di Ilaria Pennacchini

In un Paese in cui la cultura è messa a dura prova dalla barbara ignoranza che imperversa, “la prima difesa della democrazia è la difesa dell’intelligenza”. Nel saggio Osa sapere. Contro la paura e l’ignoranza Ivano Dionigi – latinista e presidente di AlmaLaurea e della Pontificia Accademia di Latinità – esorta il lettore, mediante l’imperativo kantiano, alla lotta contro la paura, la causa primaria dell’ignoranza, nella speranza di una nuova rivoluzione dei Lumi che investa tutti i saperi, da quello filosofico allo scientifico. Una delle domande che ci si pone spesso è il perché, nonostante lo sviluppo vertiginoso della tecnologia nel ventunesimo secolo, ci troviamo ancora a discutere di questioni basilari che denotano e denunciano un grande deficit di coscienza umanistica: dai diritti dell’uomo alla fame nel mondo, fino all’emergenza climatica legata al surriscaldamento globale. Per rispondere all’interrogativo, Dionigi scava a ritroso nel tempo fino alla radice del problema, individuato nell’arco di tempo che va dagli ultimi decenni dell’Ottocento ai primi del Novecento. A questo periodo risale la prima macchina, uno strumento che, modificato e progressivamente perfezionato nel tempo in maniera ossessiva e quasi maniacale, è diventato parte integrante della vita dell’uomo

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L’avvento della macchina sancisce il tramonto delle scienze umanistiche poiché la sua produttività ha un effetto sull’economia più immediato e tangibile. “Allora, sì, la frattura latente si fa conflitto aperto, perché la scienza alleata dell’industria richiede “tecnici”, mentre le humanidades – eredi di un modello economico e sociale ormai al tramonto – sembrano produrre solo oziosi “intellettuali”. L’esorbitante quantità di informazioni di cui disponiamo e i messaggi che ogni giorno sono scambiati sulle piattaforme virtuali, ovvero l’ars respondendi, ha reso l’uomo artefice e vittima dell’omologazione sociale, allontanandolo sempre più dal libero arbitrio, da domande di senso, dalla riflessione individuale, da quell’ars interrogandi che stimola il progresso culturale. In questa paralisi generale ci rendiamo conto di aver perso il controllo della nostra creazione perché, rispetto a essa, siamo diventati obsoleti. “Il Prometeo che è in noi – che a lungo ci ha serviti e protetti – ci ha superati e ci domina, disvelando tutta la potenza del suo étimo: Prometeo, vale a dire “colui che comprende prima”. Ma come annota Dionigi, “Prometeo non salva” perché la tecnica ha bisogno della politica”.

Senza un ritorno allo studio delle materie umanistiche sará impossibile per l’uomo ristabilire l’equilibrio, l’alleanza storica tra la cultura della mano e quella del cervello che sollecita il cambiamento. La filosofia ci insegna infatti che “l’arte del dialogare”, la  dialettica, attraverso il confronto tra due termini opposti, la tesi e l’antitesi, conduce alla sintesi, l’unità. Allo stesso modo l’interazione tra scienza e sapere umanistico ha garantito fino al Novecento la produzione di intellettuali con un bagaglio culturale completo. Oggi più che mai urge il bisogno di connettere presente e passato e di ristabilire “un’intesa fra i diversi mondi, linguaggi, saperi”. La sfida è nelle mani dell’Università, l’unica in grado di interpretare i nuovi paradigmi in quanto punto di contatto tra umanisti e tecnologi. I due “compiti permanenti” dell’Università, scrive Dionigi, sono infatti i “codici della tradizione (tradere, “affidare”, da trans e dare) e della traduzione (traducere, trasferire”, da trans e ducere): nel segno dell’identità la prima, dell’alterità la seconda”. Quando la conoscenza della storia che definisce la nostra identità viene meno, l’uomo divenuto più vulnerabile non può che alzare muri per difendersi dalla paura che lo acceca. Ma i muri non sono mai stati una soluzione, e ce lo ha dimostrato la potenza di Roma – un esempio perfetto dell’applicazione del binomio tradizionetraduzione – che per difendere la propria identità e consolidare la propria egemonia decise di concedere la cittadinanza a tutto l’Impero. Una strategia vincente quella dei romani, i quali riuscirono con l’apertura e il dialogo ad annettere e a far convivere sotto il proprio dominio popoli diversi, così da creare un “mondo” unito. 

Oggi, in un’era in cui tutto è globale, condiviso e disponibile in modo indiscriminato, l’uomo perde se stesso, e mentre da un lato si fa forte della tecnologia per instaurare relazioni con il mondo virtuale, dall’altro innalza muri contro le persone fisiche. E’ Il paradosso della società postmoderna, l’isolamento collettivo dietro a uno schermo. “Osa sapere” è un invito a uscire dall’ignoranza, a chiederci chi siamo, qual è la direzione che abbiamo intrapreso e, soprattutto, che futuro vogliamo costruire.

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