permette di segnare a matita pensieri suggeriti, identità e divergenze di opinione o brevi commenti critici in genere. Laddove quel che devo annotare sia troppo per stare racchiuso entro i ristretti limiti di un margine – prosegue – lo affido a un pezzettino di carta e lo depongo tra le pagine; badando a fissarlo con una dose infinitesima di colla adragante”. Insomma, alla luce di queste righe, si è legittimamente indotti a paragonare Poe a un killer che, con somma cura, prepara l’arma prima di fare fuoco. E quando poi, con le sue recensioni, “spara”, le ferite che procura sono serie. All’epoca il libro del reverendo Henry Duncan, Sacred Philosophy of the Seasons, era stato molto apprezzato: lo scrittore leva una voce fuori dal coro e definisce il libro, che vanterebbe la pretesa di essere moderno, sovraccarico di “filosofia stantia”. Si scaglia poi contro la tanto celebrata “concisione” di Thomas Carlyle, una degli intellettuali più eminenti del periodo vittoriano. “E’ da pazzi ammirare un brevità che, onde risparmiare carta e inchiostro, sperpera il nostro tempo”, chiosa.

In un articolo scritto per il “Graham’s Magazine” (febbraio 1848) Poe, dando prova di una disarmante lungimiranza, propugna una verità che ancora oggi merita, quotidianamente, di essere difesa e divulgata. “Che la punteggiatura sia importante trova tutti d’accordo; però come son pochi quelli che arrivano a comprendere quanto!” dichiara, per poi aggiungere: “A quanto pare nessuno sa che, quand’anche il senso di una frase sia perfettamente chiaro, una punteggiatura scorretta può privarla di metà della sua forza, del suo spirito, della sua incisività. Solo perché manca una virgola, spesso accade che un assioma sembri un paradosso, o che un sarcasmo si tramuti in un sermonoide”.

Non bisogna comunque pensare che dal suo arco Poe scagliasse solo strali velenosi. Spezzava anche lance in favore di chi riteneva essere degno di lode. A proposito di Dickens, afferma che quando questi si eleva a certe altezze, è inarrivabile, nonché incomprensibile per i suoi contemporanei. Nel tessere le lodi di Elizabeth Barrett Browning, decanta “il vigore pittoresco” di un componimento poetico tratto da Drama of Exile. “Non credo – commenta – che il mondo intero della poesia sia in grado di produrre un brano più intensamente energico”.

Le ultime pagine Il libro, secondo un solido e saggio criterio di esaustività, cambiano prospettiva e presentano i giudizi dati non da Poe, ma su Poe. E sono pagine a dir poco frizzanti. Henry James affermava che Poe era “un autore che non si può proprio leggere”. Aldous Huxley lo trovava irrimediabilmente volgare. Ma anche in questo caso non c’è solo la critica spietata, ma anche l’elogio aperto e commosso. I fratelli Goncourt riscontravano in Poe “i segni della letteratura del XX secolo”. Sulla stessa linea si pone Barbey d’Aurevilly: anch’egli ravvisava nelle pagine vergate dallo scrittore il preannuncio della modernità, in termini sia di pensiero che di struttura narrativa. E una lode alquanto significativa è dato di ricavarla dalla stessa Elizabeth Barrett Browning, la quale – una volta venuta a conoscenza dell’assai favorevole recensione che Poe aveva scritto, in particolare, per la poesia tratta da Drama of Exile – si era detta “sbalordita” dall’essere stata insignita da tanto onore: un onore  conferito da un genio che, in fatto di valutazioni e commenti, non era certo tenero e non faceva sconti.

© riproduzione riservata